Nobel

L’eterna lotta tra civiltà e barbarie: “Il sogno del celta”, di Mario Vargas Llosa

Nell’autunno del 2009, mentre scrivevo la mia tesi di laurea su Mario Vargas Llosa (Arequipa 1936), il mio relatore mi disse che secondo lui lo scrittore peruviano avrebbe meritato il premio Nobel anche solo per il suo primo romanzo: La città e i cani.

In quel momento non c’era nessuna avvisaglia del fatto che solo un anno dopo l’Accademia di Svezia avrebbe concesso l’ambito premio al peruviano più controverso e geniale del XX secolo. Tuttavia, in una nota della mia tesi scrivevo che i primi tre romanzi di Mario Vargas Llosa erano capolavori assoluti al pari di Cent’anni di solitudine del colombiano García Márquez. Non a caso al terzo, Conversazione nella Catedral (1969), sembrano essersi riferiti gli accademici svedesi nel compilare la motivazione del Nobel: «cartografia delle strutture del potere e le immagini taglienti della resistenza, rivolta, sconfitta degli individui».

L’ultima fatica di Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (Einaudi 2011, pp. 422), è senza ombra di dubbio un ottimo romanzo. Qualsiasi scrittore una tacca meno geniale del peruviano che lo avesse scritto lo potrebbe considerare un capolavoro. Ma dallo scrittore di Arequipa è lecito aspettarsi di più, o meglio, qualcosa di diverso. Quello che abbiamo tra le mani è un romanzo più inglese che ispano-americano, che marca una distanza piuttosto evidente con i primi tre. In particolare la mente del lettore affezionato a Vargas Llosa non può che andare a La casa verde, secondo romanzo dello scrittore pubblicato a metà circa degli anni ’60. Il filo che unisce i due testi sono i riferimenti a Conrad, a quel Cuore di tenebra che mettendo a confronto civiltà e barbarie non poteva che accompagnare l’anglomane Vargas Llosa per tutta la sua carriera. E nel passare dalla prima alla seconda parte si percepisce per intero l’analogia tra il Congo e l’Amazzonia peruviana: Il sogno del celta sembra chiudere il cerchio su un tema che è stato il vero ‘demone’ del Nobel peruviano, la dicotomia civiltà/barbarie. Ancora una volta Vargas Llosa si domanda dove finisca la prima e cominci la seconda, in una relazione dialettica tra i due termini che rende il confine tra di loro evanescente.

L’eroe del romanzo è Roger Casement: personaggio realmente esistito, console in Congo durante il periodo coloniale belga, tra otto e novecento. La vicenda si apre in un carcere inglese dove Casement è rinchiuso con l’accusa di tradimento per la sua attività di nazionalista irlandese. Successivamente, attraverso lunghi flsh-back, la sua vita viene narrata con il rigore cronologico del biografo. Cuore del romanzo sta nel fatto che Casement si sia reso conto dei soprusi inglesi sull’Irlanda attraverso la sua attività di console in Congo, osservando quindi la politica coloniale del Re belga Leopoldo II. E non è da escludere che lo stesso Vargas Llosa si immedesimi nel suo personaggio; lo scrittore peruviano infatti più volte si schierò a favore della libertà degli indios peruviani, ma dentro uno schema di vita Occidentale, unica via che potesse condurli ad una vera emancipazione.

La vita di Roger Casement è narrata esternamente; il narratore si mantiene sempre al di sopra della sua storia, manipolandola in maniera magistrale, ma meno creativa di quel che ci si aspetterebbe. I cambi di prospettiva, la polifonia di voci, la continua confusione in cui il lettore era immerso ne La casa verde e che gli davano una percezione quasi fisica di cosa volesse dire l’Amazzonia, sono solo un miraggio. Vargas Llosa sembra pagare lo scotto di essere a contatto con un personaggio allo stesso tempo reale e letterario; ma se in passato lo scrittore peruviano aveva fatto sempre vincere la letteratura, qui sembra prevalere la realtà. Non tanto nei contenuti, quanto nella forma: uno stile fin troppo english per uno scrittore che ci ha abituati a leggere pagine su pagine senza capire nulla, per poi tirare fuori dal cilindro quella frase che avrebbe chiuso il cerchio rendendo ogni passaggio, prima oscuro, limpido come il mare di prima mattina dopo una notte di tramontana. Certo, nessuno pretende che Vargas Llosa continui ad avere lo stesso smalto di quando aveva venticinque anni. E lo ripetiamo, siamo sempre in presenza di un ottimo libro. Ma qual è il compito della critica? Lodare senza troppi indugi qualsiasi cosa un grande scrittore scriva, oppure dare ai lettori un punto di vista diverso che “apra nuovi orizzonti”, per quanto parziale ed esclusivo esso sia?

Personalmente propendo per la seconda ipotesi perché dire che Il sogno del celta è sì un ottimo libro, ma non è il capolavoro di Mario Vargas Llosa non toglie nulla ad uno dei più grandi scrittori che l’umanità abbia conosciuto, le cui storie speriamo ci accompagnino ancora per molti anni: perché ci aiutano a disvelare, sempre, gli inganni del potere; perché ci aiutano ad essere critici e indipendeti, in un’epoca in cui l’uomo sembra teso a delegare ad altri il compito di pensare, rinunciando quindi alla propria libertà.

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