Mese: ottobre 2013

Discorso scientifico e discorso letterario. Riflessioni a partire da “Giocati dal caso” di Nassim N. Taleb

Uno dei testi la cui lettura restituisce una piacevole sensazione di pace, seppur criticabile in alcune parti, è Giocati dal caso di Nassim N. Taleb (Il Saggiatore, 2013; prima edizione 2003).

 La prosa del trader libanese è lucida e le sue argomentazioni sono supportate da una ferrea logica, atta a semplificare piuttosto che a complicare. Ciononostante, nel suo percorso all’interno del caos, Taleb tende a semplificare troppo, incorrendo nella generalizzazione. Un esempio abbastanza eloquente è contenuto nel capitolo 4, dove l’autore cerca di dimostrare come il discorso letterario e quello scientifico si distinguano per il fatto che il primo può essere riprodotto da un simulatore casuale di frasi grammaticalmente corrette -il simulatore Montecarlo-, e precedentemente programmato, mentre il secondo, per la sua pretesa di logicità e verificabilità, sarebbe l’espressione più coerente della ragione umana. Taleb porta a esempio il discorso critico di Jacques Derrida e quello filosofico più oscuro di Hegel. Queste sarebbero prove sufficienti, secondo l’autore, a dimostrare la superiorità (etica?, morale?, scientifica?) del discorso scientifico su quello letterario.
Da un lato Taleb ha ragione da vendere. Derrida è forse un esempio tra i più lampanti della capacità dell’uomo di complicarsi inutilmente la vita, con speculazioni che ben poco hanno a che vedere con il reale. O se qualche attinenza con il mondo terreno ce l’hanno, allora sono argomentate con un linguaggio troppo criptico per essere decifrato anche da esperti di critica e teoria letteraria.
In Forme di storia (Carocci, 2006), Hayden White ha speso molte delle sue energie per cercare di dimostrare che la pretesa di scientificità di una disciplina come la storia è del tutto infondata. Lo ha fatto principalmente attraverso l’analisi del discorso storico, provando che è più simile a quello figurativo che non a quello di una c.d. scienza dura; ciò significa che il discorso storico è un discorso narrativo che si nutre di fatti verificabili attraverso le fonti, ma anche di una ricostruzione creativa da parte dello storico che, nei casi in cui ci siano lacune nelle fonti, procede col colmarle attraverso induzioni. Nonostante si basino su dati reali, queste rimangono pur sempre nel campo delle ipotesi. Ho recentemente utilizzato le teorie di White per dimostrare l’esistenza di una componente narrativa ne L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia (in Todomodo, vol. 2, 2012, pp. 215-230).
Quindi, dove sbaglia Taleb? Taleb sbaglia nel considerare tutta la critica letteraria come inerente o derivante da Derrida e dalla produzione più oscura di Hegel (alcune pagine dell’Estetica hegeliana, al contrario, sono di una chiarezza disarmante). Per fortuna, infatti, il discorso letterario è anche fatto dei saggi di critici eccellenti come, per esempio, George Steiner e Harold Bloom, che semplicemente considerano la loro disciplina per quello che è: non una scienza, ma l’interpretazione di uno dei volti della creatività e della fantasia umana. Del resto la stessa matematica, la più pura tra le scienze, si nutre, in parte, degli stessi fattori, ma con obiettivi diversi e opposti.
Il genio di Dante e quello di Alan Turing sono comparabili, certo, ma vanno in direzioni opposte. Come Dante non avrebbe mai potuto progettare un calcolatore, Turing non sarebbe mai stato in grado di scrivere La Commedia. Infine, Taleb pare non considerare che il Rinascimento italiano diede vita ad alcuni geni assoluti, come Leonardo, che riuscirono ad esprimere il massimo del rigore scientifico e il massimo della creatività artistica e letteraria.
Probabilmente Taleb confonde la correttezza grammaticale con il senso compiuto di una frase: sostenere che la frase: “L’albero è un animale”, sia grammaticalmente corretta non equivale a sostenere che abbia senso. In Dire quasi la stessa cosa (Bompiani, 2003), Umberto Eco dimostrò ampiamente che la traduzione automatica, eseguita con software in grado di comprendere diverse combinazioni linguistiche, è altamente fallibile, in quanto il computer non è affatto intelligente (cosa che ripete più volte anche Taleb nel suo libro): spesso restituisce frasi grammaticalmente corrette, ma incoerenti. Probabilmente, quindi, il trader libanese non sopporta il fatto di non riuscire a capire alcuni discorsi letterari estremamente complessi, per i quali è richiesto una grado di specializzazione molto alto.
In ultima analisi, al trader sfugge il fatto che come la matematica pura non è accessibile a tutti (a me per primo), anche la critica letteraria più astratta non è affare per tutti. Questo fastidio Taleb lo prova, probabilmente, perché parte dal presupposto – errato – che per il solo fatto di essere un buon matematico e avere un buon dominio dei numeri e della logica, allora possa ritenersi in grado di avere le chiavi di accesso a ogni ambito dell’ingegno umano.
Pubblicato su Critica Letteraria il 26/10/2013