Un condensato di intertestualità brillanti e intuizioni geniali. “Scommessa a Mephis”, di Mirko Giacchetti

Capita a volte di leggere qualcosa che ti sorprende. Un testo, anche breve, che non aspettavi planasse sulla tua scrivania, di cui ignoravi l’esistenza (per pigrizia) e che non avevi mai cercato. Quindi lo leggi, con interesse, perché nei confronti dell’autore provi stima e rispetto. Ma l’interesse si trasforma ben presto nella conferma di un’affinità che avevi già intuito, in qualche modo assaporato, una sera d’estate, quando l’autore del testo in questione si è sobbarcato quasi 200 km per venire a presentarti nella tua città. E dei tuoi libri ha capito tutto, te lo sbatte in faccia con parole appena sussurrate e tu quasi sei dispiaciuto di non poter passare con lui la serata, a parlare di letteratura, a discettare di cultura postmoderna, ma soprattutto a fare a gara a chi ha più numeri di Dylan Dog (lui) tra una citazione di Montale e un passo di Nebbia di Unamuno (è l’unico che ha capito il riferimento contenuto nei miei libri, chapeau). Alla fine la presentazione è quasi un ingombro, con buona pace del mio editore e della libraia (bravissima e gentilissima) che ci ha ospitati.

Il racconto lungo, o novella, su cui sto vagheggiando nel vano tentativo di creare un minimo di suspense è Scommessa a Memphis, di Mirko Giacchetti. Dell’uomo ho appena parlato e del libro dirò poche cose, perché non è qui che dovete indugiare ora. Non so quanto tempo e lavoro gli sia costato, ma di sicuro il risultato finale è un condensato di intertestualità brillanti e intuizioni geniali. Sospesi tra il sogno, l’allegoria e il mito, potreste sentire in sottofondo una chitarra suonare il rock and roll, quello vero degli anni ’50, oppure chiudere gli occhi e ritrovarvi in un bar come quello di Pulp Fiction, solo che al posto di Zucchino e Coniglietta troverete il Diavolo ed Elvis intenti a far colazione. Le due pagine finali in cui Giacchetti snocciola tutte le citazioni e debiti sono erudizione pura e un gioco piacevole con il lettore, che alla fine darà proprio ragione a Terenzio quando scriveva (un paio di millenni fa) che nullum est iam dictum, quod non dictum sit prius.

Se lo leggerete entro il 31 dicembre, difficilmente quest’anno vi capiterà di meglio tra le mani, a meno che non vi dilettiate con Pastorale Americana di Roth o La peste di Camus. Io vi ho avvisati.

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