Quando il calcio sa anche di politica

Sabato 30 maggio 2015 si è giocata a Barcellona la finale di Coppa del Re. In campo la formazione di casa, il FC Barcelona, contro l’Athletic Bilbao, formazione basca dal glorioso passato. Basti pensare che le due compagini sono quelle che detengono il maggior numero di Coppe del Re.

Lo stadio Camp Nou ha regalato ancora una volta uno spettacolo coreografico da brividi e un gol di Messi da cineteca. Prima del fischio d’inizio la parte di stadio che ospitava i tifosi dell’Athletic si è letteralmente dipinta di biancorosso, i colori sociali, sui quali è comparsa la scritta nera ATHLETIC. Sto parlando di un’intera curva del Camp Nou, che fa parecchie migliaia di posti. Sul lato opposto, invece, i tifosi catalani hanno proposto la frase FENT HISTORIA(“facendo la storia”), su sfondo blaugrana. Il tutto incorniciato da due enormi bandiere della Catalogna. (altro…)

In questo sperduto Far West che ci ostiniamo a chiamare Milano

Torna in libreria il trio noir Besola-Ferrari-Gallone. Dopo il successo di Operazione Madonnina e il poco convincenteOperazione Rischiatutto, con Il colosso di Corso Lodi i tre autori milanesi si mettono su binari meno scivolosi dei precedenti, con una storia che vede come investigatori il commissario Malaspina e il giornalista di nera in congedo Dino Lazzati, detto Fernet. Vanno momentaneamente in panchina Angelo, Lorenzo e Osvaldo, i tre delinquenti degni de I soliti ignoti che avevano animato i primi due romanzi.
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1914-2014. Un secolo dopo le “Meditaciones del Quijote”

Il 2014 è l’anno in cui si ricorda il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Si tratta dell’evento storico di cui la mia generazione è pronipote, perché a vivere e combattere quel conflitto, che segnò la fine di un’epoca e l’irruzione della modernità nella vita quotidiana di allora, furono i nostri bisnonni, nati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Ciononostante, vi è almeno un Paese in Europa che quest’anno non sarà impegnato nelle celebrazioni. O almeno non lo sarà direttamente. Si tratta della Spagna che in quell’occasione si dichiarò neutrale, per ragioni diverse da quelle che la portarono alla stessa scelta nel 1939 quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Se in questo caso vi erano ragioni logiche -il Paese usciva da tre anni di guerra civile che lo devastarono e che terminarono con una dittatura-, nel 1914 era più che altro una sostanziale estraneità alle questioni europee, complice la posizione periferica, a mantenere la Spagna fuori dalla contesa bellica. Inoltre, nel 1898 era calato il sipario sull’Impero coloniale con la sconfitta nei Caraibi contro la flotta degli Stati Uniti e la conseguente perdita di Cuba. Gli strascichi di quello che in Spagna fu un vero e proprio shock erano ancora ben tangibili alla metà degli anni ’10 del XX secolo.

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Quel sottile confine tra realtà e finzione: “A Milano si muore così” di Adele Marini

Non-fictional novel. Così Adele Marini definisce A Milano si muore così, sua ultima fatica da qualche mese in libreria per i tipi di Fratelli Frilli. Non-fictional significa che quello che viene raccontato è in gran parte vero, forse inventato in alcuni dettagli, in sfumature che possono anche sfuggire al lettore. Ma Adele Marini non mente. E la differenza tra inventare e mentire, per quanto sottile, è significativa quando si parla di letteratura, di realismo, di una forma di scrittura a cavallo tra la fiction e la realtà. L’epoca in cui viviamo ha visto una sempre maggiore tendenza nel romanzo realista a eliminare la finzione, metterla in un angolo per concentrarsi sulla realtà; questa nuova forma di scrittura utilizza, però, gli strumenti della creazione letteraria per pulire la prosa dell’asetticità del saggio, per renderla più incisiva e accattivante, per guardare al mondo da una prospettiva diversa che induca il lettore a una nuova lettura della realtà che lo circonda. (altro…)

Il valore di essere uomo. Omaggio ad Antonio Machado

Nadie es más que nadie, porque -y éste es el más hondo sentido de la frase- , por mucho que valga un hombre, nunca tendrá valor más alto que el valor de ser hombre.
Antonio Machado scrive queste parole nel 1936, quando la Guerra Civile è appena iniziata e Madrid si prepara ad una lunga resistenza. Siamo all’inizio di quel succedersi di eventi storici che culminano con la II Guerra Mondiale e l’Olocausto nazista; inevitabile quindi intravedere una relazione, suggestiva più che reale, con i versi di Primo Levi: “Considerate se questo è un uomo”. Dubito che lo scrittore torinese conoscesse il volumetto La guerra di Antonio Machado, ultima pubblicazione in vita del poeta sivigliano. Ciononostante, è innegabile che la temperie storica e l’esperienza che li travolse, seppur considerando le dovute differenze, fu inenarrabile, ineffabile, ancorata a quella dimensione del linguaggio che è difficile da rendere intellegibile.

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Barcellona 75 anni dopo (1939-2014)

Il 26 gennaio del 1939 Barcellona si arrendeva di fronte all’esercito di Francisco Franco. Potrebbe iniziare con oggi la “celebrazione” del settantacinquesimo anniversario della fine della Guerra Civile Spagnola. Anniversario che molto suggestivamente coincide con il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale e, quindi, con l’evento storico che è universalmente riconosciuto come il primo grande cataclisma del XX secolo. Il Novecento, centuria di guerre massacranti e teatro di una serie di Olocausti impensabili per una società ormai interamente consacrata alla modernità e al progresso. Un secolo dal quale facciamo grande fatica ad uscire.

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Discorso scientifico e discorso letterario. Riflessioni a partire da “Giocati dal caso” di Nassim N. Taleb

Uno dei testi la cui lettura restituisce una piacevole sensazione di pace, seppur criticabile in alcune parti, è Giocati dal caso di Nassim N. Taleb (Il Saggiatore, 2013; prima edizione 2003).

 La prosa del trader libanese è lucida e le sue argomentazioni sono supportate da una ferrea logica, atta a semplificare piuttosto che a complicare. Ciononostante, nel suo percorso all’interno del caos, Taleb tende a semplificare troppo, incorrendo nella generalizzazione. Un esempio abbastanza eloquente è contenuto nel capitolo 4, dove l’autore cerca di dimostrare come il discorso letterario e quello scientifico si distinguano per il fatto che il primo può essere riprodotto da un simulatore casuale di frasi grammaticalmente corrette -il simulatore Montecarlo-, e precedentemente programmato, mentre il secondo, per la sua pretesa di logicità e verificabilità, sarebbe l’espressione più coerente della ragione umana. Taleb porta a esempio il discorso critico di Jacques Derrida e quello filosofico più oscuro di Hegel. Queste sarebbero prove sufficienti, secondo l’autore, a dimostrare la superiorità (etica?, morale?, scientifica?) del discorso scientifico su quello letterario.
Da un lato Taleb ha ragione da vendere. Derrida è forse un esempio tra i più lampanti della capacità dell’uomo di complicarsi inutilmente la vita, con speculazioni che ben poco hanno a che vedere con il reale. O se qualche attinenza con il mondo terreno ce l’hanno, allora sono argomentate con un linguaggio troppo criptico per essere decifrato anche da esperti di critica e teoria letteraria.
In Forme di storia (Carocci, 2006), Hayden White ha speso molte delle sue energie per cercare di dimostrare che la pretesa di scientificità di una disciplina come la storia è del tutto infondata. Lo ha fatto principalmente attraverso l’analisi del discorso storico, provando che è più simile a quello figurativo che non a quello di una c.d. scienza dura; ciò significa che il discorso storico è un discorso narrativo che si nutre di fatti verificabili attraverso le fonti, ma anche di una ricostruzione creativa da parte dello storico che, nei casi in cui ci siano lacune nelle fonti, procede col colmarle attraverso induzioni. Nonostante si basino su dati reali, queste rimangono pur sempre nel campo delle ipotesi. Ho recentemente utilizzato le teorie di White per dimostrare l’esistenza di una componente narrativa ne L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia (in Todomodo, vol. 2, 2012, pp. 215-230).
Quindi, dove sbaglia Taleb? Taleb sbaglia nel considerare tutta la critica letteraria come inerente o derivante da Derrida e dalla produzione più oscura di Hegel (alcune pagine dell’Estetica hegeliana, al contrario, sono di una chiarezza disarmante). Per fortuna, infatti, il discorso letterario è anche fatto dei saggi di critici eccellenti come, per esempio, George Steiner e Harold Bloom, che semplicemente considerano la loro disciplina per quello che è: non una scienza, ma l’interpretazione di uno dei volti della creatività e della fantasia umana. Del resto la stessa matematica, la più pura tra le scienze, si nutre, in parte, degli stessi fattori, ma con obiettivi diversi e opposti.
Il genio di Dante e quello di Alan Turing sono comparabili, certo, ma vanno in direzioni opposte. Come Dante non avrebbe mai potuto progettare un calcolatore, Turing non sarebbe mai stato in grado di scrivere La Commedia. Infine, Taleb pare non considerare che il Rinascimento italiano diede vita ad alcuni geni assoluti, come Leonardo, che riuscirono ad esprimere il massimo del rigore scientifico e il massimo della creatività artistica e letteraria.
Probabilmente Taleb confonde la correttezza grammaticale con il senso compiuto di una frase: sostenere che la frase: “L’albero è un animale”, sia grammaticalmente corretta non equivale a sostenere che abbia senso. In Dire quasi la stessa cosa (Bompiani, 2003), Umberto Eco dimostrò ampiamente che la traduzione automatica, eseguita con software in grado di comprendere diverse combinazioni linguistiche, è altamente fallibile, in quanto il computer non è affatto intelligente (cosa che ripete più volte anche Taleb nel suo libro): spesso restituisce frasi grammaticalmente corrette, ma incoerenti. Probabilmente, quindi, il trader libanese non sopporta il fatto di non riuscire a capire alcuni discorsi letterari estremamente complessi, per i quali è richiesto una grado di specializzazione molto alto.
In ultima analisi, al trader sfugge il fatto che come la matematica pura non è accessibile a tutti (a me per primo), anche la critica letteraria più astratta non è affare per tutti. Questo fastidio Taleb lo prova, probabilmente, perché parte dal presupposto – errato – che per il solo fatto di essere un buon matematico e avere un buon dominio dei numeri e della logica, allora possa ritenersi in grado di avere le chiavi di accesso a ogni ambito dell’ingegno umano.
Pubblicato su Critica Letteraria il 26/10/2013

Versi per Genova: “Litania” di Caproni commentata da Patrizia Traverso e Luigi Surdich

Il lettore mi perdonerà, spero, se in questa mia disamina mi lascerò prendere dalla nostalgia.
Da genovese ho sempre nutrito un’attrazione particolare nei confronti di Giorgio Caproni, che genovese non era, ma che ha amato e rimato Genova come nessun altro. I versi che il poeta livornese ha dedicato alla sua patria adottiva sono tanti, e meriterebbero forse un bel saggio che li raccogliesse e commentasse, a suggello di un andare poetico che ha fatto del capoluogo ligure un tema importante. Se si potesse parlare un giorno di capronismo, certamente Genova ne sarebbe un elemento cardine. Mi tolgo immediatamente lo sfizio di rivelare al lettore quali sono i versi, tra quelli che Caproni dedica a Genova, che preferisco:

Quando mi sarò deciso

d’andarci, in paradiso

ci andrò con l’ascensore

di Castelletto, nelle ore

notturne, rubando un poco

di tempo al mio riposo. (L’ascensore)

La poesia, scolpita all’ingresso dell’ascensore che porta alla Spianata Castelletto, nel pieno centro della città, mette in risalto uno degli aspetti più suggestivi di Genova, chiusa tra mare e monti: la verticalità, che si traduce in strette vie che dalla collina scendono ripidissime verso il mare. Sono le creuze, come quella cantata da Fabrizio De André in Creuza de ma. E questo aspetto non sfugge al poeta nemmeno in Litania («Genova verticale,/ vertigine, aria, scale» [vv. 7-8]), lungo poema di 182 versi che si dipana in una serie di distici che, nel loro reiterare la parola Genova, sembrano voler riprodurre la cantilena mugugnona e pietosa della parlata ligure.

Su questo lungo poema è appena uscito per i tipi de Il Canneto editore un libro di Patrizia Traverso e Luigi Surdich dal titolo Genova, ch’è tutto dire.

Il testo si presenta come commento fotografico dei distici caproniani, in un percorso che mette insieme la dotta esegesi di un italianista tra i migliori in circolazione e una fotografa dall’occhio magnetico, in grado di catturare l’istante, anzi gli istanti, di una città in continuo movimento.

La Genova di Caproni, avvertono in prefazione gli autori, è una Genova di molti anni fa e il contrasto con l’immagine contemporanea non solo è voluto, ma è anche ricercato; ciononostante, Genova, seppure fremente come ogni porto di mare, è città immobile che resiste al cambiamento. Così ancora oggi le suggestioni del giovane Caproni degli anni ’40 trovano un riscontro immediato nelle mie e in quelle di chiunque decida di trascorrere nel capoluogo ligure un certo periodo della propria vita: l’attrazione, fatale e inspiegabile, per i caruggi (o carruggi, con r geminata), i vicoli, La città vecchia: «Genova che mi struggi./ Intestini. Carruggi» (vv. 33-34).

Ma se De Andrè sembrava attratto quasi unicamente dal nucleo antico della città (durante un concerto a Roma dichiarò a tal proposito di «avere pochissime idee, in compenso fisse»), Caproni ama uscire dal caos e dalla soffocante vitalità dei vicoli e godere dell’aria e del panorama dei quartieri collinari della città: «Genova tutta tetto./ Macerie. Castelletto. // Genova d’aerei fatti./ Albaro. Borgoratti» (vv. 29-32). Luigi Surdich sottolinea giustamente il contrasto che si crea in entrambi i distici: “Nella logica dei contrasti che governa gran parte dei distici della poesia, Caproni contrappone il desolato richiamo agli effetti terribili della guerra (le macerie) alla nominazione di un quartiere della consolidata borghesia genovese, Castelletto.” (42) La guerra che colpì e distrusse Genova profondamente, aprendo ferite che sopravvivono nei ricordi dei testimoni dell’epoca e dei loro figli e nipoti che da sempre sentono raccontare le storie di quei giorni di follia e d’orrore.

Nel secondo distico il contrasto si genera tra due quartieri collinari, Borgaratti e Albaro, il primo popolare e il secondo residenza della borghesia nuova, a cui Caproni, come prontamente segnala Surdich, aveva dedicato a suo tempo due poesie distinte, Borgoratti in Come un’allegoria e Albaro in Il franco cacciatore.

La Genova di Caproni è anche, anzi soprattutto, una Genova di mare, perché del mare la città è parte: «Genova e così sia,/ mare in un’osteria» (vv. 35-36). Questa città, che di mare odora e si assapora, ce la restituiscono in gran parte le fotografie di Patrizia Traverso, un vero e proprio commento fotografico alla Litania caproniana. A pagina 36, il distico «Genova da intravedere,/ mattoni, ghiaia, scogliere» (vv. 23-24), è affiancato da un’immagine che non può che richiamare al lettore la celebre canzone di De Andrè Il pescatore: un uomo intento a pescare su una scogliera ha di fronte a sé un mare popolato di gabbiani, spoglio all’orizzonte di navi da crociera o mercantili. Il lettore non deve però leggere le componenti di questo testo (immagine, verso e commento) separatamente. Le tre vertenze convergono e restituiscono un tutto omogeneo e coerente, a tal punto da non sapere chi accompagna chi e dove.

Il grado più alto di questa convergenza viene raggiunto alle pagine 106-107, dedicate ai vv. 93-94: «Genova che non mi lascia./ Mia fidanzata. Bagascia», dove la fotografia della Traveso ritrae vico degli Angeli, una via stretta che congiunge la monumentale ed elegante via Garibaldi alla multietnica e angusta via della Maddalena. Sul lato sinistro del caruggio si intravedono figure femminili, prostitute in attesa dei loro clienti. Il contrasto che genera il secondo verso del distico è ricreato nell’immagine e spiegato nell’esegesi di Surdich: “Lo sconcertante contrasto appartiene al gioco di opposizione cui molti dei versi di Litania si consegnano. Ma la radicale antitesi trova forse giustificazione nella prospettiva di un immaginario femminile che, inteso a deresponsabilizzare l’uomo, proprio nelle due figure giustapposte al v. 94 identifica il referente”.

L’amore per la fidanzata si rifrange ed estende a quello per la città, una Genova che non pretende fedeltà e affetto, che scarica il suo amante di ogni vincolo morale, ma lo attrae in una trappola ben più pericolosa. Ancora una volta, al centro dell’universo caproniano, tornano i caruggi, come luogo magnetico e repulsivo allo stesso tempo. I vicoli diventano metafora di un amore che si estende all’intera città, un amore che porta il poeta, o il comune lettore, ad allontanarsi da Genova, ma allo stesso tempo a ritornarci, a sentirne una profonda nostalgia.

Questa oscillazione deriva essenzialmente dalle opposizioni che dominano il capoluogo ligure, in cui lo splendore di via Garibaldi, Patrimonio Unesco, si affaccia su un vero e proprio postribolo a cielo aperto: dalla luce e l’orizzonte infinito di Spianata Castelletto al buio infernale dei vicoli; dalla pace e la poesia di Boccadasse al caos di Piazzale Kennedy. La Litania di Caproni non poteva fare altro che cogliere e trasformare in verso questa ambiguità così affascinante, che Patrizia Traverso e Luigi Surdich riescono a immortalare, con linguaggi e strumenti diversi, in un testo che dà al lettore l’opportunità di leggere e conoscere una Genova nuova. Una Genova di contrasti. Genova, ch’è tutto dire.

Pubblicato su 24letture.ilsole24ore.com il 3 luglio 2013

La leggerezza del passero e della piuma: “L’uso della vita. 1968” di Romano Luperini

Alessandro Manzoni definiva il romanzo storico come «un componimento, nel quale deve entrare e la storia e la favola, senza che si possa né stabilire, né indicare in qual proporzione, in quali relazioni ci devono entrare».
Stando a questa definizione L’uso della vita. 1968 è un romanzo storico. La storia è quella dell’Italia del 1968 vista dal punto di vista di un giovane supplente di Lettere, Marcello, che si è da poco laureato all’Università di Pisa. L’azione si svolge in gran parte proprio nella città toscana, centro nevralgico -nella finzione narrativa- di un movimento di lotta e rivendicazione che dalla Francia investì l’Europa intera. La favola, per contro, è l’iniziazione alla vita del protagonista, vero e proprio eroe medio luckacsiano, che nel 1968 vive una serie di avvenimenti che segnano il suo passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Un passaggio che è doloroso e passa attraverso la prima esperienza sessuale, il carcere (con le sue regole interne come se fosse una società nella società), l’entusiasmo per la lotta collettiva e l’amara consapevolezza che le proprie azioni individuali, o di gruppo, non possono alterare gli equilibri del mondo.
 Marcello è un individuo come noi, un eroe prosaico, che si muove in un contesto storico sul quale ha un potere limitato. Al suo fianco due donne, Sandra e Ilaria, di cui è ugualmente innamorato e che avranno un ruolo determinante nella sua formazione alla vita. La prima gli farà conoscere l’amarezza del rifiuto, l’impossibilità di un amore dettata anche da un’ideologia che confonde vita pubblica e privata, dando un significato politico ai sentimenti. La seconda donna, Ilaria, inizierà Marcello al sesso in un turbinio di sensi e passione che, però, deve essere controllato altrimenti la sofferenza sarà ben più forte della leggerezza che l’atto sessuale implica.
Gli scontri con il padre, partigiano e iscritto al PCI, e la sua prematura dipartita metteranno l’eroe di fronte all’inevitabilità della morte, al lutto che toglie e lascia un vuoto. Per colmarlo Marcello terminerà l’ultima relazione che il padre stava scrivendo per l’ANPI trascorrendo nel suo studio un’intera notte e riavvicinandosi idealmente a quella figura paterna che, nonostante tutto, è sempre stata punto di riferimento e certezza; ora che non c’è più Marcello deve camminare da solo. Lo farà lottando tra le illusioni e le speranze dei suoi vent’anni e una nuova coscienza che sta emergendo. Questa consapevolezza lo fa dubitare dell’uso della violenza, della necessità della lotta armata. Inizia a prendere le distanze da alcuni suoi compagni e, complice la gravidanza di Ilaria, non sarà presente la notte di Capodanno alla Bussola di Viareggio quando una manifestazione anti-capitalista degenera in guerriglia urbana. La narrazione termina il primo gennaio 1969 e con essa sembra finire un’epoca. Il 1969 è l’anno della strage di Piazza Fontana a Milano e per il nostro Paese inizia una fase di scontri e tensione le cui conseguenze non sono ancora del tutto risolte.
Quel primo giorno dell’anno Marcello è a casa della madre, consapevole del fatto che dopo quel 1968 non sarà più lo stesso. La leggerezza della sua gioventù si era definitivamente persa con gli scontri della notte precedente e il ferimento di un suo studente del liceo -Soriano- costretto alla sedia a rotelle:
Marcello pensava alla leggerezza di Soriano, non era incerta né svagata, ma a suo modo decisa, orientata a una meta. L’aveva ritrovata in Ilaria, nei gesti e nei movimenti dei compagni, nelle facoltà occupate e davanti alle fabbriche, e persino in sé stesso. Ecco, l’uso formale della vita non era altro che questo. (138)
Il romanzo si chiude su Fortini, maestro e collega di Luperini a Siena, nell’ormai deceduta Facoltà di Lettere. Fortini che con D’Alema, Sofri e Della Mea è tra i personaggi storici che hanno partecipato al “maggio pisano” e sono entrati nel romanzo dialogando e interagendo con la finzione narrativa.
L’uso della vita. 1968 è tra i presentati al prossimo Premio Strega (vedremo se tra i 12 candidati). Non posso fare previsioni perché spesso le logiche dei premi letterari sono completamente diverse dalle mie nel valutare un romanzo. Quello di Luperini ha dalla sua scorrevolezza e capacità d’attrazione. Scritto con sapiente mestiere (quello del critico); strutturato in maniera ineccepibile e con personaggi perfettamente costruiti, risente forse del fatto che l’autore conosce troppo a fondo i meccanismi della finzione letteraria. Dal punto di vista formale L’uso della vita è perfetto e per questo si sente la mancanza dell’elemento creativo che fa fare a un romanzo il salto di qualità. Manca il tocco dell’artista. Eppure si fa leggere tutto d’un fiato perché la storia di Marcello è la nostra Storia, quella di tutti noi, dei nostri padri, zii e fratelli. È la Storia di un Paese che, per molti aspetti, non è ancora stata scritta se non dalla Letteratura che, in questo modo, assolve il suo compito più importante.
Pubblicato su Critica Letteraria, 16 aprile 2013.