Recensioni

Un condensato di intertestualità brillanti e intuizioni geniali. “Scommessa a Mephis”, di Mirko Giacchetti

Capita a volte di leggere qualcosa che ti sorprende. Un testo, anche breve, che non aspettavi planasse sulla tua scrivania, di cui ignoravi l’esistenza (per pigrizia) e che non avevi mai cercato. Quindi lo leggi, con interesse, perché nei confronti dell’autore provi stima e rispetto. Ma l’interesse si trasforma ben presto nella conferma di un’affinità che avevi già intuito, in qualche modo assaporato, una sera d’estate, quando l’autore del testo in questione si è sobbarcato quasi 200 km per venire a presentarti nella tua città. E dei tuoi libri ha capito tutto, te lo sbatte in faccia con parole appena sussurrate e tu quasi sei dispiaciuto di non poter passare con lui la serata, a parlare di letteratura, a discettare di cultura postmoderna, ma soprattutto a fare a gara a chi ha più numeri di Dylan Dog (lui) tra una citazione di Montale e un passo di Nebbia di Unamuno (è l’unico che ha capito il riferimento contenuto nei miei libri, chapeau). Alla fine la presentazione è quasi un ingombro, con buona pace del mio editore e della libraia (bravissima e gentilissima) che ci ha ospitati. (altro…)

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Viaggio all’inferno. “La scelta del buio”, di Piergiorgio Pulixi

Tratto distintivo del noir contemporaneo è una forte caratterizzazione geografica, anche quando questa è travestita dietro nomi di fantasia, come nel caso di Andrea Camilleri. La caratterizzazione non passa solo dai luoghi, ma anche dalla lingua: la parlata di investigatori e criminali è infarcita di frasi idiomatiche, imprecazioni e chiacchiericcio nella lingua locale; o nelle lingue locali, quando un romanzo si svolge, per esempio, a Milano, ma il commissario è di Bologna. A volte su queste basi si creano felici contrasti, come il caso di Rocco Schiavone, un romano de Roma in servizio ad Aosta. Ma, si badi, Manzini è abile nel tirar fuori il suo Rocco dalla città eterna e farlo operare in un luogo neutro dove il suo lato più oscuro possa meglio essere analizzato. Spesso si è teso nell’ultimo decennio a dare alla geografia una prominenza forse eccessiva a discapito di quello che è il vero nucleo del noir: il male, il lato oscuro della nostra società e dell’essere umano. Conta di più che un noir sia mediterraneo o che sia nero? Nonostante abbia criticato la definizione geografica di un genere letterario, non mi sottraggo alle mie responsabilità: spesso ho scelto di scrivere di un testo e non di un altro perché affascinato dalla sua geografia.

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Manzini prima di Schiavone: “La giostra dei criceti”

Una banda di rapinatori e una rapina in banca che finisce male. Un impiegato dell’INPS frustrato e il suo dirigente che barcolla tra carrierismo e sensi di colpa. La criminalità organizzata romana, tra soldati che sono carne da cannone e boss senza scrupoli. Una periferia che sembra eterna almeno quanto la città di Roma che la ospita. Questi sono gli ingredienti de La giostra dei criceti, romanzo d’esordio di Antonio Manzini, pubblicato per la prima volta nel 2007 da Einaudi e ora riproposto da Sellerio.

Siamo nell’era pre-Schiavone della storia di Manzini, e si vede. La narrazione è un puzzle schizofrenico che sposta l’obiettivo da una situazione all’altra creando nel lettore un certo spaesamento che, però, l’abile prosa di Manzini gestisce alla perfezione e riconduce su un sentiero sicuro. Come un maestro al suo telaio, l’autore intreccia e riordina i fili della trama fino a comporre un tessuto (che con testo condivide la radice) omogeneo e saldo, il cui ultimo punto viene dato nel finale.

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Un canto alla libertà universale: “Un uomo”, di Oriana Fallaci

Nel 2002 un mio compagno di classe decise di scrivere la tesina per la maturità attorno alla figura di Oriana Fallaci. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale Statale “G. Ferraris” di Savona e andavamo, in quell’estate di 15 anni fa, a diventare periti capotecnici in elettronica e telecomunicazioni. Figurarsi: Oriana Fallaci, oltre al mio compagno, la conoscevamo in tre su diciotto e tutti per quelLa rabbia e l’orgoglio scritto all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, non certo il libro migliore della scrittrice fiorentina. Chiesi a Emiliano, questo il nome del mio compagno, perché Oriana Fallaci. La sua risposta fu lapidaria: “Leggi Un uomo”. Lì per lì non ci feci molto caso, raccolsi qualche informazione sul testo, mi chiesi “ma chi era sto Panagulis?”, e dimenticai tutto per vivere quella che doveva essere la migliore estate della mia vita e che poi si rivelò essere una delle più piatte e prive di emozioni. (altro…)

L’uomo che sapeva troppo: “Snowden” di Oliver Stone

Quando, tre anni fa, scoppiò il caso Snowden la copertura in Italia fu quella tipica di un Paese piccolo e provinciale che occupa la maggior parte del suo tempo a guardare dentro i propri confini. Non era passato molto tempo da Wikileaks, né si può affermare che al caso non si sia data copertura, ma di certo non venne fornita quella copertura che avrebbe meritato un simile affaire. Del resto, non è un caso che Ed Snowden, quando decise di svelare al mondo la sua verità, scelse The Guardian, un quotidiano che, come è normale in un Paese civile, apre con la cronaca internazionale. In Italia, forse, La Repubblica e, in misura minore, Il fatto quotidiano e La Stampa coprirono la vicenda per più di una settimana con aggiornamenti quotidiani. (altro…)

Alle origini del noir italiano. “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco

C’è stato un momento nella storia della letteratura italiana in cui il giallo è diventato nero. Un momento in cui le copertine dei gialli Mondadori, che dagli anni ’20 del Novecento avevano dato colore e nome al poliziesco italiano, avrebbero dovuto scalfirsi del noir delle atmosfere che Giorgio Scerbanenco stava ricreando sulla pagina del primo romanzo della serie Lamberti, Venere Privata.

Siamo negli anni ’60 del Novecento, in pieno boom economico e nell’unica, vera, metropoli internazionale che l’Italia abbia mai conosciuto: Milano. Un medico radiato e appena uscito di galera dopo un’accusa di eutanasia, Duca Lamberti, viene assoldato da un ricco imprenditore di provincia per fare la guardia al figlio alcolizzato, Davide, e fargli perdere il vizio del bicchiere facile. Se per il padre di Davide l’alcolismo era banale immaturità, Duca capisce che dietro la bottiglia di whiskey si nasconde un malessere ben più profondo: il ragazzone è corroso dal senso di colpa per non aver evitato la morte di una giovane donna, Alberta Radelli. Lamberti inizia a indagare, coadiuvato dalla polizia del commissariato di via Fatebenefratelli, e non si dà pace fino a quando non scopre la verità e scoperchia un vaso di Pandora: dietro la morte della giovane donna si cela un bieco e insulso giro di prostituzione.

Se in un’aula universitaria dovessi spiegare quale sia la differenza tra un giallo, un poliziesco classico e un noirVenere privata sarebbe il romanzo paradigmatico, esemplare, per spiegarlo, a causa di almeno due elementi.

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In questo sperduto Far West che ci ostiniamo a chiamare Milano

Torna in libreria il trio noir Besola-Ferrari-Gallone. Dopo il successo di Operazione Madonnina e il poco convincenteOperazione Rischiatutto, con Il colosso di Corso Lodi i tre autori milanesi si mettono su binari meno scivolosi dei precedenti, con una storia che vede come investigatori il commissario Malaspina e il giornalista di nera in congedo Dino Lazzati, detto Fernet. Vanno momentaneamente in panchina Angelo, Lorenzo e Osvaldo, i tre delinquenti degni de I soliti ignoti che avevano animato i primi due romanzi.
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Quel sottile confine tra realtà e finzione: “A Milano si muore così” di Adele Marini

Non-fictional novel. Così Adele Marini definisce A Milano si muore così, sua ultima fatica da qualche mese in libreria per i tipi di Fratelli Frilli. Non-fictional significa che quello che viene raccontato è in gran parte vero, forse inventato in alcuni dettagli, in sfumature che possono anche sfuggire al lettore. Ma Adele Marini non mente. E la differenza tra inventare e mentire, per quanto sottile, è significativa quando si parla di letteratura, di realismo, di una forma di scrittura a cavallo tra la fiction e la realtà. L’epoca in cui viviamo ha visto una sempre maggiore tendenza nel romanzo realista a eliminare la finzione, metterla in un angolo per concentrarsi sulla realtà; questa nuova forma di scrittura utilizza, però, gli strumenti della creazione letteraria per pulire la prosa dell’asetticità del saggio, per renderla più incisiva e accattivante, per guardare al mondo da una prospettiva diversa che induca il lettore a una nuova lettura della realtà che lo circonda. (altro…)

Versi per Genova: “Litania” di Caproni commentata da Patrizia Traverso e Luigi Surdich

Il lettore mi perdonerà, spero, se in questa mia disamina mi lascerò prendere dalla nostalgia.
Da genovese ho sempre nutrito un’attrazione particolare nei confronti di Giorgio Caproni, che genovese non era, ma che ha amato e rimato Genova come nessun altro. I versi che il poeta livornese ha dedicato alla sua patria adottiva sono tanti, e meriterebbero forse un bel saggio che li raccogliesse e commentasse, a suggello di un andare poetico che ha fatto del capoluogo ligure un tema importante. Se si potesse parlare un giorno di capronismo, certamente Genova ne sarebbe un elemento cardine. Mi tolgo immediatamente lo sfizio di rivelare al lettore quali sono i versi, tra quelli che Caproni dedica a Genova, che preferisco:

Quando mi sarò deciso

d’andarci, in paradiso

ci andrò con l’ascensore

di Castelletto, nelle ore

notturne, rubando un poco

di tempo al mio riposo. (L’ascensore)

La poesia, scolpita all’ingresso dell’ascensore che porta alla Spianata Castelletto, nel pieno centro della città, mette in risalto uno degli aspetti più suggestivi di Genova, chiusa tra mare e monti: la verticalità, che si traduce in strette vie che dalla collina scendono ripidissime verso il mare. Sono le creuze, come quella cantata da Fabrizio De André in Creuza de ma. E questo aspetto non sfugge al poeta nemmeno in Litania («Genova verticale,/ vertigine, aria, scale» [vv. 7-8]), lungo poema di 182 versi che si dipana in una serie di distici che, nel loro reiterare la parola Genova, sembrano voler riprodurre la cantilena mugugnona e pietosa della parlata ligure.

Su questo lungo poema è appena uscito per i tipi de Il Canneto editore un libro di Patrizia Traverso e Luigi Surdich dal titolo Genova, ch’è tutto dire.

Il testo si presenta come commento fotografico dei distici caproniani, in un percorso che mette insieme la dotta esegesi di un italianista tra i migliori in circolazione e una fotografa dall’occhio magnetico, in grado di catturare l’istante, anzi gli istanti, di una città in continuo movimento.

La Genova di Caproni, avvertono in prefazione gli autori, è una Genova di molti anni fa e il contrasto con l’immagine contemporanea non solo è voluto, ma è anche ricercato; ciononostante, Genova, seppure fremente come ogni porto di mare, è città immobile che resiste al cambiamento. Così ancora oggi le suggestioni del giovane Caproni degli anni ’40 trovano un riscontro immediato nelle mie e in quelle di chiunque decida di trascorrere nel capoluogo ligure un certo periodo della propria vita: l’attrazione, fatale e inspiegabile, per i caruggi (o carruggi, con r geminata), i vicoli, La città vecchia: «Genova che mi struggi./ Intestini. Carruggi» (vv. 33-34).

Ma se De Andrè sembrava attratto quasi unicamente dal nucleo antico della città (durante un concerto a Roma dichiarò a tal proposito di «avere pochissime idee, in compenso fisse»), Caproni ama uscire dal caos e dalla soffocante vitalità dei vicoli e godere dell’aria e del panorama dei quartieri collinari della città: «Genova tutta tetto./ Macerie. Castelletto. // Genova d’aerei fatti./ Albaro. Borgoratti» (vv. 29-32). Luigi Surdich sottolinea giustamente il contrasto che si crea in entrambi i distici: “Nella logica dei contrasti che governa gran parte dei distici della poesia, Caproni contrappone il desolato richiamo agli effetti terribili della guerra (le macerie) alla nominazione di un quartiere della consolidata borghesia genovese, Castelletto.” (42) La guerra che colpì e distrusse Genova profondamente, aprendo ferite che sopravvivono nei ricordi dei testimoni dell’epoca e dei loro figli e nipoti che da sempre sentono raccontare le storie di quei giorni di follia e d’orrore.

Nel secondo distico il contrasto si genera tra due quartieri collinari, Borgaratti e Albaro, il primo popolare e il secondo residenza della borghesia nuova, a cui Caproni, come prontamente segnala Surdich, aveva dedicato a suo tempo due poesie distinte, Borgoratti in Come un’allegoria e Albaro in Il franco cacciatore.

La Genova di Caproni è anche, anzi soprattutto, una Genova di mare, perché del mare la città è parte: «Genova e così sia,/ mare in un’osteria» (vv. 35-36). Questa città, che di mare odora e si assapora, ce la restituiscono in gran parte le fotografie di Patrizia Traverso, un vero e proprio commento fotografico alla Litania caproniana. A pagina 36, il distico «Genova da intravedere,/ mattoni, ghiaia, scogliere» (vv. 23-24), è affiancato da un’immagine che non può che richiamare al lettore la celebre canzone di De Andrè Il pescatore: un uomo intento a pescare su una scogliera ha di fronte a sé un mare popolato di gabbiani, spoglio all’orizzonte di navi da crociera o mercantili. Il lettore non deve però leggere le componenti di questo testo (immagine, verso e commento) separatamente. Le tre vertenze convergono e restituiscono un tutto omogeneo e coerente, a tal punto da non sapere chi accompagna chi e dove.

Il grado più alto di questa convergenza viene raggiunto alle pagine 106-107, dedicate ai vv. 93-94: «Genova che non mi lascia./ Mia fidanzata. Bagascia», dove la fotografia della Traveso ritrae vico degli Angeli, una via stretta che congiunge la monumentale ed elegante via Garibaldi alla multietnica e angusta via della Maddalena. Sul lato sinistro del caruggio si intravedono figure femminili, prostitute in attesa dei loro clienti. Il contrasto che genera il secondo verso del distico è ricreato nell’immagine e spiegato nell’esegesi di Surdich: “Lo sconcertante contrasto appartiene al gioco di opposizione cui molti dei versi di Litania si consegnano. Ma la radicale antitesi trova forse giustificazione nella prospettiva di un immaginario femminile che, inteso a deresponsabilizzare l’uomo, proprio nelle due figure giustapposte al v. 94 identifica il referente”.

L’amore per la fidanzata si rifrange ed estende a quello per la città, una Genova che non pretende fedeltà e affetto, che scarica il suo amante di ogni vincolo morale, ma lo attrae in una trappola ben più pericolosa. Ancora una volta, al centro dell’universo caproniano, tornano i caruggi, come luogo magnetico e repulsivo allo stesso tempo. I vicoli diventano metafora di un amore che si estende all’intera città, un amore che porta il poeta, o il comune lettore, ad allontanarsi da Genova, ma allo stesso tempo a ritornarci, a sentirne una profonda nostalgia.

Questa oscillazione deriva essenzialmente dalle opposizioni che dominano il capoluogo ligure, in cui lo splendore di via Garibaldi, Patrimonio Unesco, si affaccia su un vero e proprio postribolo a cielo aperto: dalla luce e l’orizzonte infinito di Spianata Castelletto al buio infernale dei vicoli; dalla pace e la poesia di Boccadasse al caos di Piazzale Kennedy. La Litania di Caproni non poteva fare altro che cogliere e trasformare in verso questa ambiguità così affascinante, che Patrizia Traverso e Luigi Surdich riescono a immortalare, con linguaggi e strumenti diversi, in un testo che dà al lettore l’opportunità di leggere e conoscere una Genova nuova. Una Genova di contrasti. Genova, ch’è tutto dire.

Pubblicato su 24letture.ilsole24ore.com il 3 luglio 2013

La leggerezza del passero e della piuma: “L’uso della vita. 1968” di Romano Luperini

Alessandro Manzoni definiva il romanzo storico come «un componimento, nel quale deve entrare e la storia e la favola, senza che si possa né stabilire, né indicare in qual proporzione, in quali relazioni ci devono entrare».
Stando a questa definizione L’uso della vita. 1968 è un romanzo storico. La storia è quella dell’Italia del 1968 vista dal punto di vista di un giovane supplente di Lettere, Marcello, che si è da poco laureato all’Università di Pisa. L’azione si svolge in gran parte proprio nella città toscana, centro nevralgico -nella finzione narrativa- di un movimento di lotta e rivendicazione che dalla Francia investì l’Europa intera. La favola, per contro, è l’iniziazione alla vita del protagonista, vero e proprio eroe medio luckacsiano, che nel 1968 vive una serie di avvenimenti che segnano il suo passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Un passaggio che è doloroso e passa attraverso la prima esperienza sessuale, il carcere (con le sue regole interne come se fosse una società nella società), l’entusiasmo per la lotta collettiva e l’amara consapevolezza che le proprie azioni individuali, o di gruppo, non possono alterare gli equilibri del mondo.
 Marcello è un individuo come noi, un eroe prosaico, che si muove in un contesto storico sul quale ha un potere limitato. Al suo fianco due donne, Sandra e Ilaria, di cui è ugualmente innamorato e che avranno un ruolo determinante nella sua formazione alla vita. La prima gli farà conoscere l’amarezza del rifiuto, l’impossibilità di un amore dettata anche da un’ideologia che confonde vita pubblica e privata, dando un significato politico ai sentimenti. La seconda donna, Ilaria, inizierà Marcello al sesso in un turbinio di sensi e passione che, però, deve essere controllato altrimenti la sofferenza sarà ben più forte della leggerezza che l’atto sessuale implica.
Gli scontri con il padre, partigiano e iscritto al PCI, e la sua prematura dipartita metteranno l’eroe di fronte all’inevitabilità della morte, al lutto che toglie e lascia un vuoto. Per colmarlo Marcello terminerà l’ultima relazione che il padre stava scrivendo per l’ANPI trascorrendo nel suo studio un’intera notte e riavvicinandosi idealmente a quella figura paterna che, nonostante tutto, è sempre stata punto di riferimento e certezza; ora che non c’è più Marcello deve camminare da solo. Lo farà lottando tra le illusioni e le speranze dei suoi vent’anni e una nuova coscienza che sta emergendo. Questa consapevolezza lo fa dubitare dell’uso della violenza, della necessità della lotta armata. Inizia a prendere le distanze da alcuni suoi compagni e, complice la gravidanza di Ilaria, non sarà presente la notte di Capodanno alla Bussola di Viareggio quando una manifestazione anti-capitalista degenera in guerriglia urbana. La narrazione termina il primo gennaio 1969 e con essa sembra finire un’epoca. Il 1969 è l’anno della strage di Piazza Fontana a Milano e per il nostro Paese inizia una fase di scontri e tensione le cui conseguenze non sono ancora del tutto risolte.
Quel primo giorno dell’anno Marcello è a casa della madre, consapevole del fatto che dopo quel 1968 non sarà più lo stesso. La leggerezza della sua gioventù si era definitivamente persa con gli scontri della notte precedente e il ferimento di un suo studente del liceo -Soriano- costretto alla sedia a rotelle:
Marcello pensava alla leggerezza di Soriano, non era incerta né svagata, ma a suo modo decisa, orientata a una meta. L’aveva ritrovata in Ilaria, nei gesti e nei movimenti dei compagni, nelle facoltà occupate e davanti alle fabbriche, e persino in sé stesso. Ecco, l’uso formale della vita non era altro che questo. (138)
Il romanzo si chiude su Fortini, maestro e collega di Luperini a Siena, nell’ormai deceduta Facoltà di Lettere. Fortini che con D’Alema, Sofri e Della Mea è tra i personaggi storici che hanno partecipato al “maggio pisano” e sono entrati nel romanzo dialogando e interagendo con la finzione narrativa.
L’uso della vita. 1968 è tra i presentati al prossimo Premio Strega (vedremo se tra i 12 candidati). Non posso fare previsioni perché spesso le logiche dei premi letterari sono completamente diverse dalle mie nel valutare un romanzo. Quello di Luperini ha dalla sua scorrevolezza e capacità d’attrazione. Scritto con sapiente mestiere (quello del critico); strutturato in maniera ineccepibile e con personaggi perfettamente costruiti, risente forse del fatto che l’autore conosce troppo a fondo i meccanismi della finzione letteraria. Dal punto di vista formale L’uso della vita è perfetto e per questo si sente la mancanza dell’elemento creativo che fa fare a un romanzo il salto di qualità. Manca il tocco dell’artista. Eppure si fa leggere tutto d’un fiato perché la storia di Marcello è la nostra Storia, quella di tutti noi, dei nostri padri, zii e fratelli. È la Storia di un Paese che, per molti aspetti, non è ancora stata scritta se non dalla Letteratura che, in questo modo, assolve il suo compito più importante.
Pubblicato su Critica Letteraria, 16 aprile 2013.