Pillole critiche

Un appunto a proposito di “7-7-2007” di Antonio Manzini

Arrivo a leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini con colpevole ritardo e senza aver visto neanche un secondo della fiction Rai sul vicequestore Schiavone andata in onda lo scorso autunno. Devo anche confessare un secondo peccato: di Manzini ho solo letto i cinque racconti con protagonista il poliziotto di Trastevere e nessuno dei romanzi che hanno preceduto questo. Ma alla fine è un bene perché le cinque narrazioni brevi danno quelle tre, quattro coordinate che permettono al lettore di orientarsi senza troppe difficoltà e non anticipano nulla. Si arriva preparati, insomma, sapendo che Marina è morta a seguito di un’indagine di Schiavone; si sa che il vicequestore è stato trasferito ad Aosta per ragioni politiche; si conoscono i tre amici di una vita di Rocco, ovvero Furio, Bizio e Seba e le loro attività illecite; e si conosce Roma, quella Roma anti-ufficiale e trasteverina che illumina e fa da personaggio aggiunto a tutta la serie.

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“De las armas y las letras”: la penna come arma da Cervantes ai poeti antifascisti della Guerra Civile Spagnola

Che la penna possa essere usata come arma, che le parole possano essere a volte più incisive che la lama di un coltello, questo è un dato di fatto. Se così non fosse, non si spiegherebbe come mai ogni volta che un regime dittatoriale prende il potere, la prima cosa che fa è mettere in atto meccanismi di censura che gli permettano di controllare tutto ciò che viene stampato, su libri, riviste e quotidiani, nel Paese. Anche i regimi democratici, forse più subdolamente, tendono a fomentare quel fenomeno odioso che è l’autocensura. Ne è un esempio la nostra povera Italia: dopo il caso De Luca relativo al TAV Torino-Lione, quale altro scrittore oserà alzare la sua voce contro la faraonica opera ferroviaria?

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1914-2014. Un secolo dopo le “Meditaciones del Quijote”

Il 2014 è l’anno in cui si ricorda il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Si tratta dell’evento storico di cui la mia generazione è pronipote, perché a vivere e combattere quel conflitto, che segnò la fine di un’epoca e l’irruzione della modernità nella vita quotidiana di allora, furono i nostri bisnonni, nati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Ciononostante, vi è almeno un Paese in Europa che quest’anno non sarà impegnato nelle celebrazioni. O almeno non lo sarà direttamente. Si tratta della Spagna che in quell’occasione si dichiarò neutrale, per ragioni diverse da quelle che la portarono alla stessa scelta nel 1939 quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Se in questo caso vi erano ragioni logiche -il Paese usciva da tre anni di guerra civile che lo devastarono e che terminarono con una dittatura-, nel 1914 era più che altro una sostanziale estraneità alle questioni europee, complice la posizione periferica, a mantenere la Spagna fuori dalla contesa bellica. Inoltre, nel 1898 era calato il sipario sull’Impero coloniale con la sconfitta nei Caraibi contro la flotta degli Stati Uniti e la conseguente perdita di Cuba. Gli strascichi di quello che in Spagna fu un vero e proprio shock erano ancora ben tangibili alla metà degli anni ’10 del XX secolo.

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Il valore di essere uomo. Omaggio ad Antonio Machado

Nadie es más que nadie, porque -y éste es el más hondo sentido de la frase- , por mucho que valga un hombre, nunca tendrá valor más alto que el valor de ser hombre.
Antonio Machado scrive queste parole nel 1936, quando la Guerra Civile è appena iniziata e Madrid si prepara ad una lunga resistenza. Siamo all’inizio di quel succedersi di eventi storici che culminano con la II Guerra Mondiale e l’Olocausto nazista; inevitabile quindi intravedere una relazione, suggestiva più che reale, con i versi di Primo Levi: “Considerate se questo è un uomo”. Dubito che lo scrittore torinese conoscesse il volumetto La guerra di Antonio Machado, ultima pubblicazione in vita del poeta sivigliano. Ciononostante, è innegabile che la temperie storica e l’esperienza che li travolse, seppur considerando le dovute differenze, fu inenarrabile, ineffabile, ancorata a quella dimensione del linguaggio che è difficile da rendere intellegibile.

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Barcellona 75 anni dopo (1939-2014)

Il 26 gennaio del 1939 Barcellona si arrendeva di fronte all’esercito di Francisco Franco. Potrebbe iniziare con oggi la “celebrazione” del settantacinquesimo anniversario della fine della Guerra Civile Spagnola. Anniversario che molto suggestivamente coincide con il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale e, quindi, con l’evento storico che è universalmente riconosciuto come il primo grande cataclisma del XX secolo. Il Novecento, centuria di guerre massacranti e teatro di una serie di Olocausti impensabili per una società ormai interamente consacrata alla modernità e al progresso. Un secolo dal quale facciamo grande fatica ad uscire.

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Discorso scientifico e discorso letterario. Riflessioni a partire da “Giocati dal caso” di Nassim N. Taleb

Uno dei testi la cui lettura restituisce una piacevole sensazione di pace, seppur criticabile in alcune parti, è Giocati dal caso di Nassim N. Taleb (Il Saggiatore, 2013; prima edizione 2003).

 La prosa del trader libanese è lucida e le sue argomentazioni sono supportate da una ferrea logica, atta a semplificare piuttosto che a complicare. Ciononostante, nel suo percorso all’interno del caos, Taleb tende a semplificare troppo, incorrendo nella generalizzazione. Un esempio abbastanza eloquente è contenuto nel capitolo 4, dove l’autore cerca di dimostrare come il discorso letterario e quello scientifico si distinguano per il fatto che il primo può essere riprodotto da un simulatore casuale di frasi grammaticalmente corrette -il simulatore Montecarlo-, e precedentemente programmato, mentre il secondo, per la sua pretesa di logicità e verificabilità, sarebbe l’espressione più coerente della ragione umana. Taleb porta a esempio il discorso critico di Jacques Derrida e quello filosofico più oscuro di Hegel. Queste sarebbero prove sufficienti, secondo l’autore, a dimostrare la superiorità (etica?, morale?, scientifica?) del discorso scientifico su quello letterario.
Da un lato Taleb ha ragione da vendere. Derrida è forse un esempio tra i più lampanti della capacità dell’uomo di complicarsi inutilmente la vita, con speculazioni che ben poco hanno a che vedere con il reale. O se qualche attinenza con il mondo terreno ce l’hanno, allora sono argomentate con un linguaggio troppo criptico per essere decifrato anche da esperti di critica e teoria letteraria.
In Forme di storia (Carocci, 2006), Hayden White ha speso molte delle sue energie per cercare di dimostrare che la pretesa di scientificità di una disciplina come la storia è del tutto infondata. Lo ha fatto principalmente attraverso l’analisi del discorso storico, provando che è più simile a quello figurativo che non a quello di una c.d. scienza dura; ciò significa che il discorso storico è un discorso narrativo che si nutre di fatti verificabili attraverso le fonti, ma anche di una ricostruzione creativa da parte dello storico che, nei casi in cui ci siano lacune nelle fonti, procede col colmarle attraverso induzioni. Nonostante si basino su dati reali, queste rimangono pur sempre nel campo delle ipotesi. Ho recentemente utilizzato le teorie di White per dimostrare l’esistenza di una componente narrativa ne L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia (in Todomodo, vol. 2, 2012, pp. 215-230).
Quindi, dove sbaglia Taleb? Taleb sbaglia nel considerare tutta la critica letteraria come inerente o derivante da Derrida e dalla produzione più oscura di Hegel (alcune pagine dell’Estetica hegeliana, al contrario, sono di una chiarezza disarmante). Per fortuna, infatti, il discorso letterario è anche fatto dei saggi di critici eccellenti come, per esempio, George Steiner e Harold Bloom, che semplicemente considerano la loro disciplina per quello che è: non una scienza, ma l’interpretazione di uno dei volti della creatività e della fantasia umana. Del resto la stessa matematica, la più pura tra le scienze, si nutre, in parte, degli stessi fattori, ma con obiettivi diversi e opposti.
Il genio di Dante e quello di Alan Turing sono comparabili, certo, ma vanno in direzioni opposte. Come Dante non avrebbe mai potuto progettare un calcolatore, Turing non sarebbe mai stato in grado di scrivere La Commedia. Infine, Taleb pare non considerare che il Rinascimento italiano diede vita ad alcuni geni assoluti, come Leonardo, che riuscirono ad esprimere il massimo del rigore scientifico e il massimo della creatività artistica e letteraria.
Probabilmente Taleb confonde la correttezza grammaticale con il senso compiuto di una frase: sostenere che la frase: “L’albero è un animale”, sia grammaticalmente corretta non equivale a sostenere che abbia senso. In Dire quasi la stessa cosa (Bompiani, 2003), Umberto Eco dimostrò ampiamente che la traduzione automatica, eseguita con software in grado di comprendere diverse combinazioni linguistiche, è altamente fallibile, in quanto il computer non è affatto intelligente (cosa che ripete più volte anche Taleb nel suo libro): spesso restituisce frasi grammaticalmente corrette, ma incoerenti. Probabilmente, quindi, il trader libanese non sopporta il fatto di non riuscire a capire alcuni discorsi letterari estremamente complessi, per i quali è richiesto una grado di specializzazione molto alto.
In ultima analisi, al trader sfugge il fatto che come la matematica pura non è accessibile a tutti (a me per primo), anche la critica letteraria più astratta non è affare per tutti. Questo fastidio Taleb lo prova, probabilmente, perché parte dal presupposto – errato – che per il solo fatto di essere un buon matematico e avere un buon dominio dei numeri e della logica, allora possa ritenersi in grado di avere le chiavi di accesso a ogni ambito dell’ingegno umano.
Pubblicato su Critica Letteraria il 26/10/2013

Scrivere e parlare due lingue diverse: il caso di Daniel Alarcón

Per chi se lo fosse perso ripropongo il mio ultimo intervento sulle pagine di Critica Letteraria a proposito dello scrittore peruviano Daniel Alarcón.

Lo scorso 17 gennaio, a Madrid, nell’ambito del I Congreso de Jóvenes Investigadores de Literatura Hispanoamericana, mi è stato chiesto se uno scrittore peruviano che scrive in inglese si debba considerare un autore ispano-americano o meno. La domanda era connessa al mio intervento, dal titolo “Nuevos caminos y viejos dilemas para la literatura hispanoamericana a partir de Radio Ciudad Perdida de Daniel Alarcón”, in cui avevo specificato che Alarcón è nato a Lima, ma vive da molti anni negli Stati Uniti e scrive in inglese. Ciononostante i suoi romanzi e racconti sono tutti ambientati in Ispanoamerica e trattano tutti tematiche pertinenti alla parte di Nuovo Mondo che parla spagnolo. A pormi la domanda è stato Jesús Cano Reyes, organizzatore del convegno. Avendo accettato la mia proposta di comunicazione, l’ispanoamericanista di Madrid aveva già implicitamente dato una sua risposta alla domanda.

In quell’occasione ho dato una risposta, coerente e sconnessa al contempo, che ora vorrei sottoporre ai lettori di Critica Letteraria. Non tanto perché sia questione urgente dal punto di vista letterario, quanto perché può essere uno spunto per una riflessione metodologica sul concetto di letteratura nazionale e di canone letterario.

Premesso che a questa domanda possono essere date più risposte – che, se ben argomentate, sono tutte plausibili -, il problema secondo me radica nei criteri che utilizziamo per affiliare un determinato autore a una determinata letteratura. Il nocciolo, in sostanza, è: qual è il ruolo della lingua in cui si scrive? E quello dei temi affrontati? E quello del luogo di nascita? E quello del Paese in cui si è cresciuti?

La letteratura è piena di scrittori nati in un Paese, cresciuti in un altro e la cui lingua di scrittura era diversa da quella materna. Per restare nell’Ispanoamerica, Cortázar non era forse nato a Bruxelles? Eppure non vi sono dubbi sul fatto che fosse argentino, per il fatto di scrivere in spagnolo, di trattare tematiche ispanoamericane e di aver contribuito alla nascita di quel genere tutto latinoamericano che Carpentier chiamava lo real maravilloso, poi ribatezzato dai critici di mezzo mondo «realismo magico».

La lingua di scrittura, quindi, nel caso di Cortázar sembra un parametro determinante. Ma cosa dire di Samuel Beckett? Nessun dubbio sul fatto che il suo posto sia nei manuali di letteratura inglese, ma non scriveva forse anche in francese?

Ritornando ad Alarcón, ritengo che sia doveroso considerarlo ispanoamericano e non angloamericano. La lingua di scrittura è, senza ombra di dubbio, l’inglese, ma temi e forma narrativa dei suoi testi sono tutti ispanoamericani. Si può discutere sul perché lo scrittore limeño abbia deciso per l’inglese, come lingua letteraria. E le ipotesi sono molteplici: da una ragione puramente di mercato (negli USA vende tantissimo) o più romanticamente letteraria (dare forma inglese alle sue ossessioni puramente ispaniche e quindi conciliare le sue due anime).

Il caso della letteratura ispanoamericana, poi, è molto particolare. Viene studiata nelle università come se fosse una sola letteratura, ma in realtà tra García Márquez e Borges c’è lo stesso abisso che intercorre tra Cervantes e Tolstoj. Se vogliamo uno scrittore argentino e uno colombiano hanno in comune, oltre alla lingua, una tradizione letteraria che affonda le sue radici nel Don Quijote e nel Lazarillo de Tormes. Ma le letterature europee non hanno forse anche loro percorso un lungo tratto di strada in comune? Nell’ambiente accademico della letteratura ispanoamericana si distingue nettamente tra un peruanista e un messicanista: il primo sarà specialista di Arguedas e Vargas Llosa e conoscerà il quechua, mentre il secondo saprà tutto di Octavio Paz e magari leggerà in nahuatl. Non è un caso che, in realtà, la disciplina dovrebbe essere declinata al plurale, letterature ispano-americane. Il messaggio che vorrei fosse chiaro, a sostegno della mia tesi, è che studiare in un unico calderone la letteratura peruviana e quella argentina, sarebbe come se a Lima facessero un corso di letterature europee e non esistessero più anglisti, francesisti, italianisti ma solo europeisti. Inoltre credo sia necessario chiedersi: qual è il rapporto tra la letteratura spagnola e quella ispano-americana? Come considerare la seconda nei riguardi della prima?

La mia personale opinione è quella per la quale esiste una macro-area di studio che è relativa alle letterature ispaniche, pertinenti cioè alla Spagna e al suo ex impero (con tutti i pro e tutti i contro). Tuttavia, dentro questa macro-area esistono differenze sostanziali che hanno tutte pari dignità. La dimostrazione di ciò sta nei numeri: se da un lato gli scrittori ispanoamericani possono ritenersi a ragione sullo stesso solco letterario di Cervantes, è anche vero che negli ultimi decenni lo spagnolo e la letteratura spagnola hanno giovato del successo e della qualità di scrittori come Borges, Carpentier, García Márquez, Vargas Llosa, Carlos Fuentes, Octavio Paz, Sábato, Neruda, Sepúlveda, solo per citarne alcuni.

La lingua non può, in ultima analisi, rappresentare l’unico parametro attraverso il quale affiliare uno scrittore a una determinata letteratura. A maggior ragione per quella Ispanoamericana: naturalmente ibrida, contaminata, sovranazionale e di frontiera. Lo spagnolo è senza ombra di dubbio la sua lingua, ma lo sono anche il quechua, il maya, il mapuche, il nahuatl e, perché no, l’inglese. Lingue minori in termini numerici, ma di pari dignità: ad aggiungere valore ad uno degli spazi letterari più stimolanti, interessanti e magici che sia dato conoscere.

Carofiglio-Ostuni: sbagliano entrambi, ma…

La recente querelle tra Gianrico Carofiglio e Vincenzo Ostuni mi ha lasciato interdetto. Il caso, a ben pensarci, è ambiguo.

Da un lato Carofiglio sbaglia a fare causa  a Ostuni per un’offesa verbale (scribacchino) e per un ipotetico danno subito (letterariamente inesistente). Oltre che inelegante, la reazione dello scrittore è esagerata, sproporzionata rispetto a ciò che l’ha causata. Inoltre, in un certo modo, approfitta della sua posizione di magistrato (chi derimerà in merito alla questione sarà un suo collega) e di parlamentare. Quasi a dimostrare che chi fa parte di certe caste (e qui sono due) si sente come sollevato da ogni critica.

Dall’altro lato Vincenzo Ostuni fa due errori madornali: il primo è quello di non argomentare la sua critica, affidando a Facebook il suo messaggio. Non voglio credere che l’editor e poeta non sappia che è quanto mai fraintendibile uno status su un Social Network; tra l’altro il contenuto del messaggio è rivolto alla persona di Carofiglio e non al suo romanzo (ricordiamo che in tribunale vale ciò che è scritto e non ciò che ipoteticamente si pensa). Il secondo errore è un vecchio vizio dell’italiano: il conflitto di interessi. Il poeta è editor di Ponte alle Grazie, mentre Carofiglio è pubblicato da Rizzoli: i due editori erano concorrenti nella finale dell’ultimo Premio Strega.

In conclusione, sbagliano entrambi. Ma l’errore più grave lo compie Carofliglio, anche perché facendo causa ha perso l’occasione per rilevare a Ostuni i suoi errori, magari con una bella lettera ai principali quotidiani.