noir

Manzini prima di Schiavone: “La giostra dei criceti”

Una banda di rapinatori e una rapina in banca che finisce male. Un impiegato dell’INPS frustrato e il suo dirigente che barcolla tra carrierismo e sensi di colpa. La criminalità organizzata romana, tra soldati che sono carne da cannone e boss senza scrupoli. Una periferia che sembra eterna almeno quanto la città di Roma che la ospita. Questi sono gli ingredienti de La giostra dei criceti, romanzo d’esordio di Antonio Manzini, pubblicato per la prima volta nel 2007 da Einaudi e ora riproposto da Sellerio.

Siamo nell’era pre-Schiavone della storia di Manzini, e si vede. La narrazione è un puzzle schizofrenico che sposta l’obiettivo da una situazione all’altra creando nel lettore un certo spaesamento che, però, l’abile prosa di Manzini gestisce alla perfezione e riconduce su un sentiero sicuro. Come un maestro al suo telaio, l’autore intreccia e riordina i fili della trama fino a comporre un tessuto (che con testo condivide la radice) omogeneo e saldo, il cui ultimo punto viene dato nel finale.

(altro…)

Annunci

Del noir e del Mediterraneo

Molti anni fa l’editore francese Gallimard decise di pubblicare nella «Sèrie noire» l’Edipo re di Sofocle. Rimane, quella, una delle più pregiate e popolari edizioni (in Francia) della tragedia sofoclea. Più o meno nello stesso periodo, Albert Camus scriveva che i greci arrivavano alla disperazione passando per la bellezza; il «nostro tempo, invece, ha nutrito la sua disperazione nella laidezza e nelle convulsioni» (L’esilio di Elena). Qualche decennio dopo, più o meno a metà degli anni ‘90, Jean-Claude Izzo riprende l’edizione Gallimard di Sofocle (in cui il curatore scrive, senza vergogna alcuna, che l’Edipo re è il primo romanzo noir) e le parole di Camus per tracciare una relazione filiale tra il tragico greco e il noir contemporaneo, in particolare quello scritto sulle sponde del Mediterraneo.

Nonostante abbia pubblicamente e ripetutamente affermato che quello geografico non è un parametro utile alla definizione di un sottogenere letterario, devo ammettere però che il Mediterraneo è culla del noir moderno, e non potrebbe essere altrimenti per almeno due ragioni. (altro…)

Un appunto a proposito di “7-7-2007” di Antonio Manzini

Arrivo a leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini con colpevole ritardo e senza aver visto neanche un secondo della fiction Rai sul vicequestore Schiavone andata in onda lo scorso autunno. Devo anche confessare un secondo peccato: di Manzini ho solo letto i cinque racconti con protagonista il poliziotto di Trastevere e nessuno dei romanzi che hanno preceduto questo. Ma alla fine è un bene perché le cinque narrazioni brevi danno quelle tre, quattro coordinate che permettono al lettore di orientarsi senza troppe difficoltà e non anticipano nulla. Si arriva preparati, insomma, sapendo che Marina è morta a seguito di un’indagine di Schiavone; si sa che il vicequestore è stato trasferito ad Aosta per ragioni politiche; si conoscono i tre amici di una vita di Rocco, ovvero Furio, Bizio e Seba e le loro attività illecite; e si conosce Roma, quella Roma anti-ufficiale e trasteverina che illumina e fa da personaggio aggiunto a tutta la serie.

(altro…)

“La verità è sofferenza”: intervista con Alessandro Bastasi

Alessandro Bastasi, veneto di nascita e milanese di adozione, mi “accoglie” nella sua quotidianità un pomeriggio d’inizio primavera. La distanza Barcellona-Milano viene magistralmente colmata da Skype, che ci regala l’illusione di stare nella stessa stanza. Con Alessandro condividiamo l’editore e forse per questo l’atmosfera è quella di una chiacchierata informale tra colleghi. Autore di diversi romanzi noir e racconti, con un passato di attore teatrale, Bastasi è in libreria da qualche mese con Morte a S. Siro, seconda pubblicazione personale per i tipi della F.lli Frilli Editori, che atterra negli scaffali italiani a un anno circa di distanza da Era la Milano da bere (F.lli Frilli Ed., 2016).

(altro…)

Di cosa parliamo quando parliamo di noir

Propongo la versione completa del dialogo tra il sottoscritto e il collega Nicola Campostori pubblicato in due puntate su Critica Letteraria tra gennaio e febbraio 2017.

NICOLA CAMPOSTORI: Qualche tempo fa Alessio Piras, col quale condivido il ruolo di redattore per Critica Letteraria, mi scrisse a proposito di un commento che avevo pubblicato riguardo a La città dell’oblio di René Frégni: le mie considerazioni sul noir avevano stimolato in lui curiosità e voglia di confrontarsi sul tema. Piras ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Discipline Umanistiche presso l’Università di Pisa. Attualmente è membro di un gruppo di ricerca dell’Universitat Autònoma di Barcellona, traduttore free-lance e scrittore. Dopo aver letto il suo romanzo d’esordio, Omicidio in Piazza Sant’Elena (F.lli Frilli Editori, 2016), gli ho posto alcune domande ed è cominciato uno scambio di mail nel quale abbiamo riflettuto assieme sul noir. (altro…)

Il ritorno di Bacci Pagano: “Fragili verità” di Bruno Morchio

Dopo due anni da Un conto aperto con la morte (Garzanti, 2014), torna in libreria Bruno Morchio con una nuova avventura di Bacci Pagano, il detective ratto dei carruggi e analfabeta dei sentimenti protagonista della quasi totalità dell’opera narrativa morchiana. E torna con una storia che in parte rinnova la serie Pagano dandole uno slancio vitale rispetto agli ultimi due romanzi (oltre a quello appena citato, si veda Lo spaventapasseri), strettamente connessi l’uno all’altro, che avevano fatto temere molti lettori che la saga fosse giunta al termine, complice anche l’uscita de Il testamento del greco per i tipi di Rizzoli nel 2015.

(altro…)

Alle origini del noir italiano. “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco

C’è stato un momento nella storia della letteratura italiana in cui il giallo è diventato nero. Un momento in cui le copertine dei gialli Mondadori, che dagli anni ’20 del Novecento avevano dato colore e nome al poliziesco italiano, avrebbero dovuto scalfirsi del noir delle atmosfere che Giorgio Scerbanenco stava ricreando sulla pagina del primo romanzo della serie Lamberti, Venere Privata.

Siamo negli anni ’60 del Novecento, in pieno boom economico e nell’unica, vera, metropoli internazionale che l’Italia abbia mai conosciuto: Milano. Un medico radiato e appena uscito di galera dopo un’accusa di eutanasia, Duca Lamberti, viene assoldato da un ricco imprenditore di provincia per fare la guardia al figlio alcolizzato, Davide, e fargli perdere il vizio del bicchiere facile. Se per il padre di Davide l’alcolismo era banale immaturità, Duca capisce che dietro la bottiglia di whiskey si nasconde un malessere ben più profondo: il ragazzone è corroso dal senso di colpa per non aver evitato la morte di una giovane donna, Alberta Radelli. Lamberti inizia a indagare, coadiuvato dalla polizia del commissariato di via Fatebenefratelli, e non si dà pace fino a quando non scopre la verità e scoperchia un vaso di Pandora: dietro la morte della giovane donna si cela un bieco e insulso giro di prostituzione.

Se in un’aula universitaria dovessi spiegare quale sia la differenza tra un giallo, un poliziesco classico e un noirVenere privata sarebbe il romanzo paradigmatico, esemplare, per spiegarlo, a causa di almeno due elementi.

(altro…)

In questo sperduto Far West che ci ostiniamo a chiamare Milano

Torna in libreria il trio noir Besola-Ferrari-Gallone. Dopo il successo di Operazione Madonnina e il poco convincenteOperazione Rischiatutto, con Il colosso di Corso Lodi i tre autori milanesi si mettono su binari meno scivolosi dei precedenti, con una storia che vede come investigatori il commissario Malaspina e il giornalista di nera in congedo Dino Lazzati, detto Fernet. Vanno momentaneamente in panchina Angelo, Lorenzo e Osvaldo, i tre delinquenti degni de I soliti ignoti che avevano animato i primi due romanzi.
(altro…)

Quel sottile confine tra realtà e finzione: “A Milano si muore così” di Adele Marini

Non-fictional novel. Così Adele Marini definisce A Milano si muore così, sua ultima fatica da qualche mese in libreria per i tipi di Fratelli Frilli. Non-fictional significa che quello che viene raccontato è in gran parte vero, forse inventato in alcuni dettagli, in sfumature che possono anche sfuggire al lettore. Ma Adele Marini non mente. E la differenza tra inventare e mentire, per quanto sottile, è significativa quando si parla di letteratura, di realismo, di una forma di scrittura a cavallo tra la fiction e la realtà. L’epoca in cui viviamo ha visto una sempre maggiore tendenza nel romanzo realista a eliminare la finzione, metterla in un angolo per concentrarsi sulla realtà; questa nuova forma di scrittura utilizza, però, gli strumenti della creazione letteraria per pulire la prosa dell’asetticità del saggio, per renderla più incisiva e accattivante, per guardare al mondo da una prospettiva diversa che induca il lettore a una nuova lettura della realtà che lo circonda. (altro…)