Un canto alla libertà universale: “Un uomo”, di Oriana Fallaci

Nel 2002 un mio compagno di classe decise di scrivere la tesina per la maturità attorno alla figura di Oriana Fallaci. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale Statale “G. Ferraris” di Savona e andavamo, in quell’estate di 15 anni fa, a diventare periti capotecnici in elettronica e telecomunicazioni. Figurarsi: Oriana Fallaci, oltre al mio compagno, la conoscevamo in tre su diciotto e tutti per quelLa rabbia e l’orgoglio scritto all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, non certo il libro migliore della scrittrice fiorentina. Chiesi a Emiliano, questo il nome del mio compagno, perché Oriana Fallaci. La sua risposta fu lapidaria: “Leggi Un uomo”. Lì per lì non ci feci molto caso, raccolsi qualche informazione sul testo, mi chiesi “ma chi era sto Panagulis?”, e dimenticai tutto per vivere quella che doveva essere la migliore estate della mia vita e che poi si rivelò essere una delle più piatte e prive di emozioni. (altro…)

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Naufragio

Il racconto di oggi è stato scritto quando vivevo a Siena, circa dieci anni fa. Risente dell’atmosfera che si respirava nella piccola città toscana e delle letture del periodo, più filosofiche che letterarie. È stato pubblicato su “Racconti Scontati” il 28 ottobre 2016.

 

A sognatori e naufraghi,
uomini liberi, abitanti di
un mondo in cui si perdono
alla ricerca di un senso
nascosto tra le soste e i pericoli
di un viaggio infinito

“Da una settimana mi ripeto nella mente L’Infinito di Leopardi e penso a cosa possa essere l’infinito: esso attraversa in un sol balzo molta parte della letteratura e della scienza. Da un lato la letteratura prova a figurarlo, a riprodurlo attraverso i suoi strumenti più svariati e le sue metafore più o meno adeguate. Dall’altro la matematica, scienza, tra le diverse scienze, cui sono più legato, cerca di dare una cifra, anch’essa ricorrendo ai suoi molteplici strumenti: un numero per questa (non)-quantità. Per ora, le uniche cose di cui son certo, le uniche che mi sembrano che si avvicinino di più alla figurazione dell’infinito —che sfuma nell’indefinito— sono la poesia di Leopardi e un simbolo: ∞. Decisamente troppo poco.” (altro…)

Marco

Inauguro oggi una nuova sezione di questo blog, quella dei racconti. Iniziamo con qualcosa di molto vecchio, qualcosa scritto quando i blog non esistevano, o almeno io non sapevano che esistessero. Ha riposato quasi vent’anni in una cartella, passando di computer in computer, fino a quando non è stato pubblicato su Racconti Scontati il 27 luglio 2016. 

 

A U. A., non ti abbiamo dimenticato

Savona, ottobre 1997

Marco è alla stazione del treno di Savona. Indossa una tuta grigia e scarpe da ginnastica bianche. Ha il volto tirato, sulla guancia destra il cerone si sta lentamente sciogliendo sotto il sale dell’ultima lacrima. Biondo, occhi verdi, un metro e settanta. Forma fisica perfetta e diciannove anni spesi a farsi inutilmente comprendere dal resto del mondo. Si avvicina al telefono pubblico vicino alla biglietteria, nell’atrio principale della stazione. Inserisce una moneta e digita un numero.
– Pronto?
– Buonasera signora Brenno, sono Marco.
– Ciao Marco, ti passo Luca.
– Pronto?-, la voce del giovane è lieve e confortante. Ha quindici anni, ma è solo un dato anagrafico.
– Luca, sono Marco.
– Marco, ciao, che succede?
– Non ce la faccio più. Volevo salutarti.
– Marco ma che cosa stai dicendo?
– Quello che senti: sono stanco e mi andava di salutarti.
– Ok, Marco. Ora calmati. Domani è domenica, cosa ne dici se ci vediamo per andare a pattinare?
– Non posso, ma grazie. Ci vediamo lunedì -. E riattacca senza dare il tempo a Luca di rispondere. (altro…)

Un appunto a proposito di “7-7-2007” di Antonio Manzini

Arrivo a leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini con colpevole ritardo e senza aver visto neanche un secondo della fiction Rai sul vicequestore Schiavone andata in onda lo scorso autunno. Devo anche confessare un secondo peccato: di Manzini ho solo letto i cinque racconti con protagonista il poliziotto di Trastevere e nessuno dei romanzi che hanno preceduto questo. Ma alla fine è un bene perché le cinque narrazioni brevi danno quelle tre, quattro coordinate che permettono al lettore di orientarsi senza troppe difficoltà e non anticipano nulla. Si arriva preparati, insomma, sapendo che Marina è morta a seguito di un’indagine di Schiavone; si sa che il vicequestore è stato trasferito ad Aosta per ragioni politiche; si conoscono i tre amici di una vita di Rocco, ovvero Furio, Bizio e Seba e le loro attività illecite; e si conosce Roma, quella Roma anti-ufficiale e trasteverina che illumina e fa da personaggio aggiunto a tutta la serie.

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“La verità è sofferenza”: intervista con Alessandro Bastasi

Alessandro Bastasi, veneto di nascita e milanese di adozione, mi “accoglie” nella sua quotidianità un pomeriggio d’inizio primavera. La distanza Barcellona-Milano viene magistralmente colmata da Skype, che ci regala l’illusione di stare nella stessa stanza. Con Alessandro condividiamo l’editore e forse per questo l’atmosfera è quella di una chiacchierata informale tra colleghi. Autore di diversi romanzi noir e racconti, con un passato di attore teatrale, Bastasi è in libreria da qualche mese con Morte a S. Siro, seconda pubblicazione personale per i tipi della F.lli Frilli Editori, che atterra negli scaffali italiani a un anno circa di distanza da Era la Milano da bere (F.lli Frilli Ed., 2016).

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Di cosa parliamo quando parliamo di noir

Propongo la versione completa del dialogo tra il sottoscritto e il collega Nicola Campostori pubblicato in due puntate su Critica Letteraria tra gennaio e febbraio 2017.

NICOLA CAMPOSTORI: Qualche tempo fa Alessio Piras, col quale condivido il ruolo di redattore per Critica Letteraria, mi scrisse a proposito di un commento che avevo pubblicato riguardo a La città dell’oblio di René Frégni: le mie considerazioni sul noir avevano stimolato in lui curiosità e voglia di confrontarsi sul tema. Piras ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Discipline Umanistiche presso l’Università di Pisa. Attualmente è membro di un gruppo di ricerca dell’Universitat Autònoma di Barcellona, traduttore free-lance e scrittore. Dopo aver letto il suo romanzo d’esordio, Omicidio in Piazza Sant’Elena (F.lli Frilli Editori, 2016), gli ho posto alcune domande ed è cominciato uno scambio di mail nel quale abbiamo riflettuto assieme sul noir. (altro…)

L’uomo che sapeva troppo: “Snowden” di Oliver Stone

Quando, tre anni fa, scoppiò il caso Snowden la copertura in Italia fu quella tipica di un Paese piccolo e provinciale che occupa la maggior parte del suo tempo a guardare dentro i propri confini. Non era passato molto tempo da Wikileaks, né si può affermare che al caso non si sia data copertura, ma di certo non venne fornita quella copertura che avrebbe meritato un simile affaire. Del resto, non è un caso che Ed Snowden, quando decise di svelare al mondo la sua verità, scelse The Guardian, un quotidiano che, come è normale in un Paese civile, apre con la cronaca internazionale. In Italia, forse, La Repubblica e, in misura minore, Il fatto quotidiano e La Stampa coprirono la vicenda per più di una settimana con aggiornamenti quotidiani. (altro…)

Il ritorno di Bacci Pagano: “Fragili verità” di Bruno Morchio

Dopo due anni da Un conto aperto con la morte (Garzanti, 2014), torna in libreria Bruno Morchio con una nuova avventura di Bacci Pagano, il detective ratto dei carruggi e analfabeta dei sentimenti protagonista della quasi totalità dell’opera narrativa morchiana. E torna con una storia che in parte rinnova la serie Pagano dandole uno slancio vitale rispetto agli ultimi due romanzi (oltre a quello appena citato, si veda Lo spaventapasseri), strettamente connessi l’uno all’altro, che avevano fatto temere molti lettori che la saga fosse giunta al termine, complice anche l’uscita de Il testamento del greco per i tipi di Rizzoli nel 2015.

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Alle origini del noir italiano. “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco

C’è stato un momento nella storia della letteratura italiana in cui il giallo è diventato nero. Un momento in cui le copertine dei gialli Mondadori, che dagli anni ’20 del Novecento avevano dato colore e nome al poliziesco italiano, avrebbero dovuto scalfirsi del noir delle atmosfere che Giorgio Scerbanenco stava ricreando sulla pagina del primo romanzo della serie Lamberti, Venere Privata.

Siamo negli anni ’60 del Novecento, in pieno boom economico e nell’unica, vera, metropoli internazionale che l’Italia abbia mai conosciuto: Milano. Un medico radiato e appena uscito di galera dopo un’accusa di eutanasia, Duca Lamberti, viene assoldato da un ricco imprenditore di provincia per fare la guardia al figlio alcolizzato, Davide, e fargli perdere il vizio del bicchiere facile. Se per il padre di Davide l’alcolismo era banale immaturità, Duca capisce che dietro la bottiglia di whiskey si nasconde un malessere ben più profondo: il ragazzone è corroso dal senso di colpa per non aver evitato la morte di una giovane donna, Alberta Radelli. Lamberti inizia a indagare, coadiuvato dalla polizia del commissariato di via Fatebenefratelli, e non si dà pace fino a quando non scopre la verità e scoperchia un vaso di Pandora: dietro la morte della giovane donna si cela un bieco e insulso giro di prostituzione.

Se in un’aula universitaria dovessi spiegare quale sia la differenza tra un giallo, un poliziesco classico e un noirVenere privata sarebbe il romanzo paradigmatico, esemplare, per spiegarlo, a causa di almeno due elementi.

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“De las armas y las letras”: la penna come arma da Cervantes ai poeti antifascisti della Guerra Civile Spagnola

Che la penna possa essere usata come arma, che le parole possano essere a volte più incisive che la lama di un coltello, questo è un dato di fatto. Se così non fosse, non si spiegherebbe come mai ogni volta che un regime dittatoriale prende il potere, la prima cosa che fa è mettere in atto meccanismi di censura che gli permettano di controllare tutto ciò che viene stampato, su libri, riviste e quotidiani, nel Paese. Anche i regimi democratici, forse più subdolamente, tendono a fomentare quel fenomeno odioso che è l’autocensura. Ne è un esempio la nostra povera Italia: dopo il caso De Luca relativo al TAV Torino-Lione, quale altro scrittore oserà alzare la sua voce contro la faraonica opera ferroviaria?

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