Opinioni

Del noir e del Mediterraneo

Molti anni fa l’editore francese Gallimard decise di pubblicare nella «Sèrie noire» l’Edipo re di Sofocle. Rimane, quella, una delle più pregiate e popolari edizioni (in Francia) della tragedia sofoclea. Più o meno nello stesso periodo, Albert Camus scriveva che i greci arrivavano alla disperazione passando per la bellezza; il «nostro tempo, invece, ha nutrito la sua disperazione nella laidezza e nelle convulsioni» (L’esilio di Elena). Qualche decennio dopo, più o meno a metà degli anni ‘90, Jean-Claude Izzo riprende l’edizione Gallimard di Sofocle (in cui il curatore scrive, senza vergogna alcuna, che l’Edipo re è il primo romanzo noir) e le parole di Camus per tracciare una relazione filiale tra il tragico greco e il noir contemporaneo, in particolare quello scritto sulle sponde del Mediterraneo.

Nonostante abbia pubblicamente e ripetutamente affermato che quello geografico non è un parametro utile alla definizione di un sottogenere letterario, devo ammettere però che il Mediterraneo è culla del noir moderno, e non potrebbe essere altrimenti per almeno due ragioni. (altro…)

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“De las armas y las letras”: la penna come arma da Cervantes ai poeti antifascisti della Guerra Civile Spagnola

Che la penna possa essere usata come arma, che le parole possano essere a volte più incisive che la lama di un coltello, questo è un dato di fatto. Se così non fosse, non si spiegherebbe come mai ogni volta che un regime dittatoriale prende il potere, la prima cosa che fa è mettere in atto meccanismi di censura che gli permettano di controllare tutto ciò che viene stampato, su libri, riviste e quotidiani, nel Paese. Anche i regimi democratici, forse più subdolamente, tendono a fomentare quel fenomeno odioso che è l’autocensura. Ne è un esempio la nostra povera Italia: dopo il caso De Luca relativo al TAV Torino-Lione, quale altro scrittore oserà alzare la sua voce contro la faraonica opera ferroviaria?

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Discorso scientifico e discorso letterario. Riflessioni a partire da “Giocati dal caso” di Nassim N. Taleb

Uno dei testi la cui lettura restituisce una piacevole sensazione di pace, seppur criticabile in alcune parti, è Giocati dal caso di Nassim N. Taleb (Il Saggiatore, 2013; prima edizione 2003).

 La prosa del trader libanese è lucida e le sue argomentazioni sono supportate da una ferrea logica, atta a semplificare piuttosto che a complicare. Ciononostante, nel suo percorso all’interno del caos, Taleb tende a semplificare troppo, incorrendo nella generalizzazione. Un esempio abbastanza eloquente è contenuto nel capitolo 4, dove l’autore cerca di dimostrare come il discorso letterario e quello scientifico si distinguano per il fatto che il primo può essere riprodotto da un simulatore casuale di frasi grammaticalmente corrette -il simulatore Montecarlo-, e precedentemente programmato, mentre il secondo, per la sua pretesa di logicità e verificabilità, sarebbe l’espressione più coerente della ragione umana. Taleb porta a esempio il discorso critico di Jacques Derrida e quello filosofico più oscuro di Hegel. Queste sarebbero prove sufficienti, secondo l’autore, a dimostrare la superiorità (etica?, morale?, scientifica?) del discorso scientifico su quello letterario.
Da un lato Taleb ha ragione da vendere. Derrida è forse un esempio tra i più lampanti della capacità dell’uomo di complicarsi inutilmente la vita, con speculazioni che ben poco hanno a che vedere con il reale. O se qualche attinenza con il mondo terreno ce l’hanno, allora sono argomentate con un linguaggio troppo criptico per essere decifrato anche da esperti di critica e teoria letteraria.
In Forme di storia (Carocci, 2006), Hayden White ha speso molte delle sue energie per cercare di dimostrare che la pretesa di scientificità di una disciplina come la storia è del tutto infondata. Lo ha fatto principalmente attraverso l’analisi del discorso storico, provando che è più simile a quello figurativo che non a quello di una c.d. scienza dura; ciò significa che il discorso storico è un discorso narrativo che si nutre di fatti verificabili attraverso le fonti, ma anche di una ricostruzione creativa da parte dello storico che, nei casi in cui ci siano lacune nelle fonti, procede col colmarle attraverso induzioni. Nonostante si basino su dati reali, queste rimangono pur sempre nel campo delle ipotesi. Ho recentemente utilizzato le teorie di White per dimostrare l’esistenza di una componente narrativa ne L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia (in Todomodo, vol. 2, 2012, pp. 215-230).
Quindi, dove sbaglia Taleb? Taleb sbaglia nel considerare tutta la critica letteraria come inerente o derivante da Derrida e dalla produzione più oscura di Hegel (alcune pagine dell’Estetica hegeliana, al contrario, sono di una chiarezza disarmante). Per fortuna, infatti, il discorso letterario è anche fatto dei saggi di critici eccellenti come, per esempio, George Steiner e Harold Bloom, che semplicemente considerano la loro disciplina per quello che è: non una scienza, ma l’interpretazione di uno dei volti della creatività e della fantasia umana. Del resto la stessa matematica, la più pura tra le scienze, si nutre, in parte, degli stessi fattori, ma con obiettivi diversi e opposti.
Il genio di Dante e quello di Alan Turing sono comparabili, certo, ma vanno in direzioni opposte. Come Dante non avrebbe mai potuto progettare un calcolatore, Turing non sarebbe mai stato in grado di scrivere La Commedia. Infine, Taleb pare non considerare che il Rinascimento italiano diede vita ad alcuni geni assoluti, come Leonardo, che riuscirono ad esprimere il massimo del rigore scientifico e il massimo della creatività artistica e letteraria.
Probabilmente Taleb confonde la correttezza grammaticale con il senso compiuto di una frase: sostenere che la frase: “L’albero è un animale”, sia grammaticalmente corretta non equivale a sostenere che abbia senso. In Dire quasi la stessa cosa (Bompiani, 2003), Umberto Eco dimostrò ampiamente che la traduzione automatica, eseguita con software in grado di comprendere diverse combinazioni linguistiche, è altamente fallibile, in quanto il computer non è affatto intelligente (cosa che ripete più volte anche Taleb nel suo libro): spesso restituisce frasi grammaticalmente corrette, ma incoerenti. Probabilmente, quindi, il trader libanese non sopporta il fatto di non riuscire a capire alcuni discorsi letterari estremamente complessi, per i quali è richiesto una grado di specializzazione molto alto.
In ultima analisi, al trader sfugge il fatto che come la matematica pura non è accessibile a tutti (a me per primo), anche la critica letteraria più astratta non è affare per tutti. Questo fastidio Taleb lo prova, probabilmente, perché parte dal presupposto – errato – che per il solo fatto di essere un buon matematico e avere un buon dominio dei numeri e della logica, allora possa ritenersi in grado di avere le chiavi di accesso a ogni ambito dell’ingegno umano.
Pubblicato su Critica Letteraria il 26/10/2013

Appunti ironici sul dottorato di ricerca in Italia

Scrivere una tesi di dottorato in Italia non è una passeggiata di piacere. È un lavoro come gli altri, anche se spesso dipinto come il primo passo verso l’integrazione in un sistema di privilegi e raccomandazioni: l’Accademia.

Posso parlare solo del mio caso, quello di un dottorato in letteratura. Partiamo dal presupposto che un dottorando di 25 anni, al primo anno, non ha diritto al mugugno. Infondo, se usufruisce di una borsa di studio, è un privilegiato. Tra i suoi coetanei è tra i pochissimi che può contare su una certa stabilità economica per tre anni. Certo, con 1029,71€ al mese non ci fai moltissimo, ma quanto meno ci vivi.

Non scrivo questo post per mugugnare. In Italia esistono due modi per fare un dottorato: uno parassitario e uno appassionato. Il primo modo è quello più noto: per tre anni mi intasco i miei 1000 e rotti Euro mensili, faccio il minimo indispensabile, tanto non mi viene chiesto molto di più, e alla fine la tesi la scrivo come viene. Sul secondo modo, il più diffuso, il discorso è più complesso.

Primo anno: lettura convulsiva di qualsiasi cosa abbia anche una seppur minima attinenza con il proprio progetto di ricerca. Compilazione di decine di quaderni e di MB di file con appunti e citazioni che “si sa mai vengano bene”. In questa prima fase è necessario capire che: 1) non stai preparando un esame di Glottologia; 2) non devi studiare, ma fare ricerca quindi porti degli obiettivi, formulare ipotesi e possibilmente dimostrarle; 3) tre anni sono pochi, quindi non c’è molto tempo da perdere visto che la borsa di studio finirà prima che tu abbia discusso la tesi. (In molti Paesi dove il Dottorato è considerato un lavoro come gli altri esiste la possibilità di perfezionare la tesi con un quarto anno durante il quale si è pagati come insegnante. In Italia questa opzione non esiste.) 4) se nei tre anni di dottorato ti limiti a scrivere la tesi, poi sei bello che fottuto perché non stai sul mercato. Quando hai finalmente capito queste cose di solito sei verso la fine del primo anno, con una montagna di appunti e il biglietto aereo per il tuo primo convegno in mano.

Secondo anno: Hai capito chi sei, cosa devi fare e come farlo. Quindi l’anno passa riordinando gli appunti, scrivendo articoli che poi saranno pezzi di tesi e andando a convegni per prepararti al futuro. Sei consapevole che le probabilità di rimanere in Italia sono bassissime così decidi di farne qualcuno all’estero, in Europa, per farti conoscere. Ben presto capisci che è l’unico modo per mettere alla prova le tue conclusioni: ti diverte, ma è rimborsato solo in parte, quindi devi darti una regolata. Arrivi alla fine del secondo che hai perfettamente chiaro cosa voglia dire fare ricerca e cosa significhi far parte di una comunità scientifica internazionale. La sensazione ti gratifica fino a quando non ti rendi conto che hai scritto sì e no 30 pagine di tesi e che in quel terzo frenetico anno devi a tutti costi scriverne altre 300 se vuoi avere qualche speranza di continuare a pagarti l’affitto e la spesa.

Terzo anno: La TESI prende il sopravvento su ogni cosa. Ti tormenta giorno e notte, il computer sempre acceso, i libri sempre aperti. Devi scrivere, scrivere, scrivere. Questo verbo diventa un’ossessione: fai colazione e pensi a quello che scriverai nella mattinata; pranzi velocissimo perché altrimenti perdi il filo; ceni con cibo precotto per far prima e correggere una nota che nessuno leggerà mai prima di andare a dormire; sogni che un incendio devastante manda in fumo tutto il tuo lavoro il giorno prima della consegna dei volumi in segreteria e che devi ri-SCRIVERE tutto. Ciononostante, non devi dimenticarti di tutto il resto: lezioni, convegni e articoli. Non puoi perdere il passo, pena l’esclusione dal paradiso accademico. Arriverà poi il giorno in cui stampi le conclusioni e ti senti leggero come una piuma. Il monumento alla tua forza d’animo è terminato: in cartella hai anche qualche pubblicazione, qualche certificato di partecipazione a qualche convegno e sei convinto di potertela giocare; sei competitivo sul mercato, la tua competenza varrà più di mille raccomandazioni. Rimani in stand-by un po’ di tempo in attesa della discussione, che immancabilmente avviene qualche mese dopo l’ultimo versamento della borsa. Nel frattempo sopravvivi con i risparmi degli ultimi tre anni, facendo economia su ogni cosa. Se per caso vivi con un’altra persona o ti sei sposato, sarai assalito da un enorme senso di colpa nel vedere che solo lei lavora. Passi le giornate mandando domande a destra e a manca, a chiunque possa darti da lavorare convincendoti del fatto che “hai quasi voglia di un lavoro ordinario”.

Hai molta paura del futuro, ma riuscirai ad ottenere un post-doc da una università tedesca, poi andrai qualche anno in Spagna per terminare la tua carriera in Inghilterra. Nel mezzo viaggerai in mezzo mondo, sarai visitor professor negli Stati Uniti e sentirai una gran nostalgia. Tornerai in Italia una volta pensionato, farai visita a quell’Università dove hai trascorso i tre anni più eccitanti della tua vita per scoprire che il tuo collega dottorando parassitario è oggi direttore di quel Dipartimento che una quarantina d’anni prima ti laureò Dottore di Ricerca.

Carofiglio-Ostuni: sbagliano entrambi, ma…

La recente querelle tra Gianrico Carofiglio e Vincenzo Ostuni mi ha lasciato interdetto. Il caso, a ben pensarci, è ambiguo.

Da un lato Carofiglio sbaglia a fare causa  a Ostuni per un’offesa verbale (scribacchino) e per un ipotetico danno subito (letterariamente inesistente). Oltre che inelegante, la reazione dello scrittore è esagerata, sproporzionata rispetto a ciò che l’ha causata. Inoltre, in un certo modo, approfitta della sua posizione di magistrato (chi derimerà in merito alla questione sarà un suo collega) e di parlamentare. Quasi a dimostrare che chi fa parte di certe caste (e qui sono due) si sente come sollevato da ogni critica.

Dall’altro lato Vincenzo Ostuni fa due errori madornali: il primo è quello di non argomentare la sua critica, affidando a Facebook il suo messaggio. Non voglio credere che l’editor e poeta non sappia che è quanto mai fraintendibile uno status su un Social Network; tra l’altro il contenuto del messaggio è rivolto alla persona di Carofiglio e non al suo romanzo (ricordiamo che in tribunale vale ciò che è scritto e non ciò che ipoteticamente si pensa). Il secondo errore è un vecchio vizio dell’italiano: il conflitto di interessi. Il poeta è editor di Ponte alle Grazie, mentre Carofiglio è pubblicato da Rizzoli: i due editori erano concorrenti nella finale dell’ultimo Premio Strega.

In conclusione, sbagliano entrambi. Ma l’errore più grave lo compie Carofliglio, anche perché facendo causa ha perso l’occasione per rilevare a Ostuni i suoi errori, magari con una bella lettera ai principali quotidiani.