Genova

Il ritorno di Bacci Pagano: “Fragili verità” di Bruno Morchio

Dopo due anni da Un conto aperto con la morte (Garzanti, 2014), torna in libreria Bruno Morchio con una nuova avventura di Bacci Pagano, il detective ratto dei carruggi e analfabeta dei sentimenti protagonista della quasi totalità dell’opera narrativa morchiana. E torna con una storia che in parte rinnova la serie Pagano dandole uno slancio vitale rispetto agli ultimi due romanzi (oltre a quello appena citato, si veda Lo spaventapasseri), strettamente connessi l’uno all’altro, che avevano fatto temere molti lettori che la saga fosse giunta al termine, complice anche l’uscita de Il testamento del greco per i tipi di Rizzoli nel 2015.

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Il bibliotecario

Se la biblioteca è un luogo imprenscindibile in un Paese civile, altrettanto imprenscindibile è la figura del bibliotecario, ovvero di colui che è dipendente della biblioteca e il cui ruolo è quello di farla funzionare, dalla conservazione e catalogazione dei volumi al prestito.

Nella teoria il bibliotecario dovrebbe essere persona preparata, pignola, ligia al dovere e razionale. Nella pratica ciò non è vero se non in alcuni rarissimi casi.

Alla biblioteca Sormani di Milano, ad esempio, ci sono 5 bibliotecari nel raggio di due metri per coprire le funzioni che sarebbe in grado di svolgere una sola persona ben preparata. 2 bibliotecari li troviamo al bancone del prestito; 2 a quello della consultazione e 1 in sala di lettura con il solo compito di controllare che venga rispettato il silenzio e che nessuno si sieda ai tavoli riservati a coloro che leggono ESCLUSIVAMENTE testi della biblioteca. Quindi, se per puro caso hai un libro tuo e uno della biblioteca devi sederti con gli altri, sperando ci sia posto (la capienza delle sale di lettura è incredibilmente bassa rispetto a due parametri: la grandezza degli edifici e il numero di lettori). E chissenefrega se entro il giorno successivo devi consegnare un articolo, cazzi tuoi.

Tutti i bibliotecari della Sormani sono anche forniti di computer regolarmente connesso a Internet e dediti a un’intensa attività di interazione sociale via Facebook: nel tempo libero si occupano dei lettori.

Alla biblioteca Nazionale di Brera, invece, i bibliotecari non hanno un computer. Questo fa sì che debbano ricorrere all’ingegno per arrivare a totalizzare le loro 8 ore di cazzeggio giornaliero a spese dello Stato, cioè nostre. Molti si dedicano ad un’attenta lettura del quotidiano La Repubblica o del Corriere della Sera con particolare attenzione alle pagine economiche e sportive (i bibliotecari di Brera investono i loro risparmi e giocano a calcetto tutte le settimane). Dopo la lettura del quotidiano, se resta tempo, si dedicano al cicaleggiare salottiero. Questo comporta che il lettore in uscita, per consegnare la carta d’ingresso che attesta che non si è fregato neanche un libro, debba girare nel vuoto ed interrompere quelle importanti riunioni. Spesso interviene il Sindacato a lasciar fuori dai cancelli di Brera  il lettore: come a dire: “basta, non se ne può più di tutta questa gente che viene in biblioteca per lavorare”.

Alla biblioteca della Facoltà di Lingue di Genova troviamo una situazione meno lineare. Da un lato il personale strutturato, sintetizzabile nella sigla CF. Un uomo del ‘900 che, come testimonia un amico, utilizza MSN, Internet Explorer, non è su Facebook e compra solo Nokia. La sostanza però tra XX e XXI secolo non cambia: il lavorio quotidiano di CF è molto simile a quello dei bibliotecari della Sormani di Milano, perché è dotato di computer. Dall’altro lato, invece, ci sono i dipendenti di una cooperativa che prestano il loro lavoro alla biblioteca. Questi, nonostante abbiano tutte le ragioni per non fare nulla seguendo l’esempio del più anziano CF, cercano di rendere la vita del lettore/studente/ricercatore meno triste. In che modo? Lavorando.

Ultimo caso, per chiudere con una nota positiva. Alla biblioteca della Facoltà di Lettere di Siena -un vero gioiello- c’è un bibliotecario, F, che dovrebbe essere preso a modello nei corsi di biblioteconomia. Peccato che, grazie alla totale incompetenza dei dirigenti dell’Università di Siena, la biblioteca di Lettere non si sa che fine farà. Mentre il lavoro di F è in parte vanificato dai tanti CF che lo circondano.

Il sacco di Genova

G8-Gate di Franco Fracassi è un libro che fa male; un piatto che va assaporato lentamente, non per degustarlo, ma perché pesante e indigesto. All’apparenza leggero, scorrevole e coinvolgente con il voltare delle pagine diventa sempre più difficile da digerire. Pochi libri avevano avuto un simile effetto dirompente, tra questi Gomorra.

Ma l’inchiesta di Fracassi fa ancora più male per il mio personale punto di vista: quello di un genovese che ama la sua città, anche se all’epoca dei fatti non ci viveva. Il G8 per un genovese è una ferita aperta su cui non si è mai fatta giustizia; ci irrita sentirne parlare dagli “opinionisti” tuttologi del nostro impazzito panorama culturale; ci irritano le commemorazioni e il ricordo. Perché siamo chiusi, gente di mare, con i capelli secchi per la tramontana e la salsedine. Perché siamo malinconici; perché quella città che critichiamo senza sosta infondo la amiamo come una madre, una moglie o una sorella che in quei tre giorni folli del luglio 2001 sono state violentate e picchiate e sfigurate. Lasciateci stare, verrebbe da dire. Non parliamone. Con questo pregiudizio pesante come un sasso nello stomaco, ho iniziato a leggere G8-Gate. Dopo poche pagine ho dovuto fare i conti con la mia memoria e non è stato facile: tutto quello che il complottismo genovese -siamo specialisti in quest’arte di vedere il marcio ovunque, di non fidarci di nessuno- aveva teorizzato era vero, e c’era dell’altro.

Non voglio raccontare il libro perché parto dalla presunzione che qualcuno leggendo queste righe corra in libreria a comprarlo o, ancora meglio, in biblioteca a chiederlo in prestito. Perché Franco Fracassi fa un’inchiesta che è un bene pubblico, di tutti noi e mi auguro di cuore che G8-Gate sia presente in tutte le biblioteche civiche, rionali e non, d’Italia. Terminata la lettura sono rimasto sgomento per almeno tre ragioni: 1) improvvisamente ti ricordi che solo due mesi dopo il G8 cadevano le Twin Towers, un filo unisce Genova e New York: due tappe di una stessa estate dopo la quale il mondo non sarebbe più stato lo stesso; 2) la crisi che stiamo vivendo è figlia della sconfitta del pensiero no-global annichilito grazie alla scientifica distruzione del suo movimento; 3) chi è stato il vero regista del sacco di Genova del 2001?