Mario Vargas Llosa

Scrivere e parlare due lingue diverse: il caso di Daniel Alarcón

Per chi se lo fosse perso ripropongo il mio ultimo intervento sulle pagine di Critica Letteraria a proposito dello scrittore peruviano Daniel Alarcón.

Lo scorso 17 gennaio, a Madrid, nell’ambito del I Congreso de Jóvenes Investigadores de Literatura Hispanoamericana, mi è stato chiesto se uno scrittore peruviano che scrive in inglese si debba considerare un autore ispano-americano o meno. La domanda era connessa al mio intervento, dal titolo “Nuevos caminos y viejos dilemas para la literatura hispanoamericana a partir de Radio Ciudad Perdida de Daniel Alarcón”, in cui avevo specificato che Alarcón è nato a Lima, ma vive da molti anni negli Stati Uniti e scrive in inglese. Ciononostante i suoi romanzi e racconti sono tutti ambientati in Ispanoamerica e trattano tutti tematiche pertinenti alla parte di Nuovo Mondo che parla spagnolo. A pormi la domanda è stato Jesús Cano Reyes, organizzatore del convegno. Avendo accettato la mia proposta di comunicazione, l’ispanoamericanista di Madrid aveva già implicitamente dato una sua risposta alla domanda.

In quell’occasione ho dato una risposta, coerente e sconnessa al contempo, che ora vorrei sottoporre ai lettori di Critica Letteraria. Non tanto perché sia questione urgente dal punto di vista letterario, quanto perché può essere uno spunto per una riflessione metodologica sul concetto di letteratura nazionale e di canone letterario.

Premesso che a questa domanda possono essere date più risposte – che, se ben argomentate, sono tutte plausibili -, il problema secondo me radica nei criteri che utilizziamo per affiliare un determinato autore a una determinata letteratura. Il nocciolo, in sostanza, è: qual è il ruolo della lingua in cui si scrive? E quello dei temi affrontati? E quello del luogo di nascita? E quello del Paese in cui si è cresciuti?

La letteratura è piena di scrittori nati in un Paese, cresciuti in un altro e la cui lingua di scrittura era diversa da quella materna. Per restare nell’Ispanoamerica, Cortázar non era forse nato a Bruxelles? Eppure non vi sono dubbi sul fatto che fosse argentino, per il fatto di scrivere in spagnolo, di trattare tematiche ispanoamericane e di aver contribuito alla nascita di quel genere tutto latinoamericano che Carpentier chiamava lo real maravilloso, poi ribatezzato dai critici di mezzo mondo «realismo magico».

La lingua di scrittura, quindi, nel caso di Cortázar sembra un parametro determinante. Ma cosa dire di Samuel Beckett? Nessun dubbio sul fatto che il suo posto sia nei manuali di letteratura inglese, ma non scriveva forse anche in francese?

Ritornando ad Alarcón, ritengo che sia doveroso considerarlo ispanoamericano e non angloamericano. La lingua di scrittura è, senza ombra di dubbio, l’inglese, ma temi e forma narrativa dei suoi testi sono tutti ispanoamericani. Si può discutere sul perché lo scrittore limeño abbia deciso per l’inglese, come lingua letteraria. E le ipotesi sono molteplici: da una ragione puramente di mercato (negli USA vende tantissimo) o più romanticamente letteraria (dare forma inglese alle sue ossessioni puramente ispaniche e quindi conciliare le sue due anime).

Il caso della letteratura ispanoamericana, poi, è molto particolare. Viene studiata nelle università come se fosse una sola letteratura, ma in realtà tra García Márquez e Borges c’è lo stesso abisso che intercorre tra Cervantes e Tolstoj. Se vogliamo uno scrittore argentino e uno colombiano hanno in comune, oltre alla lingua, una tradizione letteraria che affonda le sue radici nel Don Quijote e nel Lazarillo de Tormes. Ma le letterature europee non hanno forse anche loro percorso un lungo tratto di strada in comune? Nell’ambiente accademico della letteratura ispanoamericana si distingue nettamente tra un peruanista e un messicanista: il primo sarà specialista di Arguedas e Vargas Llosa e conoscerà il quechua, mentre il secondo saprà tutto di Octavio Paz e magari leggerà in nahuatl. Non è un caso che, in realtà, la disciplina dovrebbe essere declinata al plurale, letterature ispano-americane. Il messaggio che vorrei fosse chiaro, a sostegno della mia tesi, è che studiare in un unico calderone la letteratura peruviana e quella argentina, sarebbe come se a Lima facessero un corso di letterature europee e non esistessero più anglisti, francesisti, italianisti ma solo europeisti. Inoltre credo sia necessario chiedersi: qual è il rapporto tra la letteratura spagnola e quella ispano-americana? Come considerare la seconda nei riguardi della prima?

La mia personale opinione è quella per la quale esiste una macro-area di studio che è relativa alle letterature ispaniche, pertinenti cioè alla Spagna e al suo ex impero (con tutti i pro e tutti i contro). Tuttavia, dentro questa macro-area esistono differenze sostanziali che hanno tutte pari dignità. La dimostrazione di ciò sta nei numeri: se da un lato gli scrittori ispanoamericani possono ritenersi a ragione sullo stesso solco letterario di Cervantes, è anche vero che negli ultimi decenni lo spagnolo e la letteratura spagnola hanno giovato del successo e della qualità di scrittori come Borges, Carpentier, García Márquez, Vargas Llosa, Carlos Fuentes, Octavio Paz, Sábato, Neruda, Sepúlveda, solo per citarne alcuni.

La lingua non può, in ultima analisi, rappresentare l’unico parametro attraverso il quale affiliare uno scrittore a una determinata letteratura. A maggior ragione per quella Ispanoamericana: naturalmente ibrida, contaminata, sovranazionale e di frontiera. Lo spagnolo è senza ombra di dubbio la sua lingua, ma lo sono anche il quechua, il maya, il mapuche, il nahuatl e, perché no, l’inglese. Lingue minori in termini numerici, ma di pari dignità: ad aggiungere valore ad uno degli spazi letterari più stimolanti, interessanti e magici che sia dato conoscere.

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L’eterna lotta tra civiltà e barbarie: “Il sogno del celta”, di Mario Vargas Llosa

Nell’autunno del 2009, mentre scrivevo la mia tesi di laurea su Mario Vargas Llosa (Arequipa 1936), il mio relatore mi disse che secondo lui lo scrittore peruviano avrebbe meritato il premio Nobel anche solo per il suo primo romanzo: La città e i cani.

In quel momento non c’era nessuna avvisaglia del fatto che solo un anno dopo l’Accademia di Svezia avrebbe concesso l’ambito premio al peruviano più controverso e geniale del XX secolo. Tuttavia, in una nota della mia tesi scrivevo che i primi tre romanzi di Mario Vargas Llosa erano capolavori assoluti al pari di Cent’anni di solitudine del colombiano García Márquez. Non a caso al terzo, Conversazione nella Catedral (1969), sembrano essersi riferiti gli accademici svedesi nel compilare la motivazione del Nobel: «cartografia delle strutture del potere e le immagini taglienti della resistenza, rivolta, sconfitta degli individui».

L’ultima fatica di Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (Einaudi 2011, pp. 422), è senza ombra di dubbio un ottimo romanzo. Qualsiasi scrittore una tacca meno geniale del peruviano che lo avesse scritto lo potrebbe considerare un capolavoro. Ma dallo scrittore di Arequipa è lecito aspettarsi di più, o meglio, qualcosa di diverso. Quello che abbiamo tra le mani è un romanzo più inglese che ispano-americano, che marca una distanza piuttosto evidente con i primi tre. In particolare la mente del lettore affezionato a Vargas Llosa non può che andare a La casa verde, secondo romanzo dello scrittore pubblicato a metà circa degli anni ’60. Il filo che unisce i due testi sono i riferimenti a Conrad, a quel Cuore di tenebra che mettendo a confronto civiltà e barbarie non poteva che accompagnare l’anglomane Vargas Llosa per tutta la sua carriera. E nel passare dalla prima alla seconda parte si percepisce per intero l’analogia tra il Congo e l’Amazzonia peruviana: Il sogno del celta sembra chiudere il cerchio su un tema che è stato il vero ‘demone’ del Nobel peruviano, la dicotomia civiltà/barbarie. Ancora una volta Vargas Llosa si domanda dove finisca la prima e cominci la seconda, in una relazione dialettica tra i due termini che rende il confine tra di loro evanescente.

L’eroe del romanzo è Roger Casement: personaggio realmente esistito, console in Congo durante il periodo coloniale belga, tra otto e novecento. La vicenda si apre in un carcere inglese dove Casement è rinchiuso con l’accusa di tradimento per la sua attività di nazionalista irlandese. Successivamente, attraverso lunghi flsh-back, la sua vita viene narrata con il rigore cronologico del biografo. Cuore del romanzo sta nel fatto che Casement si sia reso conto dei soprusi inglesi sull’Irlanda attraverso la sua attività di console in Congo, osservando quindi la politica coloniale del Re belga Leopoldo II. E non è da escludere che lo stesso Vargas Llosa si immedesimi nel suo personaggio; lo scrittore peruviano infatti più volte si schierò a favore della libertà degli indios peruviani, ma dentro uno schema di vita Occidentale, unica via che potesse condurli ad una vera emancipazione.

La vita di Roger Casement è narrata esternamente; il narratore si mantiene sempre al di sopra della sua storia, manipolandola in maniera magistrale, ma meno creativa di quel che ci si aspetterebbe. I cambi di prospettiva, la polifonia di voci, la continua confusione in cui il lettore era immerso ne La casa verde e che gli davano una percezione quasi fisica di cosa volesse dire l’Amazzonia, sono solo un miraggio. Vargas Llosa sembra pagare lo scotto di essere a contatto con un personaggio allo stesso tempo reale e letterario; ma se in passato lo scrittore peruviano aveva fatto sempre vincere la letteratura, qui sembra prevalere la realtà. Non tanto nei contenuti, quanto nella forma: uno stile fin troppo english per uno scrittore che ci ha abituati a leggere pagine su pagine senza capire nulla, per poi tirare fuori dal cilindro quella frase che avrebbe chiuso il cerchio rendendo ogni passaggio, prima oscuro, limpido come il mare di prima mattina dopo una notte di tramontana. Certo, nessuno pretende che Vargas Llosa continui ad avere lo stesso smalto di quando aveva venticinque anni. E lo ripetiamo, siamo sempre in presenza di un ottimo libro. Ma qual è il compito della critica? Lodare senza troppi indugi qualsiasi cosa un grande scrittore scriva, oppure dare ai lettori un punto di vista diverso che “apra nuovi orizzonti”, per quanto parziale ed esclusivo esso sia?

Personalmente propendo per la seconda ipotesi perché dire che Il sogno del celta è sì un ottimo libro, ma non è il capolavoro di Mario Vargas Llosa non toglie nulla ad uno dei più grandi scrittori che l’umanità abbia conosciuto, le cui storie speriamo ci accompagnino ancora per molti anni: perché ci aiutano a disvelare, sempre, gli inganni del potere; perché ci aiutano ad essere critici e indipendeti, in un’epoca in cui l’uomo sembra teso a delegare ad altri il compito di pensare, rinunciando quindi alla propria libertà.