Sabotaggio. Un’indagine di Antonio Libeccio

Seconda indagine per il vicequestore Antonio Libeccio e l’ispettore Gianni Levratto, pubblicato su Racconti Scontati il primo marzo 2017. Fa la comparsa in questo testo un personaggio a cui tengo molto, il commissario dei Mossos d’Esquadra di Barcellona, Xavi Malasombra. La terza indagine di Libeccio e Levratto la potete leggere nell’antologia Una finestra sul noir, pubblicata dalla F.lli Frilli Editori nell’autunno del 2017, in onore a Marco Frilli. Parte dei proventi dell’antologia verranno devoluti all’associazione Gigi Ghirotti di Genova.

Genova, 19 dicembre 2015

-Come sarebbe che non vogliono darci i dettagli della spedizione?-, urlò il vice questore Libeccio quasi mangiandosi la cornetta del vecchio telefono SIP in dotazione nel suo ufficio.
-Dicono che è per la privacy dei loro clienti, ci sarebbero anche ordini di vendite erotiche.-, rispose dall’altro capo Levratto, avvolto in un cappotto di lana, con la sciarpa a coprirgli anche il naso nel vano tentativo di difendersi dalle sferzate di tramontana di quel 19 dicembre 2015.
-Ma noi siamo la polizia, non ce ne importa nulla dei gusti sessuali dei clienti di OutletNet!
-E ma non si fidano Anto’.
-Vogliono il mandato del magistrato?
-Così dicono ora, ma non so se poi alla fine cedono. Sai Antonio questi sono spagnoli, non se ne fanno nulla di un mandato italiano. Ci sta quasi una rogatoria internazionale qui.
-Per quattro pacchi. Chi si occupa di questo caso, Levratto?
-Tu Antonio, te ne occupi.
-Brutto abelinato, intendo dire che magistrato.
-Sperandio.-, l’ispettore Levratto pronunciò quel nome sottovoce.
-E belin, ma allora ce l’hanno tutti con me. Mi sfracasserà la vita e non solo per evitare che gli spagnoli arrivino prima di noi alla soluzione. Per non parlare dei francesi, perché il camion parte da Barcellona, viene rubato pieno a Marsiglia e ce lo ritroviamo vuoto a Genova. E il conducente? Dove belin è finito chi conduceva?-, Libeccio urlava come un ossesso frasi sconnesse. Si alzò dalla poltrona e sacramentò come un camallo contro il filo corto del telefono della SIP che non gli permetteva di camminare fino alla finestra del suo ufficio. Aveva volutamente lasciato il cellulare a casa per evitare che la sua ex moglie lo chiamasse per la tredicesima che stava tentando di sfilargli da inizio mese.
-Che faccio vicequestore?-, Libeccio si sedette di nuovo, staccò la cornetta dall’orecchio e riagganciò lasciando Levratto appeso al nulla dall’altra parte del filo. Iniziò a tamburellare con le dita sulla scrivania: era visibilmente infastidito dalla piega che stava prendendo quell’indagine caduta nel suo ufficio per puro caso.

Nei dintorni di Marsiglia, 16 dicembre 2015

Notte fonda; notte umida. Luis lasciò il camion carico di pacchi nel parcheggio della stazione di servizio. Era alle porte di Marsiglia, quasi a metà viaggio. Doveva arrivare a Torino entro mezzogiorno, le due al massimo, ma prima avrebbe fatto una tappa a Nizza e, forse, una a Genova. Dipendeva. Il suo lavoro era fatto così: prendeva un camion dai magazzini di Barcellona, nella Zona Franca, e lo portava in Italia perché i pacchi in esso contenuti venissero distribuiti. Ma a volte doveva fare tappa a Nizza, come quella volta, e se il caso a Genova, per scaricare parte della merce e farla viaggiare via nave in Sardegna e Sicilia. Dipendeva. Dagli ordini, dalla fretta dei clienti, dalla pressione della concorrenza. Doveva stare nei tempi, sempre più stretti. Il problema ultimamente era la frontiera, un paradosso per un’epoca senza confini e globalizzata, ma da quando l’ISIS era piombato in Europa i muri si erano rialzati e passare dalla Francia all’Italia o dall’Italia alla Francia era diventato un incubo.
La storia si ripeteva: il nemico, la paura, i confini divengono barriere invalicabili e i Governi ne approfittano per dare un giro di vite a libertà e diritti conquistati a suon di guerre e morti. Luis guardava il cielo e pensava che i gabbiani che volavano sulla sua testa non si curavano della frontiera: volavano e basta. Entrò nel supermercato e fece un giro tra i banchi: comprò un paio di libri di Jean-Claude Izzo in lingua originale per sua figlia che studiava francese all’università e si avvicinò al bar. Avrebbe voluto un caffè, ma sapeva bene che nonostante l’impegno del barista avrebbe potuto essere uno schifo e in poche ore sarebbe arrivato a Ventimiglia, in Italia. Avrebbe potuto farselo da sé, come aveva fatto a Tolosa qualche anno prima in un bar del centro città che poi gli aveva proposto un lavoro. All’epoca c’era ancora Annabella, sua moglie, napoletana trapiantata a Barcellona subito dopo la laurea. Lei gli aveva insegnato a bere caffè, far pippiare la salsa di pomodoro e friggere le melanzane. Se l’era portata via un mostro ai polmoni in sei mesi l’anno prima.
Ordinò un tè nero, forte e intenso, accompagnato da un croissant scongelato e tenuto in caldo dalla mattina in una speciale vetrina: illusione di freschezza a tutte le ore. Mangiò e bevve con estrema calma sfogliando l’edizione francese di Marinai perduti e pensando al suo sogno di passare la vita per mare, con Annabella. Ci erano quasi riusciti, ma poi il mostro l’aveva divorata distruggendo e cancellando tutto con un colpo di straccio. Era finito a portare in giro camion per l’Europa, un modo come un altro per stare a casa il meno possibile, non pensare e tirare a campare fino alla pensione.
Prima di tornare a guidare, Luis andò in bagno e svuotò la vescica: non si voleva fermare prima di Nizza. E se avesse potuto, si sarebbe evitato anche quella sosta per passare il confine e arrivare in Italia il prima possibile. Perché alla fine in Francia aveva sempre sentito una certa strana sensazione di disagio.
Uscì dalla stazione di servizio e l’aria gelida di maestrale lo investì fino a stordirlo. A passo lento si diresse verso il punto in cui mezz’ora prima aveva lasciato il camion giallo con la grossa scritta AGM.

Genova, 17 dicembre 2015

Un forte vento di tramontana sferzava la città inebetita dal freddo. Dalle alture di Quarto si intravedevano Corsica, Capraia ed Elba: il Mediterraneo si stendeva come una lastra d’ardesia blu cobalto ai piedi di Gianluigi Comiglio, uno degli uomini più ricchi della città e amministratore della sede italiana di CustCareX, azienda leader nel settore servizio clienti con contact centre sparsi nei cinque continenti: non luoghi in cui migliaia di uomini e donne rispondono a chiamate, mail e commenti sui social network dei clienti dei colossi dell’economia mondiale. La nuova classe operaia, che a differenza della vecchia ha uno stipendio senza alcun potere d’acquisto, nessuna sicurezza di mantenere il posto di lavoro per un periodo superiore ai 12 mesi e titoli di studio come lauree e dottorati.
Comiglio sorrise compiaciuto, mentre beveva il primo caffè della giornata contemplando l’immenso mare. Era protetto dalla porta vetri della sua villa sulla collina che sovrasta il quartiere di Quarto dei Mille, alle sue spalle la grande camera da letto dove, fino a poche ore prima, aveva giaciuto con Irina, la prostituta bielorussa che trascorreva con lui due notti a settimana per quattromila euro al mese. Il manager aveva da poco ricevuto un’importante telefonata: il piano era riuscito e quel Natale la sua azienda avrebbe avuto un’impennata di lavoro che gli avrebbe messo in tasca un bel milioncino di premio produzione, in nero ed esentasse. Poteva permettersi il lusso di non assumere nessuno e far lavorare più ore a 4 € l’ora i suoi attuali impiegati. Sorrideva, Comiglio, compiaciuto dello squallore che lo circondava: uno squallore fatto di soldi, lusso, sesso sfrenato. Un ingordo che avrebbe ucciso sua madre per mantenere quel tenore di vita.

Il vice questore Antonio Libeccio stava mangiando un pezzo di focaccia con le cipolle quando Levratto gli comparse da dietro bestemmiando come un portuale.
-Che ti succede ispettore?
-Ma niente, Anto’, solite rotture di scatole. Allora dove andiamo?
-In Lungomare Canepa. Hanno trovato un camion svuotato.
-E noi che diavolo c’entriamo?
-Pare ne sia stato denunciato il furto questa notte in una stazione di servizio nei pressi di Marsiglia. L’autista ha dichiarato alle autorità francesi che l’aveva lasciato carico nel parcheggio e quando è tornato dal bagno non c’era più.
-Quindi, aspetta Antonio, un camion carico sparisce a Marsiglia e riappare vuoto a Genova?
-Esatto, Levratto, fai progressi.
-Mi sembra roba da romanzetto, Anto’.
Libeccio ingranò la prima e percorse la lunga serie di strade che inizia con Corso Saffi fino alla biforcazione dell’autostrada, dove prese per via Milano, aggirando il Matitone e sbucando all’inizio di Lungomare Canepa, una zona della città terra di nessuno divenuta famosa per l’alto numero di veicoli abbandonati e dati a fuoco, tra prostitute rumene che battono lo stradone giorno e notte. Uno degli angoli più emblematici della decadenza economica e morale della città di Genova, e il luogo ideale in cui far atterrare un camion rubato senza dare troppo nell’occhio.

Genova, 20 dicembre 2015

Levratto fece irruzione nell’ufficio di Libeccio senza neanche dire buongiorno. Il vicequestore era chino sul suo telefono cellulare, concentrato a tal punto che non si accorse di nulla.
-Allora, Anto’, che stai facendo?
-Sto cercando di fare un bonifico con sto coso.
-Lascia stare. Fallo poi con il computer. È per lei?
-Già. Me lo voglio levare prima di pranzo.
Lo stesso telefono che Libeccio teneva in mano iniziò a suonare.
-Sperandio. Ci scommetto che è lui che mi nega i mandati. Vedi?-, il vice questore mostrò il display del suo cellulare a Levratto. –È l’unico abelinato che mi chiama da un numero nascosto.
-Dottor Sperandio, come andiamo?
-Libeccio come fa a sapere che sono io?-, chiese il magistrato.
-Me lo sentivo, sarà telepatia…
-Faccia meno lo spiritoso lei. La chiamo per il mandato e la richiesta di rogatoria internazionale.
-Mi faccia indovinare? No rotondo a entrambe le cose.
-Bravo Libeccio, vedo che sta imparando. E adesso risolva alla svelta questo caso, altrimenti inviterò il questore a mandarla a dirigere il traffico.
-Neanche originale quando fa lo spiritoso-, disse Libeccio a Levratto mentre si metteva il cellulare in tasca.
-Che ti ha detto?
-Che mi manda a dirigere il traffico.
-Ah.-, sospirò Levratto senza aggiungere ulteriori commenti. –Allora?
-Allora, niente, non abbiamo autorizzazioni. Da dove partiamo?
Levratto si accese una sigaretta in barba alle norme antifumo. Libeccio lo guardò senza dire nulla, sapeva bene che il suo ispettore aveva bisogno di fumare per pensare. Si alzò e si avvicinò al mobiletto dell’archivio su cui era poggiata una macchinetta del caffè. Mise la prima capsula e chiese:
-Vuoi un caffè?
-Sì, Anto’, che pensiamo meglio.
Libeccio servì il prezioso liquido nero all’ispettore e si preparò il suo. Si sedette, si servì un cucchiaino di zucchero e si soffermò a vedere la polvere bianca sparire oltre la superficie cremosa. Fin da bambino era affascinato da questa magia. Insieme all’aroma, lo riconciliava con il mondo, una nota di sax in un mare di rumore. Quella perfezione che stona l’imperfezione della realtà, restituendo quiete alla mente in subbuglio.
-L’autista-, disse il vice questore quasi bisbigliando, -come si chiama e dove si trova?
-Aspetta, Anto’, vuoi dire che…
-… che l’autista se non è complice, quasi.
-Pensi parlerà?
-Non lo so, ma hai altre idee?
-No. Aspetta che guardo.
-Luis Cano, cittadino spagnolo.
-Che altro sappiamo?
-Nato a Barcellona, 45 anni, dipendente della società di trasporti da pochi anni.
-Altro?
-No.
-Allora documentiamoci, Levratto. Voglio un profilo completo entro domattina. Chiama qualcuno, usa canali ufficiali e non, chiama Obama se ti serve, insomma fai il tuo cazzo di lavoro come solo tu lo sai fare.
-Domani mattina avrai il rapporto, Anto’. Quasi mi ecciti quando fai così.
-Ringrazia quell’abelinato di Sperandio, questo caso lo risolvo solo per rompergli le scatole.

Antonio Libeccio parcheggiò la sua 883 di fronte al civico numero 17 di via Isonzo. Salutò il pescivendolo e Peo, il barista che gli faceva trovare ogni mattina cappuccino e focaccia pronti. Entrò nell’androne e aprì la casella della posta. Dentro un bigliettino scritto a mano. Riconobbe al volo la grafia della sua ex moglie, Anna: Sono passata e non c’eri. A Natale me ne vado al paese con il piccolo. Rientro il 7 gennaio. Se vuoi fargli gli auguri e dargli il regalo parlane con mia madre.
Accartocciò il foglio e lo gettò in terra mentre riprendeva la via d’uscita. Risalutò il pescivendolo e Peo, il quale scosse il capo perché aveva intravisto la ex signora Libeccio citofonare senza successo. Mise in moto e si fiondò a tutto gas giù per via Isonzo. Piegò per raggiungere l’Aurelia e infilarsi nel traffico bollente delle sette di sera, quando i genovesi che vivono nelle delegazioni di Levante rientrano a casa dopo il lavoro. Tirava tramontana, una tramontana fitta e continua che pela la cima dei monti e si getta come una furia verso il mare gelando tutto ciò che incontra, pulendo cielo e tagliando facce, quelle facce un po’ così che hanno quelli che a Genova ci vivono. E fa la barba al Mediterraneo, la tramontana, appiattendo l’onda e lastricandolo d’ardesia mentre il cielo si pulisce e le stelle brillano nella sera prenatalizia. L’Aurelia era per fortuna abbastanza libera e Libeccio ebbe modo di ingranare la quarta fino a far cantare il motore della sua 883, il ruggito di una leonessa che squarciava la monotonia del traffico infarcito di auto millesei diesel. Fece un lungo slalom tra le macchine e arrivò in un momento a Nervi, proseguì per Bogliasco e Recco, prese per la Ruta di Camogli e si fermò solo sul grande parcheggio panoramico prima di San Rocco, quello stesso posto dove quindici anni prima aveva per la prima volta fatto l’amore con la sua ex moglie, chiusi in una minuscola Y10. Lasciò la moto sul cavalletto, posò il casco sul serbatoio e con la faccia che gli bruciava per il freddo si affaccio al muretto che dava direttamente a un dirupo di pini e sterpaglia. Il profilo della costa era nitido e la massa nera del Mediterraneo si adagiava ai piedi della grande città. Un fiotto di luce tagliava la sera con ritmo costante: la Lanterna che indicava la via. Una lacrima, solitaria e sola, come solitario e solo era l’uomo che guardava il mare, solcò il volto di Libeccio e quasi si congelò tra i peli della barba ispida e nera. Il vice questore si strinse nel chiodo di pelle, mani in tasca e bocca infossata nella sciarpa del Genoa. Buio. Un peschereccio usciva dal porticciolo di Camogli, unica luce in un mare nero e tetro. Lo sguardo di Libeccio puntato all’orizzonte, perso in un niente di ricordi lontani e nella nostalgia di un futuro spezzato.

Genova, 21 dicembre 2015

-Levratto dimmi che hai trovato qualcosa.
Quella di Libeccio era quasi una supplica, addolcita dall’enorme striscia di focaccia che stava intingendo nel cappuccino che Peo gli aveva fatto trovare pronto. L’ispettore l’aveva raggiunto a Sturla perché il vice questore aveva fretta e aveva capito che era meglio farlo arrivare in ufficio già informato. Nonostante il freddo aveva percorso il tragitto da casa sua nei carruggi fino alla delegazione levantina in Vespa. Non aveva altri mezzi e odiava l’autobus perché, come amava ripetere, “l’AMT non esiste più”.
-E secondo te posso mai fallire?-, disse togliendosi il cappello di lana da marinaio e posando il casco sul bancone. Ordinò caffè e focaccia e passò a Libeccio un plico di documenti.
-Riassumi in poche parole.
-Luis Cano è a Genova. Abbastanza conciso?
-E per cinque parole mi sarei dovuto leggere tutta sta roba Levratto?
-E che lì dentro ci sono certi dettagliucci…
-Del tipo?
-Del tipo che il furto è stato denunciato in forma anonima da un telefono pubblico della stazione di servizio.
-Interessante, altro?
-Luis Cano non era sul posto quando la gendarmerie è arrivata. E-, Levratto anticipò di un pelo la domanda del vice questore, -il nostro amico è ricomparso a Genova proprio ieri notte, sta in una pensione in via San Luca, sai una di queste che affittano le stanze anche alle prostitute dei vicoli.
-Si sta nascondendo nella pancia sporca della città. Ma perché qui?
-Non chiederlo a me, io direi che ti finisci la focaccia e andiamo a chiederglielo.
Libeccio annuì e fece un’ultima, scontata, domanda: -Levratto, queste ‘pensioni’ non registrano i loro ospiti, come ci sei arrivato?
-E ti pare che te lo dico?-, disse ridendo l’ispettore. –Se ti spiffero tutti i miei segreti, poi pensi di poter fare a meno di me e mi mandi a dirigere il traffico. Ti ricordo che io, lì, ci sono nato.
Libeccio pagò le colazioni e fece cenno a Levratto di uscire. Sulla porta del bar, mentre via Isonzo iniziava ad animarsi, gli fece cenno di lasciare la Vespa che sarebbero andati con la moto.
-Non ci pensare neanche, Anto’, a casa mia andiamo con il Primavera.
-E io qui come ci torno stasera?
-Ti ci riporto io, monta.-, e diede un colpo secco alla pedalina.

Lo trovarono in una squallida stanza d’albergo con le pareti giallognole scrostate per l’umidità e senza bagno. Unico arredo oltre al letto un bidè e un lavandino. Faceva un freddo cane, il riscaldamento si pagava a parte. Gli infissi erano di legno e marciti dal tempo, i vetri sottili era come se non esistessero e dentro la stanza ci saranno stati non più di 15 gradi. Luis Cano era avvolto da tre coperte di lana e ciononostante tremava dal freddo. Batteva i denti e tentava invano di scaldarsi le mani alitandoci sopra. Nella stanza c’erano tutti gli odori del mondo: sudore, piscio, colonia, sapone, umido, refrescumme. Era come se stessero in strada. Libeccio non si capacitava come poteva esserci chi, lì dentro, poteva volerci fare sesso. Eppure la città vecchia ne era piena di posti simili, tuguri dell’amore infelice scambiato per amor cortese, posti che tutti ripudiavano, ma che nessuno si osava a toccare perché in fondo faceva bello pensare che a Genova esistessero ancora le bocca di rosa, che si potesse vivere come dentro una canzone di De Andrè, senza capire che De Andrè non ci vedeva nulla di romantico in tutto ciò: si limitava a dare nome e cognome a dei poveri diavoli dimenticati da Dio, a dar loro una storia e una dignità, a non giudicarli per la miseria che li circondava e li aveva schiacciati. Ma di certo non ne faceva un vanto della sua città. Ne avevano sgombrati a bizzeffe di posti del genere, appartamenti con i muri scrostati in mano alle mafie, a quel tonno nero che qualche tempo prima gli era sfuggito per un pelo. Ma tanti ne chiudevano, tanti ne aprivano o ritornavano nelle mani della criminalità.
-Lei è il signor Luis Cano Blanco?
-Sì sono io.-, Levratto rimase di stucco per il perfetto italiano che parlava l’autista spagnolo, addirittura scalfito da una lieve, e quasi impercettibile, cadenza napoletana.
-Cosa ci fa a Genova?-, chiese Libeccio. Luis alzò gli occhi e li piantò in quelli del vice questore. Erano azzurri e tondi, con la pupilla appena dilatata. Erano espressivi, malinconici, quasi nostalgici, acquosi. Erano occhi che avevano pianto molte lacrime, pensò Libeccio.
-Sono di passaggio.
Levratto si sedette vicino a Luis. Non lo toccò, ma da quella distanza ravvicinata poteva percepire la paura dell’uomo. Era così netta quella sensazione che si sentì a disagio e si alzò portando da parte Libeccio.
-Anto’, questo è morto di paura. È terrorizzato.
-Come fai ad esserne sicuro? E se è tutta una sceneggiata?
-Ma che dici, Anto’!-, esclamò sottovoce l’ispettore. –Io di esperienza ne ho parecchia e uomini che fingono ne ho visti a decine. Ma questo se la sta facendo sotto, vice questore. Questo deve essere stato minacciato o ricattato in qualche modo. Fidati, non serve giocare al poliziotto buono, poliziotto cattivo.
Libeccio guardò Luis: si stava nervosamente sfregando le mani sui jeans consumati dal tempo. Gli occhi sbarrati e lo sguardo a fissare imbambolato le scarpe di cuoio marrone rovinate sulla punta. Il vice questore si avvicinò e si sedette vicino allo spagnolo. Senza fretta e dopo aver preso un lungo sospiro si rivolse a lui da uomo a uomo:
-Cosa è successo, Luis?
-Ho fame.-, un bisogno immediato e fisiologico. Bisbigliato appena tra i denti a cercare di vincere la paura. E quelle mani che continuavano a sfregare sui pantaloni vecchi. Puzzava anche un po’, Luis.
-Ora Levratto va a prenderti un po’ di focaccia. Vuoi fartela una doccia?
-Ho fame. Sì, una doccia mi farebbe bene.
-C’è una doccia in questo cesso di posto?-, Libeccio si rivolse all’ispettore, che era già sulla porta pronto ad andare al forno più vicino.
-Forse nel ballatoio, Anto’, ma ne dubito. Portiamolo a casa mia.
-Non dirai sul serio?
-Libeccio porca miseria lo vedi com’è ridotto? È uno straccio, sta affogando nella sua stessa paura e ha fame. Portiamolo da me, in dieci minuti ci arriviamo. Lo sbattiamo nella doccia, gli diamo da mangiare e poi lo interroghiamo.
-Levratto e tua moglie cosa dice?
-La Sandra, dici? Non ti preoccupare per lei. In passato, quando questi vicoli erano davvero un girone infernale, ne ha viste di tutti i colori. E poi magari non è neanche in casa.
Uscirono dalla pensione e si ritrovarono nel brulicare multietnico di via San Luca. La percorsero tutta fino a Piazza Banchi, costeggiarono la chiesa dedicata a San Pietro e si infilarono in via San Pietro della Porta, proseguirono su Canneto il Curto, attraversarono via San Lorenzo e arrivarono al portone dove viveva Levratto, angolo con Canneto il Lungo. Salirono due piani di scale d’ardesia e arrivarono sul pianerottolo dove si aprivano 3 porte verde scuro. Entrarono in quella centrale.
Sandra Repetto sposata Levratto non era in casa in quel momento, probabilmente era uscita a far la spesa. Per evitare che le venisse un infarto al rientro, l’ispettore ebbe cura di avvisarla della loro presenza mentre Libeccio cacciava sotto la doccia Luis.
-Allora che ti ha detto?-, chiese il vice questore entrando nella vecchia cucina con il lavandino in marmo, mentre Levratto squadernava la focaccia e riempiva tre bicchieri di bianco.
-Chi, Sandra?-, Libeccio annuì. –Niente, cosa deve dirmi?
E lì si chiudeva l’invasione del vice questore nella vita privata del suo ispettore. Lo invidiava, perché quell’uomo rude, grassoccio, con una cocina riconoscibile a distanza di chilometri, aveva avuto in sorte di innamorare una donna altrettanto eccessiva in ogni suo gesto, ma altrettanto leale e comprensiva. Non aveva mai visto una coppia tanto affiatata, mai aveva visto un uomo e una donna tanto ben assortiti. Nati per stare insieme.
Dopo pochi secondi di silenzio, Luis comparve sulla porta avvolto nell’accappatoio di spugna di Levratto.
-Espero non sia un problema.-, disse entrando in cucina e andando a sedersi sulla sedie di vimini.
-No, certo che non lo è. Prendi, qui hai della focaccia e un bicchiere di vino.-, rispose l’ispettore mentre anche Libeccio prendeva posto vicino allo spagnolo. Dalla finestra la sottile luce del mezzogiorno dicembrino faceva fatica a filtrare e a schivare l’angusto spazio che le lasciava libero il cavedio del vecchio palazzo in cui viveva Levratto.
-Allora, Luis, io sono il vice questore Antonio Libeccio e questo bel signore che ci sta prestando cucina, bagno e accappatoio è l’ispettore Gianni Levratto. Siamo della polizia, sì. Ma siamo uomini come te e non vogliamo farti del male. Vogliamo capire cos’è successo al camion che ti hanno rubato a Marsiglia. Tu puoi aiutarci?
Luis morse la focaccia e con il boccone ancora per metà da masticare scoppiò in un pianto a dirotto. Solo quando si calmò riuscì ad articolare poche, disordinate, parole.
-Non volevo, io non volevo farlo. Ma non ho avuto scelta. Mia figlia, l’hanno minacciata.
-Chi l’ha minacciata? Fai ordine figliolo e calmati, non abbiamo fretta.-, Levratto aveva un tono quasi paterno.
-Loro, quelli di Infoservice.
-Cos’è Infoservice?
-È un’azienda, un call centre che ha sede a Barcellona.
-E come mai ti hanno minacciato? Cosa ti hanno chiesto?
-Di fermarmi in quella stazione di servizio e lasciare il camion incustodito almeno mezz’ora. E poi di chiamare la gendarmerie.
-E tu non volevi farlo?
-No!-, gridò lo spagnolo sbattendo i pugni sul tavolo. –Ma ho dovuto, per mia figlia. Hanno iniziato a fare il suo nome, sanno dove vive e quello che fa. Non potevo rischiare, non ho che lei! Sapete, fa l’università e studia letteratura francese. Le ho comprato dei libri a Marsiglia.
Luis abbassò il capo e si ripiegò su se stesso, quasi scomparve dentro l’enorme accappatoio di Levratto. I due investigatori si guardarono, l’ispettore si alzò, andò verso il telefono a parete e chiamò la moglie. Dopo neanche un minuto aveva già riagganciato.
-Luis, tra mezz’ora mia moglie Sandra sarà qui e ti preparerà la stanza di mia figlia. Starai qui stanotte e fino a quando il vice questore ed io avremmo risolto il caso. Prenderemo questi morti di fame, puoi starne certo.
-Come mai volevano rubare il camion? A chi l’hanno incaricato?
-Non lo so il motivo. Forse l’hanno incaricato alla mafia marsigliese. È l’ipotesi più sensata, credo.-, rispose Luis una volta ripreso fiato. Stava lentamente calmandosi, la respirazione era più regolare, gli occhi asciutti e le mani non gli tremavano.
-Grazie, ispettore. Accetto se mi permette di ricambiare, magari con una paella fatta in casa.
-Te la devi vedere con la Sandra per questo, ma non credo opporrà resistenza.
Luis sorrise, e anche Libeccio tirò un sospiro di sollievo. Proprio in quel momento sentirono la chiave nella toppa e lo scatto della serratura. Era Sandra, carica come un somaro di borse della spesa. Fece irruzione in cucina e cacciò i tre uomini, non senza aver dato allo spagnolo dei vestiti del marito da indossare mentre i suoi venivano cacciati per direttissima in lavatrice. “Che persona incredibile”, pensava Libeccio mentre guardava i coniugi Levratto bisticciare su quisquiglie legate al nuovo, inatteso e in fin dei conti gradito, ospite.
Dopo dieci minuti i tre uomini erano in strada, direzione piazza della Vittoria: Levratto e lo spagnolo in Vespa, Libeccio a piedi. Quando arrivò nel suo ufficio li trovò indaffarati a bere caffè e a scofanarsi un altro etto di focaccia.
-Ci hai preso gusto, eh, Luis.-, disse il vice questore. –Andiamo un po’ a capire chi e che cosa fa questa Infoservice. Chi mi fa una ricerca bella tosta e completa? Voglio risultati prima di pranzo!
Non fu una ricerca lunga, in mezz’ora Libeccio aveva sul tavolo una decina di fogli che raccontavano vita morte e miracoli della Infoservice. Azienda spagnola fondata a Barcellona in piena orgia economica alla fine degli anni ’80 e cresciuta a dismisura dopo le Olimpiadi del 1992 quando per telefono era possibile vendere perfino il pane ammuffito. Un Paese saltato di colpo dal terzo al primo mondo era, nel giro di vent’anni, piombato nel consumismo più sfrenato e i call-centre erano una miniera d’oro. Nel 2000 la Infoservice era stata venduta per un valore di cento volte superiore al suo capitale iniziale a una multinazionale francese specializzata nell’esternalizzazione del servizio clienti di grandi compagnie. Ne aveva avviato una lenta conversione: da centro di vendite telefoniche a contact centre in grado di fornire assistenza di alta qualità, in più di dieci lingue e con una rotazione di personale costante, grazie anche alla crescita che aveva sperimentato la città catalana nel decennio precedente, divenendo crocevia di giovani da tutta Europa attratti dal buon clima e una generale tolleranza a qualsiasi eccesso in quanto ad alcol e sesso. Un bacino di manodopera precaria a basso costo visto che la vita, in media, a Barcellona costava di gran lunga meno che in altre capitali d’Europa. In questo modo, l’azienda di contact center aveva continuato a crescere e non era neanche caduta nel vortice della crisi del 2010, da quando l’intero Paese stava conoscendo una recessione senza precedenti. Imprese come la Infoservice, tuttavia, sfruttarono l’alto tasso di disoccupazione e la disperazione di migliaia di lavoratori qualificati spagnoli senza impiego per contrattare, oltre alla solita manodopera internazionale, anche impiegati del luogo che avrebbero accettato qualsiasi condizione di lavoro pur di non rimanere senza stipendio. E il gioco fu al ribasso. La Infoservice continuò a crescere fino al 2014 quando iniziarono le prime perdite ammortizzate dalla vendita di immobili e da movimenti di capitale che a Libeccio facevano venire più di qualche sospetto. Tuttavia, il bilancio di quell’anno venne chiuso in pareggio per il rotto della cuffia. Nell’ottobre 2015, quando un’indagine della gendarmerie sulla casa madre francese fece emergere l’ipotesi mai provata di una connessione con la mafia marsigliese. Ed eccolo il primo appiglio che cercava il vice questore. Quell’aggancio che gli serviva per creare un legame tra il luogo del furto e il mandante.
-Quindi la casa madre della Infoservice è stata sotto indagine perché possibilmente finanziata dalla mafia marsigliese.
-Quale clan, hanno fatto nomi?-, chiese Levratto.
-Comiglio.-, rispose Libeccio. –Dev’essere un clan di italiani immigrati da chissà quante generazioni.
-Aspetta Anto’! Hai detto Comiglio?
-Sì, Comiglio.
L’ispettore rimase immobile, riflessivo. Stava scavando nella memoria, a ritroso, a quando era un agente semplice del commissariato di Prè.
-Allora?-, chiese Libeccio con una certa impazienza.
-‘spetta Antonio, che ci arrivo. Eccolo: dottor Gianluigi Comiglio, uomo d’affari, residente a Quarto dei Mille, figlio dell’avvocato Comiglio, che fu deputato a Roma e assessore alla sanità della Regione Liguria.
-La Genova che conta. E pensi che…-, lasciò la frase sospesa a mezz’aria.
-Non lo so Antonio, forse, anche se può essere una coincidenza. Però sai che ti dico, indago, nulla mi costa fare una ricerca su di lui. Tanto che mi sta anche sul belino, con quella sua aria strafottente.
-Ma lo conosci?
-Non proprio. Quando era uno studente ne combinò di cotte e di crude, ogni due giorni era in commissariato, a Prè, quando ero un agente semplice, vent’anni fa. E aveva sempre quell’aria da chi cade in piedi, con il padre che arrivava a tirarlo fuori a suon di palanche.
-Cauzione?
-Sia mai, corruzione vera e propria, scambi di favore.
-Ok. Luis, a te il nome Comiglio dice qualcosa?
-No, vice questore, nulla.
-Sì, ma che c’entra questa Infoservice con il tuo camion, Luis?
-Non lo so. Io trasporto merce per il mio padrone che lavora per lo più per aziende dell’e-commerce.
-Vendite on-line a prezzi ribassati?
-Sì, suppongo di sì.
-Capisco. Levratto, riusciamo ad avere la lista dei clienti di questa Infoservice? E voglio anche più dettagli sulla casa madre. Poi un bel profilo su questo Comiglio. Insomma all’opera, che abbiamo una pista e ho come la sensazione che ci basti fare uno più uno per venirne a capo. Ma prima accompagnami a prendere la moto.

Tornarono verso Sturla con un’auto di servizio. Libeccio si rimpossessò della sua 883 e si prese il pomeriggio libero. Levratto tornò al suo ufficio in Questura e iniziò a lavorare alle ricerche che il vice questore gli aveva incaricato. Non gli ci volle molto a scoprire che la Infoservice faceva parte di un gruppo internazionale di call-centre e che aveva un’impresa sorella a Milano, la CustCareX, il cui AD era, guarda caso, il dottor Comiglio. Tra i clienti del gruppo vi era anche la OutletNet, mittente degli ordini rubati a Marsiglia. Lo stesso dottor Comiglio era anche il supervisore generale di tutta l’area internazionale della casa madre e, quindi, era anche il responsabile ultimo della sede di Barcellona. Questa stava letteralmente colando picco e sopravviveva grazie a flussi di denaro continui dalla casa madre, che a sua volta recuperava capitale da un’azienda off-shore di sua proprietà e intestata a Jean-Jacque Comiglio, fratello di quell’Arnaud Comiglio, capo clan della mafia marsigliese e latitante da anni. A Levratto il ricorrere di questo cognome iniziava a puzzare di marcio, ma poteva essere una coincidenza, oppure no, e doveva farsene una ragione perché non era reato, in un’impresa privata, sistemare parenti vicini e lontani, come non era reato essere fratello di un mafioso. E poi, cosa c’entrava tutto ciò con il furto di un camion pieno di pacchi? A quale scopo? Levratto sollevò la testa china da ore sulle carte dell’archivio o attaccati allo schermo del computer. Si accese una sigaretta, si alzò e aprì la finestra del suo ufficio, una stanza minuscola al terzo piano della Questura di Genova. Pensava e ripensava alle ragioni che avrebbero dovuto indurre la Infoservice a creare un danno tanto grave a un suo cliente incaricando di far rubare un camion nei pressi di Marsiglia. Eppure tutto pareva filare: Comiglio, l’italiano, chiama il cugino francese latitante e gli spiega il piano. Lui chiama uno dei suoi scagnozzi, ricatta l’autista e il gioco è fatto. Poi a far riapparire il camion ci aveva pensato direttamente il genovese, e lo fa abbandonare nel più pittoresco cimitero d’auto d’Europa, Lungomare Canepa.
Levratto spense il mozzicone nel posacenere e chiamò Libeccio.
-Anto’, posso parlarti?
-Dimmi. Vuoi che ci vediamo?
-No. Ho ricostruito un po’ di cose e qualcosa puzza.-, Levratto spiegò al vice questore i legami familiari tra la CustCareX, la Infoservice e la mafia marsigliese. Libeccio si limitava ad annuire e appariva silenzioso, appoggiato alla sua moto di fronte alla chiesa di Sant’Ilario.
-Facciamo una cosa, Levratto. Chiamo quel faccia da belina di Sperandio e gli chiedo l’autorizzazione per i tabulati di Comiglio, non credo mi faccia storie, alla fine vuole chiuderla alla svelta. Se solo tra i tabulati vediamo una chiamata verso la Francia andiamo a casa sua a fargli una visitina delle nostre.
-E se lo mettessimo sotto intercettazione?
-Possiamo. Ma dovremmo avere molta fortuna, perché il tempo stringe. Chiamo Sperandio e ci vediamo domattina alle 8 nel mio ufficio con i tabulati. Se tutto va come spero, il dottor Comiglio consumerà il suo primo pasto a spese dello Stato già a mezzogiorno.

Genova, 22 dicembre 2015

Libeccio aveva appuntamento via Skype con Xavi Malasombra, un collega spagnolo del corpo di polizia catalana dei Mossos d’esquadra. I tabulati controllati con Levratto quella mattina avevano evidenziato che Gianluigi Comiglio aveva chiamato ripetutamente un numero francese, intestato a Jean-Jacque Comiglio e, in particolare, il genovese aveva fatto ben dieci chiamate al cugino marsigliese il giorno prima del furto. Libeccio aveva immediatamente chiesto a Sperandio che attivasse tutte le procedure per scoprire se il telefono del francese, in quanto fratello di un latitante, fosse intercettato e, in caso affermativo, dargli accesso alle registrazioni. I tempi potevano essere lunghi e, per aggiungere indizi alla prova che sarebbe emersa dagli ascolti telefonici, aveva deciso di vederci più chiaro nelle attività della Infoservice. Si ricordò che quando era stato in Spagna per uno scambio tra forze dell’ordine europee aveva conosciuto il commissario Xavi Malasombra dei Mossos d’esquadra di Barcellona, un uomo tutto d’un pezzo che prima di entrare in polizia aveva lavorato proprio alla Infoservice come teleoperatore. Gli aveva scritto un messaggio subito dopo aver sentito Sperandio e si erano messi d’accordo per video telefonarsi quello stesso pomeriggio.
L’immagine di Malasombra appariva pixelata sullo schermo di Libeccio a causa della pessima infrastruttura telefonica di cui potevano usufruire. Tuttavia, la voce arrivava chiara.
-Hola Antonio, come stai?
-Me la spasso, Xavi. A Barcellona che si dice?
-Solita vita tra borseggiatori di turisti del nord Europa e spaccio nel Raval. Volevi parlarmi della Infoservice per il caso del camion rubato a Marsiglia?
-Esatto. Senti tu lì ci hai lavorato. Come funzionano le cose in aziende come quella?
-Ma guarda è molto semplice: la Infoservice fattura ai suoi clienti X € a chiamata ricevuta secondo condizioni pattuite caso per caso.
-Non fanno quindi tariffe flat?
-Vuoi dire llanas, giusto? Una specie di all-inclusive?
-Esatto.
-No Antonio, no lo hacen. Non sarebbe conveniente coi picchi di lavoro che hanno in determinati periodi e preferiscono assumersi il rischio di fatturare poco nei mesi di bassa.
-A cosa può essere dovuta una crisi in un’azienda del genere?
-A diversi fattori, ma principalmente a quelli che attanagliano altre aziende di altri settori: mala gestione e bassi volumi. Spesso le cose vanno di pari passo.
-Secondo te è plausibile che un’azienda come la Infoservice operi un sabotaggio per trarne vantaggio?
-Plausibile, ma poco probabile.-, Malasombra tacque un secondo, giusto il tempo di far trasparire l’ombra di un sorriso e proseguire provocante, -Antonio, non starai pensando che…
-Ci sono varie coincidenze, solo indizi, che potrebbero indurre a pensare questo, sì, che il furto lo abbia inscenato la Infoservice per creare un danno che avesse ripercussioni sui volumi di lavoro.
-Avrebbe senso: gli ordini rubati non arriveranno mai a destinazione e i clienti chiameranno o scriveranno a OutletNet, e queste chiamate/mail saranno attese e fatturate dalla Infoservice.
-Aumentando il fatturato e salvando l’anno.
-Esatto. Ti dicevo che è poco probabile, ma in realtà queste aziende hanno ai piani alti manager molto ambigui e sono finanziate da fondi di investimento quanto meno poco chiari. Denaro che se non è sporco è per lo meno torbido.
-Grazie Xavi, credo che possa bastare. Quando vieni a Genova ti devo una farinata.
-De acuerdo, Antonio. Fins la propera!
Libeccio chiuse la finestra di Skype e spense il computer. Levratto lo guardava fisso negli occhi, serio. Sul volto un’espressione tesa, quella che sempre gli veniva quando sapeva di sapere, ma non aveva uno straccio di prova, solo una montagna di indizi. Il vice questore stava per dire qualcosa quando gli suonò il cellulare. Si allontanò verso la finestra e rispose. Dopo pochi minuti riagganciò.
-Era Sperandio. Il telefono di Jean-Jacque Comiglio era sotto intercettazione. Ci stanno già mandando i file delle conversazioni del giorno prima del furto. Dopo Natale ci manderanno il resto, ma se tutto va bene serviranno al giudice per imbastire il processo.
-Prendo la macchina di servizio. Sai dove vive Comiglio?
-Certo, in una splendida villa sulle alture di Quarto.

Arrivarono a villa Comiglio che era già buio. Il Mediterraneo era tetro e immobile, attraversato da un fascio di luce lunare che lo rendeva spettrale. La strada si arrampicava stretta sul monte che sovrastava Corso Europa. Silenzio. Buio. Odore di erba marcia e legna da camino.
Parcheggiarono l’auto di servizio davanti al cancello di ferro battuto. Scesero solo Libeccio e Levratto, mentre i due agenti di servizio rimasero a fare la guardia. Quando si avvicinarono all’inferriata, si aprì automaticamente.
-Sembra che ci stiano aspettando.-, ghignò Levratto quasi intimorito.
-Fa parte dello spettacolo. Probabilmente sapeva che prima o poi saremmo arrivati a lui. Non farti intimorire vecchio.-, rispose Libeccio cercando di calmare l’ispettore.
Percorsero il vialetto e si lasciarono sulla loro destra una grande piscina. Arrivarono a sbattere contro una grande parete a vetri, coperta da spesse tende chiare che lasciavano solo intravvedere una luce fioca da lettura. Un’atmosfera familiare e sofisticata. Sulla soglia li aspettava un maggiordomo in livrea che li fece accomodare in una grande sala riscaldata da un camino alto quanto un essere umano.
-Dottor Libeccio, buonasera, l’aspettavo. Prego si accomodi, a cosa devo la sua visita?
-Come sa il mio nome?-, ringhiò il vice questore.
-Ah, su, non si scaldi, vice questore. Lei compare spesso sui giornali e per un uomo d’affari come me è giusto conoscere le persone che contano.
-E io conterei?
-Fino a quando occupa la poltrona di vice questore aggiunto alla Procura di Genova, sì, qualcosa conta. Nulla di eccezionale, ma mantenere un rapporto cordiale con le forze dell’ordine può sempre venire comodo.
Libeccio si sentiva a disagio, percepiva che l’uomo che aveva di fronte misurava ogni gesto e ogni parola suo e del suo interlocutore. Nulla veniva lasciato al caso. Rimase imbambolato qualche secondo prima di sedersi sul sofà in pelle nera che occupava uno dei due lati della sala e giaceva esattamente di fronte alla poltrona dove sedeva Comiglio, che li accolse in pigiama e giacca da camera, fumando un vistoso cubano d’importazione. L’imprenditore allungò un bicchiere di whisky a Libeccio e non si curò minimamente di Levratto: per uno del suo rango parlare con un ispettore non aveva alcun senso.
-Lei sa perché sono qui.-, attaccò Libeccio.
-Certo. Ma ho piacere di sentirmelo dire da lei, sa quel piacere narcisistico di provare che si ha ragione, che si è previsto tutto con tale precisione…-, lasciò la frase a metà con enfasi teatrale.
-Allora andiamo al dunque, Comiglio. Tanto è questione di ore e lei vincerà un soggiorno gratuito presso le patrie galere.
-Lei è spavaldo, dottor Libeccio. Vuole saperla una cosa? Sì, il furto del camion è avvenuto per conto della Infoservice, un piccolo sabotaggio che al nostro cliente non costa nulla, anzi ci guadagna in penali, e che alle aziende che dirigo frutterà qualche milioncino salvando posti di lavoro. Molti posti di lavoro. Lei dovrebbe essere sensibile a questi temi, vice questore. Ha fama di essere un gran comunista, o comunque nella sua famiglia se ne contano parecchi. Come quell’Antonio Libeccio che i fascisti umiliarono sulla pubblica piazza.
Libeccio divenne paonazzo di fronte a tanta arroganza e sicurezza. Non solo aveva confessato perché convinto del fatto che mai la polizia avrebbe avuto la prova della sua colpevolezza, ma aveva anche rinvangato quella vecchia storia di guerra che aveva segnato la sua famiglia, con la depressione del padre, Mario Libeccio, e il suo conseguente doversi far carico di sua madre. E fu in quell’istante che il vice questore ricordò perché quel nome, Comiglio, gli era così familiare: il maggiore Comiglio, braccio destro del prefetto Basile, che aveva punito esemplarmente suo nonno umiliandolo in piazza De Ferrari nel 1944.
Vedendo il suo superiore in difficoltà Levratto fece due passi in avanti e prese per il collo l’imprenditore.
-Senti bello, ma chi cazzo ti credi di essere?
Libeccio si riprese giusto in tempo per fermare il gancio sinistro dell’ispettore che si sarebbe stampato sul bel faccino di Comiglio.
-Lascialo perdere. Andiamocene adesso, non abbiamo più niente da fare qui.
Si avvicinarono alla porta. L’imprenditore era seduto sulla sua poltrona. Il gesto di Levratto non l’aveva scalfito, si era limitato a pulirsi il colletto del pigiama con un fazzoletto di seta. Nella mano destra continuava a giocherellare con il whisky.
Mentre era sulla soglia Libeccio si fermò e appena sussurrato sganciò la bomba atomica che teneva in serbo.
-Lo sa, dottor Comiglio, che suo cugino Jean-Jacque aveva il telefono intercettato e che le registrazioni sono ora in viaggio per Genova?

Silenzio. Un bicchiere che cade a terra e si frantuma. Odore d’alcol.

-Le consiglio di non lasciare la città. La sua villa è piantonata.-, disse Libeccio aprendo la porta e lasciando che il freddo scalfisse il calore legnoso del camino.

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