L’uomo che sapeva troppo: “Snowden” di Oliver Stone

Quando, tre anni fa, scoppiò il caso Snowden la copertura in Italia fu quella tipica di un Paese piccolo e provinciale che occupa la maggior parte del suo tempo a guardare dentro i propri confini. Non era passato molto tempo da Wikileaks, né si può affermare che al caso non si sia data copertura, ma di certo non venne fornita quella copertura che avrebbe meritato un simile affaire. Del resto, non è un caso che Ed Snowden, quando decise di svelare al mondo la sua verità, scelse The Guardian, un quotidiano che, come è normale in un Paese civile, apre con la cronaca internazionale. In Italia, forse, La Repubblica e, in misura minore, Il fatto quotidiano e La Stampa coprirono la vicenda per più di una settimana con aggiornamenti quotidiani.

La premessa è d’obbligo perché, se all’epoca dei fatti non avessi già avuto l’abitudine di aprire The Guardian e El País tutte le mattine, avrei perso una parte del significato dell’ultimo film di Oliver Stone, Snowden (2016), in cui il regista ricostruisce in maniera quasi documentaristica tutto il caso che ha fatto conoscere al mondo l’analista dell’NSA, Edward Joseph Snowden.

Ma più che una narrazione dei fatti, quella di Stone è una ricerca delle ragioni, umane, che hanno condotto Snowden a fare quel che ha fatto, senza che egli avesse alcun interesse economico, o comunque personale, per farlo. Una sorta di riscoperta dell’uomo Snowden, delle sue debolezze e paure, della sua determinazione e, soprattutto, della sua intelligenza. Tuttavia, quella del regista di Wall Street non è l’apologia di un eroe redento che, dopo aver servito fedelmente il suo Paese per anni e partendo da posizioni pro-Bush, ha intrapreso un difficile percorso di consapevolezza. È soprattutto la storia di un uomo, Edward Snowden, che faceva uno sporco lavoro in maniera impeccabile e che a causa di questo lavoro stava naufragando in un mare di depressione e stress. Un uomo, quindi, che da dentro il sistema vide cadere l’impalcatura ideologica in cui aveva creduto per quasi tutta la vita e che si sentì inevitabilmente parte attiva di questo cedimento. Un uomo, allora, che grazie all’amore e all’appoggio incondizionato della sua ragazza riesce a trovare quell’equilibrio necessario a pianificare e lanciare la sua offensiva da un albergo di lusso di Hong-Kong, il 5 giugno 2013. E qui entra in gioco il quarto potere, che nella sua versione più cristallina, pura e limpida ha la faccia dei giornalisti del The Guardian, Glenn Greenwald e Ewen MacAskill, e di una documentarista indipendente, Laura Poitras. Sono loro tre, infatti, a fare in modo che la storia di Snowden prendesse forma e a dare battaglia affinché lo scoop fosse confezionato a tempo di record e inviato alla redazione del quotidiano britannico affinché venisse pubblicato, seppur con qualche difficoltà.

La pellicola è, nel suo complesso, equilibrata e strutturata in maniera tale che anche lo spettatore meno informato possa seguirla senza troppe difficoltà. In essa non viene svelato nulla di nuovo, nulla che The Guardian o Anatoly Kucherena (autore del libro The Time of the Octopus, su cui il film si basa) non abbiano già raccontato. La vera, e tangibile novità, è l’emergere del lato umano di colui che ha deciso di buttare all’aria il sistema di intelligence statunitense in una battaglia solitaria che lo fa assomigliare a una specie di Don Chisciotte contemporaneo, se non fosse che rimane nell’ombra chi e che cosa abbia finanziato il suo soggiorno a Hong-Kong e i suoi innumerevoli spostamenti durante i caldi giorni che seguirono la pubblicazione del video in cui Ed Snowden rivelava la sua identità. Ma non era questo lo scopo del film che, al contrario, e come d’abitudine per le opere di Oliver Stone, pone l’accento su uno dei momenti di maggior crisi, e più delicati, che abbia conosciuto il servizio segreto più potente del mondo. Un passaggio cruciale nella storia degli Stati Uniti d’America che ha visto noi europei fare la parte dei carnefici e delle vittime allo stesso tempo: abbiamo beneficiato per 12 anni della sicurezza che garantiva il programma di sorveglianza di massa, ma siamo stati inconsapevolmente spiati da un modus operandi che, partendo da un solo sospettato, si allargava come una piovra a includere milioni e milioni di profili ricavati da social network, chat ed e-mail.

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