Uncategorized

Un canto alla libertà universale: “Un uomo”, di Oriana Fallaci

Nel 2002 un mio compagno di classe decise di scrivere la tesina per la maturità attorno alla figura di Oriana Fallaci. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale Statale “G. Ferraris” di Savona e andavamo, in quell’estate di 15 anni fa, a diventare periti capotecnici in elettronica e telecomunicazioni. Figurarsi: Oriana Fallaci, oltre al mio compagno, la conoscevamo in tre su diciotto e tutti per quelLa rabbia e l’orgoglio scritto all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, non certo il libro migliore della scrittrice fiorentina. Chiesi a Emiliano, questo il nome del mio compagno, perché Oriana Fallaci. La sua risposta fu lapidaria: “Leggi Un uomo”. Lì per lì non ci feci molto caso, raccolsi qualche informazione sul testo, mi chiesi “ma chi era sto Panagulis?”, e dimenticai tutto per vivere quella che doveva essere la migliore estate della mia vita e che poi si rivelò essere una delle più piatte e prive di emozioni.

È stato solo di recente, e dopo un insistente consiglio di mia moglie, che ho letto, divorato e sudato Un uomo di Oriana Fallaci, un libro al quale, e non sta a me dirlo, non manca né avanza nulla: non una parola di più o di meno, non un’emozione di più o di meno. Apparentemente è la storia della prigionia e degli ultimi tre anni di vita di Alekos Panagulis, l’uomo che da solo osò sfidare la Giunta militare che tra il 1967 e il 1974 instaurò una feroce dittatura fascista in Grecia. Ma questa è la superficie: in realtà Un uomo è la storia di una donna, Oriana Fallaci, che scopre nell’amore incondizionato nei confronti di Panagulis una nuova dimensione di se stessa, un nuovo io abbastanza lontano dalla figura della giornalista in prima fila, sempre sul campo e sul pezzo, indipendente e autonoma donna in un universo professionale dominato dagli uomini.

Ma è anche, Un uomo, un canto universale alla libertà, alla giustizia, alla democrazia, all’utopia come obiettivo finale di un cammino che, nel suo divenire, comporta dolore e patimento. È una constatazione del fatto che la morte può essere un’arma sottile e ambigua: ti toglie di mezzo, ti cancella dal mondo, ma ti rende immortale. E quindi Alekos Panagulis non viene ammazzato, la sentenza di morte non viene eseguita, durante il regime. Lì viene, o ci provarono, annichilito, disumanizzato, inaridito, inutilmente. Nel carcere di Boiati, in una cella di pochi metri quadrati, senza finestre né ritirata, Panagulis si mantiene vivo con la poesia, con la letteratura, la matematica: un tentativo di soluzione del teorema di Fermat viene confuso dai suoi carcerieri con un messaggio in codice. Alekos si aggrappa alla sua prigionia quasi con affetto, quasi a capire che alla fine era più una spina nel fianco del regime così che da libero. Il reprobo, come lo definisce Oriana Fallaci, dà fastidio al Potere e il male minore è tentare di fargli dimenticare cos’è un uomo, cos’è la vita. Panagulis lo capisce, si attacca alla vita e alla morte, non come due termini contrapposti, ma complementari, e non accetta la grazia, e quando è costretto ad accettarla, cerca di uscire dalla Grecia perché:

Per le tirranie il reprobo in esilio costituisce un problema più grosso del reprobo in patria perché in esilio egli pensa, si esprime, agisce e per liberarsi di lui bisogna scomodarsi a inviare un sicario che lo ammazzi a colpi di pistola o di piccozza, diciamo.

Paradossalmente, Alekos Panagulis muore quando è meno vulnerabile e per questo più facile da attaccare. Muore da deputato, da Onorevole del Parlamento greco, a dittatura finita. E muore ammazzato da coloro che, indossando “le mutande con la scritta Popolo e quelle con la scritta Libertà”, hanno cambiato tutto per non cambiare nulla, hanno sancito una continuità latente, e per questo insidiosa, tra la dittatura e la democrazia. Georgios Papadopoulos, il dittatore, il capo della Giunta, morirà nel suo letto vent’anni dopo Panagulis, come la maggior parte dei suoi gerarchi.

Ciò che fa di Alekos un uomo vulnerabile proprio quando, in apparenza, doveva trovarsi all’inizio di una brillante carriera politica tra i politici è la solitudine. E vi è qui un filo rosso che unisce i destini di molti uomini e donne che si sono spesi, soli o in ridotta compagnia, in una battaglia che ha sortito qualche frutto solo quando essi vennero ammazzati. È il deserto che gli si crea intorno che fa dell’eroe un eroe: un don Chisciotte che, solo, combatte guerre impossibili da vincere contro mulini a vento che lui confonde con temibili giganti. Giganti che abilmente Panagulis identifica con una metafora letteraria, la seconda del libro oltre a quella cervantina, quasi premonitrice: Moby Dick. Se la Giunta è la balena cattiva, allora lui è il capitano Achab che cerca di acciuffarla ed ammazzarla, mentre Oriana sarebbe Ismaele, il nocchiero che ha il compito poi di scriverne la storia affinché se ne preservi il ricordo, il monito e l’insegnamento alle generazioni future.

È il vedere dove altri non vedono, è il non arrendersi al fatto che è così che scatena in Panagulis (e dopo di lui, per esempio, in Giovanni Falcone in Italia) questo senso universale della giustizia e della libertà, dell’etica e della morale più pura. È questa cocciuta volontà di lottare per arrivare alla libertà, alla verità o alla giustizia ad alimentare le vite di queste persone. E come don Chisciotte, queste persone hanno sempre bisogno uno scudiero, di un Sancho Panza che ne segua i disegni e le follie, che sia loro coscienza materiale e appiglio sulla realtà: questo è il ruolo che si dà Oriana Fallaci nella storia di Alekos Panagulis.

C’è un’insidia nella morte, che l’eroe greco non sottovaluta e accetta come contropartita al fatto che solo la fine della sua vita può dare inizio al trionfo delle sue idee: l’appropriazione del suo cadavere da parte dei suoi avversari, quegli stessi che l’hanno mandato a morire, che l’hanno abbandonato, lasciato solo, escluso, dimenticato, ignorato finché era vivo, ma che chiameranno eroe a partire dall’esatto istante in cui il suo cuore smetterà di battere. È il destino dell’eroe, è il prezzo da pagare per l’universalità delle sue idee, dei suoi principi e delle sue lotte, ineguagliabile detergente quando si tratta di lavare coscienze luride. Ma nella morte di Panagulis e nell’appropriazione del suo corpo da parte dei suoi amici/nemici e del popolo, nello spettacolo immondo dell’ipocrisia morale, etica e politica, Oriana Fallaci si ribella e lancia il suo grido solitario, controcorrente e ostinato:

mentre il popolo accettava questo, di nuovo, subiva questo, di nuovo, cieco e sordo e zitto, di nuovo, piegato di nuovo all’obbedienza o alla convenienza o all’impotenza; mentre nessuno osava dire assassini tutti, a destra a sinistra al centro, lo avete ammazzato tutti insieme, lerci assassini che vivete sugli alibi dell’Ordine e della Legge, della Moderazione e dell’Equilibrio, della Giustizia e della Libertà; mentre la balena del male, Moby Dick, si allontanava indenne e le acque si placavano morbide, molli, obliose sul gorgo della tua voce affondata, il Potere vinse ancora una volta. L’eterno Potere che non muore mai, che cade solo per risorgere, uguale a sé stesso, diverso solo nella tinta.

Pubblicato su La Signora dei Filtri il 29 giugno 2017.

Quando il calcio sa anche di politica

Sabato 30 maggio 2015 si è giocata a Barcellona la finale di Coppa del Re. In campo la formazione di casa, il FC Barcelona, contro l’Athletic Bilbao, formazione basca dal glorioso passato. Basti pensare che le due compagini sono quelle che detengono il maggior numero di Coppe del Re.

Lo stadio Camp Nou ha regalato ancora una volta uno spettacolo coreografico da brividi e un gol di Messi da cineteca. Prima del fischio d’inizio la parte di stadio che ospitava i tifosi dell’Athletic si è letteralmente dipinta di biancorosso, i colori sociali, sui quali è comparsa la scritta nera ATHLETIC. Sto parlando di un’intera curva del Camp Nou, che fa parecchie migliaia di posti. Sul lato opposto, invece, i tifosi catalani hanno proposto la frase FENT HISTORIA(“facendo la storia”), su sfondo blaugrana. Il tutto incorniciato da due enormi bandiere della Catalogna. (altro…)

Un ricordo di Antonio Tabucchi

Domenica pomeriggio, digestione lenta, sonno incipiente. Una voce dal solotto mi chiama: “Ale, è morto Antonio Tabucchi”. Silenzio.

Mi ha colpito, questa dipartita. Di più e più profondamente di quella di Lucio Dalla -e non me ne vogliate. Non voglio esibirmi in un panegirico, cadrei nella retorica e finirei per dire cose che tutti sanno, pensano o possono dire. Non voglio neanche esibirmi in un saggio letterario: non sono un italianista e non sono un lusitanista (leggi: studioso di lingua e letteratura portoghese e brasiliana). Già, perché non è da tutti essere al contempo un grande scrittore, tradotto in oltre 40 lingue, e un esegeta straordinario: divulgatore, traduttore e insegnante. Fernando Pessoa, il più grande poeta portoghese del XX secolo (e di sempre, con Camoes), non può essere letto senza passare per Tabucchi. Un po’ perché gli ha dato voce e parole intelliggibili a chi non conosce la più musicale delle lingue neo-latine, il portoghese. Un po’ perché Tabucchi assomigliava a Pessoa, poteva essere uno dei suoi numerosi eteronimi. Un amico di Ricardo Reis, un compagno di Bernardo Soares. 

Tabucchi viveva la letteratura fin dentro il midollo. Ne raccolse tutte le sfide, non ultima l’insegnamento. Senza il vezzo narcisista dello scrittore, ma con l’umiltà del grande professore. Per questo, quando iniziai a frequentare l’Università di Siena (nel 2007!) provai una sincera invidia verso i miei colleghi lusitanisti che avevano avuto la fortuna di avere Antonio Tabucchi come professore. E l’eredità che lasciò in quell’angolo di Toscana è forse il più importante dei suoi lasciti a questo paese, prima che una dirigenza scellerata non mandasse sul lastrico un intero Ateneo, vero fiore all’occhiello del nostro sistema universitario. Lì, a Siena, il Portogallo non era semplicemente il piccolo stato vicino alla Spagna, l’estremo lembo occidentale di questo nostro continente. Era, ed è per chi con lui ha studiato, un Paese di grandi poeti e navigatori: simile e perciò diverso in tutto all’Italia

Lasciandomi alle spalle Siena e la docenza di Tabucchi vorrei ricordarlo con una delle ultime cose che ho letto di lui. Il 12 novembre 2011 mentre il Governo Berlusconi cadeva, El País pubblicava un intervento del nostro scrittore. In Italia di quell’articolo non ci fu quasi traccia (ed è grave che la cosa non mi sorprenda). Si intitola Desberlusconizar Italia ed è la più lucida analisi dell’Italia contemporanea che abbia mai letto. Emerge chiaramente perché Tabucchi sia, nelle parole di Marco Travaglio, un intellettuale “prestato all’Italia”. Libero e indipendente, senza le catene dell’ideologia a legargli il pensiero, ripercorre la storia del nostro Paese dal 1993 ad oggi individuando tutti i principali alleati del Cavaliere. Tra i quali, com’è logico, spicca Massimo D’Alema. Quell’intervento era l’ennesimo grido di un intellettuale instancabile, alla maniera di Pasolini e Sciascia, in un Paese addormentato da vent’anni diTruman Show -così definisce Tabucchi il ventennio berlusconiano.

Com’è logico la notizia della sua morte ha occupato appena i telegiornali italiani, e ancora meno le pagine dei quotidiani oggi. Scomodo da vivo, ancora più scomodo da morto. In un Paese in cui gli eroi tirano calci a un pallone, in cui non si legge perché non c’è tempo (basterebbe spegnere la televisione dopo cena), in cui è d’abitudine delegare a qualcun altro l’oneroso compito di pensare, non ci può certo essere spazio per uno scrittore libero e indipendente come Antonio Tabucchi.

Post N. 1

Per ragioni a me sconosciute la piattaforma splinder.com chiude i battenti. Ho dovuto quindi traslocare e ne ho approfittato per dare una rinfrescata al blog; dopo quattro anni un piccolo restauro ci voleva.

Dal vecchio sito dovrebbe essere attivo un redirect su wordpress, ma devo ancora capire se funziona. Tutti i contenuti che sono presenti su criticamens.splinder.com cercherò di trasferirli qui.

Criticamens rimane una finestra aperta sul mondo, dalla quale osservare con occhio critico ciò che accade, dando corpo ad una scrittura che si nutre di romanzi, saggi e poesie.