Alle origini del noir italiano. “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco

C’è stato un momento nella storia della letteratura italiana in cui il giallo è diventato nero. Un momento in cui le copertine dei gialli Mondadori, che dagli anni ’20 del Novecento avevano dato colore e nome al poliziesco italiano, avrebbero dovuto scalfirsi del noir delle atmosfere che Giorgio Scerbanenco stava ricreando sulla pagina del primo romanzo della serie Lamberti, Venere Privata.

Siamo negli anni ’60 del Novecento, in pieno boom economico e nell’unica, vera, metropoli internazionale che l’Italia abbia mai conosciuto: Milano. Un medico radiato e appena uscito di galera dopo un’accusa di eutanasia, Duca Lamberti, viene assoldato da un ricco imprenditore di provincia per fare la guardia al figlio alcolizzato, Davide, e fargli perdere il vizio del bicchiere facile. Se per il padre di Davide l’alcolismo era banale immaturità, Duca capisce che dietro la bottiglia di whiskey si nasconde un malessere ben più profondo: il ragazzone è corroso dal senso di colpa per non aver evitato la morte di una giovane donna, Alberta Radelli. Lamberti inizia a indagare, coadiuvato dalla polizia del commissariato di via Fatebenefratelli, e non si dà pace fino a quando non scopre la verità e scoperchia un vaso di Pandora: dietro la morte della giovane donna si cela un bieco e insulso giro di prostituzione.

Se in un’aula universitaria dovessi spiegare quale sia la differenza tra un giallo, un poliziesco classico e un noirVenere privata sarebbe il romanzo paradigmatico, esemplare, per spiegarlo, a causa di almeno due elementi.

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“De las armas y las letras”: la penna come arma da Cervantes ai poeti antifascisti della Guerra Civile Spagnola

Che la penna possa essere usata come arma, che le parole possano essere a volte più incisive che la lama di un coltello, questo è un dato di fatto. Se così non fosse, non si spiegherebbe come mai ogni volta che un regime dittatoriale prende il potere, la prima cosa che fa è mettere in atto meccanismi di censura che gli permettano di controllare tutto ciò che viene stampato, su libri, riviste e quotidiani, nel Paese. Anche i regimi democratici, forse più subdolamente, tendono a fomentare quel fenomeno odioso che è l’autocensura. Ne è un esempio la nostra povera Italia: dopo il caso De Luca relativo al TAV Torino-Lione, quale altro scrittore oserà alzare la sua voce contro la faraonica opera ferroviaria?

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Quando il calcio sa anche di politica

Sabato 30 maggio 2015 si è giocata a Barcellona la finale di Coppa del Re. In campo la formazione di casa, il FC Barcelona, contro l’Athletic Bilbao, formazione basca dal glorioso passato. Basti pensare che le due compagini sono quelle che detengono il maggior numero di Coppe del Re.

Lo stadio Camp Nou ha regalato ancora una volta uno spettacolo coreografico da brividi e un gol di Messi da cineteca. Prima del fischio d’inizio la parte di stadio che ospitava i tifosi dell’Athletic si è letteralmente dipinta di biancorosso, i colori sociali, sui quali è comparsa la scritta nera ATHLETIC. Sto parlando di un’intera curva del Camp Nou, che fa parecchie migliaia di posti. Sul lato opposto, invece, i tifosi catalani hanno proposto la frase FENT HISTORIA(“facendo la storia”), su sfondo blaugrana. Il tutto incorniciato da due enormi bandiere della Catalogna. (altro…)

In questo sperduto Far West che ci ostiniamo a chiamare Milano

Torna in libreria il trio noir Besola-Ferrari-Gallone. Dopo il successo di Operazione Madonnina e il poco convincenteOperazione Rischiatutto, con Il colosso di Corso Lodi i tre autori milanesi si mettono su binari meno scivolosi dei precedenti, con una storia che vede come investigatori il commissario Malaspina e il giornalista di nera in congedo Dino Lazzati, detto Fernet. Vanno momentaneamente in panchina Angelo, Lorenzo e Osvaldo, i tre delinquenti degni de I soliti ignoti che avevano animato i primi due romanzi.
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1914-2014. Un secolo dopo le “Meditaciones del Quijote”

Il 2014 è l’anno in cui si ricorda il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Si tratta dell’evento storico di cui la mia generazione è pronipote, perché a vivere e combattere quel conflitto, che segnò la fine di un’epoca e l’irruzione della modernità nella vita quotidiana di allora, furono i nostri bisnonni, nati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Ciononostante, vi è almeno un Paese in Europa che quest’anno non sarà impegnato nelle celebrazioni. O almeno non lo sarà direttamente. Si tratta della Spagna che in quell’occasione si dichiarò neutrale, per ragioni diverse da quelle che la portarono alla stessa scelta nel 1939 quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Se in questo caso vi erano ragioni logiche -il Paese usciva da tre anni di guerra civile che lo devastarono e che terminarono con una dittatura-, nel 1914 era più che altro una sostanziale estraneità alle questioni europee, complice la posizione periferica, a mantenere la Spagna fuori dalla contesa bellica. Inoltre, nel 1898 era calato il sipario sull’Impero coloniale con la sconfitta nei Caraibi contro la flotta degli Stati Uniti e la conseguente perdita di Cuba. Gli strascichi di quello che in Spagna fu un vero e proprio shock erano ancora ben tangibili alla metà degli anni ’10 del XX secolo.

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Quel sottile confine tra realtà e finzione: “A Milano si muore così” di Adele Marini

Non-fictional novel. Così Adele Marini definisce A Milano si muore così, sua ultima fatica da qualche mese in libreria per i tipi di Fratelli Frilli. Non-fictional significa che quello che viene raccontato è in gran parte vero, forse inventato in alcuni dettagli, in sfumature che possono anche sfuggire al lettore. Ma Adele Marini non mente. E la differenza tra inventare e mentire, per quanto sottile, è significativa quando si parla di letteratura, di realismo, di una forma di scrittura a cavallo tra la fiction e la realtà. L’epoca in cui viviamo ha visto una sempre maggiore tendenza nel romanzo realista a eliminare la finzione, metterla in un angolo per concentrarsi sulla realtà; questa nuova forma di scrittura utilizza, però, gli strumenti della creazione letteraria per pulire la prosa dell’asetticità del saggio, per renderla più incisiva e accattivante, per guardare al mondo da una prospettiva diversa che induca il lettore a una nuova lettura della realtà che lo circonda. (altro…)

Il valore di essere uomo. Omaggio ad Antonio Machado

Nadie es más que nadie, porque -y éste es el más hondo sentido de la frase- , por mucho que valga un hombre, nunca tendrá valor más alto que el valor de ser hombre.
Antonio Machado scrive queste parole nel 1936, quando la Guerra Civile è appena iniziata e Madrid si prepara ad una lunga resistenza. Siamo all’inizio di quel succedersi di eventi storici che culminano con la II Guerra Mondiale e l’Olocausto nazista; inevitabile quindi intravedere una relazione, suggestiva più che reale, con i versi di Primo Levi: “Considerate se questo è un uomo”. Dubito che lo scrittore torinese conoscesse il volumetto La guerra di Antonio Machado, ultima pubblicazione in vita del poeta sivigliano. Ciononostante, è innegabile che la temperie storica e l’esperienza che li travolse, seppur considerando le dovute differenze, fu inenarrabile, ineffabile, ancorata a quella dimensione del linguaggio che è difficile da rendere intellegibile.

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Barcellona 75 anni dopo (1939-2014)

Il 26 gennaio del 1939 Barcellona si arrendeva di fronte all’esercito di Francisco Franco. Potrebbe iniziare con oggi la “celebrazione” del settantacinquesimo anniversario della fine della Guerra Civile Spagnola. Anniversario che molto suggestivamente coincide con il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale e, quindi, con l’evento storico che è universalmente riconosciuto come il primo grande cataclisma del XX secolo. Il Novecento, centuria di guerre massacranti e teatro di una serie di Olocausti impensabili per una società ormai interamente consacrata alla modernità e al progresso. Un secolo dal quale facciamo grande fatica ad uscire.

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Discorso scientifico e discorso letterario. Riflessioni a partire da “Giocati dal caso” di Nassim N. Taleb

Uno dei testi la cui lettura restituisce una piacevole sensazione di pace, seppur criticabile in alcune parti, è Giocati dal caso di Nassim N. Taleb (Il Saggiatore, 2013; prima edizione 2003).

 La prosa del trader libanese è lucida e le sue argomentazioni sono supportate da una ferrea logica, atta a semplificare piuttosto che a complicare. Ciononostante, nel suo percorso all’interno del caos, Taleb tende a semplificare troppo, incorrendo nella generalizzazione. Un esempio abbastanza eloquente è contenuto nel capitolo 4, dove l’autore cerca di dimostrare come il discorso letterario e quello scientifico si distinguano per il fatto che il primo può essere riprodotto da un simulatore casuale di frasi grammaticalmente corrette -il simulatore Montecarlo-, e precedentemente programmato, mentre il secondo, per la sua pretesa di logicità e verificabilità, sarebbe l’espressione più coerente della ragione umana. Taleb porta a esempio il discorso critico di Jacques Derrida e quello filosofico più oscuro di Hegel. Queste sarebbero prove sufficienti, secondo l’autore, a dimostrare la superiorità (etica?, morale?, scientifica?) del discorso scientifico su quello letterario.
Da un lato Taleb ha ragione da vendere. Derrida è forse un esempio tra i più lampanti della capacità dell’uomo di complicarsi inutilmente la vita, con speculazioni che ben poco hanno a che vedere con il reale. O se qualche attinenza con il mondo terreno ce l’hanno, allora sono argomentate con un linguaggio troppo criptico per essere decifrato anche da esperti di critica e teoria letteraria.
In Forme di storia (Carocci, 2006), Hayden White ha speso molte delle sue energie per cercare di dimostrare che la pretesa di scientificità di una disciplina come la storia è del tutto infondata. Lo ha fatto principalmente attraverso l’analisi del discorso storico, provando che è più simile a quello figurativo che non a quello di una c.d. scienza dura; ciò significa che il discorso storico è un discorso narrativo che si nutre di fatti verificabili attraverso le fonti, ma anche di una ricostruzione creativa da parte dello storico che, nei casi in cui ci siano lacune nelle fonti, procede col colmarle attraverso induzioni. Nonostante si basino su dati reali, queste rimangono pur sempre nel campo delle ipotesi. Ho recentemente utilizzato le teorie di White per dimostrare l’esistenza di una componente narrativa ne L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia (in Todomodo, vol. 2, 2012, pp. 215-230).
Quindi, dove sbaglia Taleb? Taleb sbaglia nel considerare tutta la critica letteraria come inerente o derivante da Derrida e dalla produzione più oscura di Hegel (alcune pagine dell’Estetica hegeliana, al contrario, sono di una chiarezza disarmante). Per fortuna, infatti, il discorso letterario è anche fatto dei saggi di critici eccellenti come, per esempio, George Steiner e Harold Bloom, che semplicemente considerano la loro disciplina per quello che è: non una scienza, ma l’interpretazione di uno dei volti della creatività e della fantasia umana. Del resto la stessa matematica, la più pura tra le scienze, si nutre, in parte, degli stessi fattori, ma con obiettivi diversi e opposti.
Il genio di Dante e quello di Alan Turing sono comparabili, certo, ma vanno in direzioni opposte. Come Dante non avrebbe mai potuto progettare un calcolatore, Turing non sarebbe mai stato in grado di scrivere La Commedia. Infine, Taleb pare non considerare che il Rinascimento italiano diede vita ad alcuni geni assoluti, come Leonardo, che riuscirono ad esprimere il massimo del rigore scientifico e il massimo della creatività artistica e letteraria.
Probabilmente Taleb confonde la correttezza grammaticale con il senso compiuto di una frase: sostenere che la frase: “L’albero è un animale”, sia grammaticalmente corretta non equivale a sostenere che abbia senso. In Dire quasi la stessa cosa (Bompiani, 2003), Umberto Eco dimostrò ampiamente che la traduzione automatica, eseguita con software in grado di comprendere diverse combinazioni linguistiche, è altamente fallibile, in quanto il computer non è affatto intelligente (cosa che ripete più volte anche Taleb nel suo libro): spesso restituisce frasi grammaticalmente corrette, ma incoerenti. Probabilmente, quindi, il trader libanese non sopporta il fatto di non riuscire a capire alcuni discorsi letterari estremamente complessi, per i quali è richiesto una grado di specializzazione molto alto.
In ultima analisi, al trader sfugge il fatto che come la matematica pura non è accessibile a tutti (a me per primo), anche la critica letteraria più astratta non è affare per tutti. Questo fastidio Taleb lo prova, probabilmente, perché parte dal presupposto – errato – che per il solo fatto di essere un buon matematico e avere un buon dominio dei numeri e della logica, allora possa ritenersi in grado di avere le chiavi di accesso a ogni ambito dell’ingegno umano.
Pubblicato su Critica Letteraria il 26/10/2013