Critica Letteraria

La leggerezza del passero e della piuma: “L’uso della vita. 1968” di Romano Luperini

Alessandro Manzoni definiva il romanzo storico come «un componimento, nel quale deve entrare e la storia e la favola, senza che si possa né stabilire, né indicare in qual proporzione, in quali relazioni ci devono entrare».
Stando a questa definizione L’uso della vita. 1968 è un romanzo storico. La storia è quella dell’Italia del 1968 vista dal punto di vista di un giovane supplente di Lettere, Marcello, che si è da poco laureato all’Università di Pisa. L’azione si svolge in gran parte proprio nella città toscana, centro nevralgico -nella finzione narrativa- di un movimento di lotta e rivendicazione che dalla Francia investì l’Europa intera. La favola, per contro, è l’iniziazione alla vita del protagonista, vero e proprio eroe medio luckacsiano, che nel 1968 vive una serie di avvenimenti che segnano il suo passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Un passaggio che è doloroso e passa attraverso la prima esperienza sessuale, il carcere (con le sue regole interne come se fosse una società nella società), l’entusiasmo per la lotta collettiva e l’amara consapevolezza che le proprie azioni individuali, o di gruppo, non possono alterare gli equilibri del mondo.
 Marcello è un individuo come noi, un eroe prosaico, che si muove in un contesto storico sul quale ha un potere limitato. Al suo fianco due donne, Sandra e Ilaria, di cui è ugualmente innamorato e che avranno un ruolo determinante nella sua formazione alla vita. La prima gli farà conoscere l’amarezza del rifiuto, l’impossibilità di un amore dettata anche da un’ideologia che confonde vita pubblica e privata, dando un significato politico ai sentimenti. La seconda donna, Ilaria, inizierà Marcello al sesso in un turbinio di sensi e passione che, però, deve essere controllato altrimenti la sofferenza sarà ben più forte della leggerezza che l’atto sessuale implica.
Gli scontri con il padre, partigiano e iscritto al PCI, e la sua prematura dipartita metteranno l’eroe di fronte all’inevitabilità della morte, al lutto che toglie e lascia un vuoto. Per colmarlo Marcello terminerà l’ultima relazione che il padre stava scrivendo per l’ANPI trascorrendo nel suo studio un’intera notte e riavvicinandosi idealmente a quella figura paterna che, nonostante tutto, è sempre stata punto di riferimento e certezza; ora che non c’è più Marcello deve camminare da solo. Lo farà lottando tra le illusioni e le speranze dei suoi vent’anni e una nuova coscienza che sta emergendo. Questa consapevolezza lo fa dubitare dell’uso della violenza, della necessità della lotta armata. Inizia a prendere le distanze da alcuni suoi compagni e, complice la gravidanza di Ilaria, non sarà presente la notte di Capodanno alla Bussola di Viareggio quando una manifestazione anti-capitalista degenera in guerriglia urbana. La narrazione termina il primo gennaio 1969 e con essa sembra finire un’epoca. Il 1969 è l’anno della strage di Piazza Fontana a Milano e per il nostro Paese inizia una fase di scontri e tensione le cui conseguenze non sono ancora del tutto risolte.
Quel primo giorno dell’anno Marcello è a casa della madre, consapevole del fatto che dopo quel 1968 non sarà più lo stesso. La leggerezza della sua gioventù si era definitivamente persa con gli scontri della notte precedente e il ferimento di un suo studente del liceo -Soriano- costretto alla sedia a rotelle:
Marcello pensava alla leggerezza di Soriano, non era incerta né svagata, ma a suo modo decisa, orientata a una meta. L’aveva ritrovata in Ilaria, nei gesti e nei movimenti dei compagni, nelle facoltà occupate e davanti alle fabbriche, e persino in sé stesso. Ecco, l’uso formale della vita non era altro che questo. (138)
Il romanzo si chiude su Fortini, maestro e collega di Luperini a Siena, nell’ormai deceduta Facoltà di Lettere. Fortini che con D’Alema, Sofri e Della Mea è tra i personaggi storici che hanno partecipato al “maggio pisano” e sono entrati nel romanzo dialogando e interagendo con la finzione narrativa.
L’uso della vita. 1968 è tra i presentati al prossimo Premio Strega (vedremo se tra i 12 candidati). Non posso fare previsioni perché spesso le logiche dei premi letterari sono completamente diverse dalle mie nel valutare un romanzo. Quello di Luperini ha dalla sua scorrevolezza e capacità d’attrazione. Scritto con sapiente mestiere (quello del critico); strutturato in maniera ineccepibile e con personaggi perfettamente costruiti, risente forse del fatto che l’autore conosce troppo a fondo i meccanismi della finzione letteraria. Dal punto di vista formale L’uso della vita è perfetto e per questo si sente la mancanza dell’elemento creativo che fa fare a un romanzo il salto di qualità. Manca il tocco dell’artista. Eppure si fa leggere tutto d’un fiato perché la storia di Marcello è la nostra Storia, quella di tutti noi, dei nostri padri, zii e fratelli. È la Storia di un Paese che, per molti aspetti, non è ancora stata scritta se non dalla Letteratura che, in questo modo, assolve il suo compito più importante.
Pubblicato su Critica Letteraria, 16 aprile 2013.
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Scrivere e parlare due lingue diverse: il caso di Daniel Alarcón

Per chi se lo fosse perso ripropongo il mio ultimo intervento sulle pagine di Critica Letteraria a proposito dello scrittore peruviano Daniel Alarcón.

Lo scorso 17 gennaio, a Madrid, nell’ambito del I Congreso de Jóvenes Investigadores de Literatura Hispanoamericana, mi è stato chiesto se uno scrittore peruviano che scrive in inglese si debba considerare un autore ispano-americano o meno. La domanda era connessa al mio intervento, dal titolo “Nuevos caminos y viejos dilemas para la literatura hispanoamericana a partir de Radio Ciudad Perdida de Daniel Alarcón”, in cui avevo specificato che Alarcón è nato a Lima, ma vive da molti anni negli Stati Uniti e scrive in inglese. Ciononostante i suoi romanzi e racconti sono tutti ambientati in Ispanoamerica e trattano tutti tematiche pertinenti alla parte di Nuovo Mondo che parla spagnolo. A pormi la domanda è stato Jesús Cano Reyes, organizzatore del convegno. Avendo accettato la mia proposta di comunicazione, l’ispanoamericanista di Madrid aveva già implicitamente dato una sua risposta alla domanda.

In quell’occasione ho dato una risposta, coerente e sconnessa al contempo, che ora vorrei sottoporre ai lettori di Critica Letteraria. Non tanto perché sia questione urgente dal punto di vista letterario, quanto perché può essere uno spunto per una riflessione metodologica sul concetto di letteratura nazionale e di canone letterario.

Premesso che a questa domanda possono essere date più risposte – che, se ben argomentate, sono tutte plausibili -, il problema secondo me radica nei criteri che utilizziamo per affiliare un determinato autore a una determinata letteratura. Il nocciolo, in sostanza, è: qual è il ruolo della lingua in cui si scrive? E quello dei temi affrontati? E quello del luogo di nascita? E quello del Paese in cui si è cresciuti?

La letteratura è piena di scrittori nati in un Paese, cresciuti in un altro e la cui lingua di scrittura era diversa da quella materna. Per restare nell’Ispanoamerica, Cortázar non era forse nato a Bruxelles? Eppure non vi sono dubbi sul fatto che fosse argentino, per il fatto di scrivere in spagnolo, di trattare tematiche ispanoamericane e di aver contribuito alla nascita di quel genere tutto latinoamericano che Carpentier chiamava lo real maravilloso, poi ribatezzato dai critici di mezzo mondo «realismo magico».

La lingua di scrittura, quindi, nel caso di Cortázar sembra un parametro determinante. Ma cosa dire di Samuel Beckett? Nessun dubbio sul fatto che il suo posto sia nei manuali di letteratura inglese, ma non scriveva forse anche in francese?

Ritornando ad Alarcón, ritengo che sia doveroso considerarlo ispanoamericano e non angloamericano. La lingua di scrittura è, senza ombra di dubbio, l’inglese, ma temi e forma narrativa dei suoi testi sono tutti ispanoamericani. Si può discutere sul perché lo scrittore limeño abbia deciso per l’inglese, come lingua letteraria. E le ipotesi sono molteplici: da una ragione puramente di mercato (negli USA vende tantissimo) o più romanticamente letteraria (dare forma inglese alle sue ossessioni puramente ispaniche e quindi conciliare le sue due anime).

Il caso della letteratura ispanoamericana, poi, è molto particolare. Viene studiata nelle università come se fosse una sola letteratura, ma in realtà tra García Márquez e Borges c’è lo stesso abisso che intercorre tra Cervantes e Tolstoj. Se vogliamo uno scrittore argentino e uno colombiano hanno in comune, oltre alla lingua, una tradizione letteraria che affonda le sue radici nel Don Quijote e nel Lazarillo de Tormes. Ma le letterature europee non hanno forse anche loro percorso un lungo tratto di strada in comune? Nell’ambiente accademico della letteratura ispanoamericana si distingue nettamente tra un peruanista e un messicanista: il primo sarà specialista di Arguedas e Vargas Llosa e conoscerà il quechua, mentre il secondo saprà tutto di Octavio Paz e magari leggerà in nahuatl. Non è un caso che, in realtà, la disciplina dovrebbe essere declinata al plurale, letterature ispano-americane. Il messaggio che vorrei fosse chiaro, a sostegno della mia tesi, è che studiare in un unico calderone la letteratura peruviana e quella argentina, sarebbe come se a Lima facessero un corso di letterature europee e non esistessero più anglisti, francesisti, italianisti ma solo europeisti. Inoltre credo sia necessario chiedersi: qual è il rapporto tra la letteratura spagnola e quella ispano-americana? Come considerare la seconda nei riguardi della prima?

La mia personale opinione è quella per la quale esiste una macro-area di studio che è relativa alle letterature ispaniche, pertinenti cioè alla Spagna e al suo ex impero (con tutti i pro e tutti i contro). Tuttavia, dentro questa macro-area esistono differenze sostanziali che hanno tutte pari dignità. La dimostrazione di ciò sta nei numeri: se da un lato gli scrittori ispanoamericani possono ritenersi a ragione sullo stesso solco letterario di Cervantes, è anche vero che negli ultimi decenni lo spagnolo e la letteratura spagnola hanno giovato del successo e della qualità di scrittori come Borges, Carpentier, García Márquez, Vargas Llosa, Carlos Fuentes, Octavio Paz, Sábato, Neruda, Sepúlveda, solo per citarne alcuni.

La lingua non può, in ultima analisi, rappresentare l’unico parametro attraverso il quale affiliare uno scrittore a una determinata letteratura. A maggior ragione per quella Ispanoamericana: naturalmente ibrida, contaminata, sovranazionale e di frontiera. Lo spagnolo è senza ombra di dubbio la sua lingua, ma lo sono anche il quechua, il maya, il mapuche, il nahuatl e, perché no, l’inglese. Lingue minori in termini numerici, ma di pari dignità: ad aggiungere valore ad uno degli spazi letterari più stimolanti, interessanti e magici che sia dato conoscere.