Teatro

Siamo i buffoni del dolore. Siamo i clown dal cuore infranto

Il sipario è già alzato quando lo spettatore entra in sala. Oscar Wilde è lì sul palco, nella sua cella che, straziato dal dolore, scrive lentamente il De profundis. Una musica, la prima battuta, le luci si spengono lentamente e lo spettacolo ha inizio.

La compagnia bolognese degli Incauti porta in scena ai Filodrammatici di Milano Oscar Wilde, il clown dal sorriso infranto (in programma fino al 5 aprile). Basato interamente sul De profundis, la straziante lettera che Oscar Wilde scrisse a Bosie dal carcere, e sugli atti del processo allo scrittore, la recitazione si apre con una lettura per concludersi «di pancia», come afferma l’attore che dà volto e soprattuto voce alle parole di Wilde.

Dal carcere, dove l’azione viene riportata a Parigi negli anni in cui lo scrittore dilapida fama e denaro per amore del dandy viziato Bosie, al tribunale in cui la giuria è composta -con un’ottima trovata- da fantocci e il giudice si erge al di sopra della scena e del pubblico in galleria, per poi tornare al carcere dove l’ottima recitazione lascia trasparire tutto il dolore di un uomo la cui unica colpa era quella di essersi innamorato.

La vicenda di Oscar Wilde, però, porta lo spettatore a riflettere sul suo presente: l’omosessualità innanzitutto. Da un paese, l’Inghilterra, che riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso, equiparandone i diritti a quelli di una coppia eterosessuale; all’Italia, dove è tangibile una diffusa omofobia incentivata e tollerata dalla classe politica conservatrice e cattolica. Il nostro Paese, in questo senso, è più vicino all’Inghilterra del 1893 che non a quella del 2012. Infine, il rapporto dell’arte con la moralità e l’etica. In una Europa in cui si rimprovera al comissario Montalbano di mangiare i “bianchetti” e si auspica l’uscita della Divina Commedia dalle scuole perché antisemita, emerge chiaramente che le arti sono ancora in grado di creare paure e disagi in chi detiene il potere. Da questo punto di vista Oscar Wilde, il clown dal cuore infranto coglie nel segno di quella che è la missione del teatro e di tutta la letteratura, che si può riassumere nella domanda che John Malkovich pone alla fine del suo messaggio in occasione della Giornata Mondiale del Teatro di ieri: “Come viviamo?”.