Mese: aprile 2013

La leggerezza del passero e della piuma: “L’uso della vita. 1968” di Romano Luperini

Alessandro Manzoni definiva il romanzo storico come «un componimento, nel quale deve entrare e la storia e la favola, senza che si possa né stabilire, né indicare in qual proporzione, in quali relazioni ci devono entrare».
Stando a questa definizione L’uso della vita. 1968 è un romanzo storico. La storia è quella dell’Italia del 1968 vista dal punto di vista di un giovane supplente di Lettere, Marcello, che si è da poco laureato all’Università di Pisa. L’azione si svolge in gran parte proprio nella città toscana, centro nevralgico -nella finzione narrativa- di un movimento di lotta e rivendicazione che dalla Francia investì l’Europa intera. La favola, per contro, è l’iniziazione alla vita del protagonista, vero e proprio eroe medio luckacsiano, che nel 1968 vive una serie di avvenimenti che segnano il suo passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Un passaggio che è doloroso e passa attraverso la prima esperienza sessuale, il carcere (con le sue regole interne come se fosse una società nella società), l’entusiasmo per la lotta collettiva e l’amara consapevolezza che le proprie azioni individuali, o di gruppo, non possono alterare gli equilibri del mondo.
 Marcello è un individuo come noi, un eroe prosaico, che si muove in un contesto storico sul quale ha un potere limitato. Al suo fianco due donne, Sandra e Ilaria, di cui è ugualmente innamorato e che avranno un ruolo determinante nella sua formazione alla vita. La prima gli farà conoscere l’amarezza del rifiuto, l’impossibilità di un amore dettata anche da un’ideologia che confonde vita pubblica e privata, dando un significato politico ai sentimenti. La seconda donna, Ilaria, inizierà Marcello al sesso in un turbinio di sensi e passione che, però, deve essere controllato altrimenti la sofferenza sarà ben più forte della leggerezza che l’atto sessuale implica.
Gli scontri con il padre, partigiano e iscritto al PCI, e la sua prematura dipartita metteranno l’eroe di fronte all’inevitabilità della morte, al lutto che toglie e lascia un vuoto. Per colmarlo Marcello terminerà l’ultima relazione che il padre stava scrivendo per l’ANPI trascorrendo nel suo studio un’intera notte e riavvicinandosi idealmente a quella figura paterna che, nonostante tutto, è sempre stata punto di riferimento e certezza; ora che non c’è più Marcello deve camminare da solo. Lo farà lottando tra le illusioni e le speranze dei suoi vent’anni e una nuova coscienza che sta emergendo. Questa consapevolezza lo fa dubitare dell’uso della violenza, della necessità della lotta armata. Inizia a prendere le distanze da alcuni suoi compagni e, complice la gravidanza di Ilaria, non sarà presente la notte di Capodanno alla Bussola di Viareggio quando una manifestazione anti-capitalista degenera in guerriglia urbana. La narrazione termina il primo gennaio 1969 e con essa sembra finire un’epoca. Il 1969 è l’anno della strage di Piazza Fontana a Milano e per il nostro Paese inizia una fase di scontri e tensione le cui conseguenze non sono ancora del tutto risolte.
Quel primo giorno dell’anno Marcello è a casa della madre, consapevole del fatto che dopo quel 1968 non sarà più lo stesso. La leggerezza della sua gioventù si era definitivamente persa con gli scontri della notte precedente e il ferimento di un suo studente del liceo -Soriano- costretto alla sedia a rotelle:
Marcello pensava alla leggerezza di Soriano, non era incerta né svagata, ma a suo modo decisa, orientata a una meta. L’aveva ritrovata in Ilaria, nei gesti e nei movimenti dei compagni, nelle facoltà occupate e davanti alle fabbriche, e persino in sé stesso. Ecco, l’uso formale della vita non era altro che questo. (138)
Il romanzo si chiude su Fortini, maestro e collega di Luperini a Siena, nell’ormai deceduta Facoltà di Lettere. Fortini che con D’Alema, Sofri e Della Mea è tra i personaggi storici che hanno partecipato al “maggio pisano” e sono entrati nel romanzo dialogando e interagendo con la finzione narrativa.
L’uso della vita. 1968 è tra i presentati al prossimo Premio Strega (vedremo se tra i 12 candidati). Non posso fare previsioni perché spesso le logiche dei premi letterari sono completamente diverse dalle mie nel valutare un romanzo. Quello di Luperini ha dalla sua scorrevolezza e capacità d’attrazione. Scritto con sapiente mestiere (quello del critico); strutturato in maniera ineccepibile e con personaggi perfettamente costruiti, risente forse del fatto che l’autore conosce troppo a fondo i meccanismi della finzione letteraria. Dal punto di vista formale L’uso della vita è perfetto e per questo si sente la mancanza dell’elemento creativo che fa fare a un romanzo il salto di qualità. Manca il tocco dell’artista. Eppure si fa leggere tutto d’un fiato perché la storia di Marcello è la nostra Storia, quella di tutti noi, dei nostri padri, zii e fratelli. È la Storia di un Paese che, per molti aspetti, non è ancora stata scritta se non dalla Letteratura che, in questo modo, assolve il suo compito più importante.
Pubblicato su Critica Letteraria, 16 aprile 2013.

A colpi di penna: le “Opere” di Leonardo Sciascia

Per chi se la fosse persa ripubblico la mia recensione alle Opere di Leonardo Sciascia apparsa su Critica Letteraria lo scorso 28 marzo.

Presentato a Palermo lo scorso novembre nel suggestivo castello Utveggio per iniziativa degli Amici di Leonardo Sciascia, il primo volume delle Opere di Leonardo Sciascia, curato da Paolo Squillacioti e pubblicato da Adelphi, raccoglie tutta la narrativa, il teatro e la poesia dello scrittore di Racalmuto. Chi è appassionato delle pubblicazioni che riuniscono i testi di un singolo autore non rimarrà deluso. Il tomo di oltre 2000 pagine è aperto da una bella presentazione del curatore che racconta uno Sciascia per certi versi inedito, ricostruendone la storia editoriale. Il passaggio più interessante è senza dubbio quello in cui Squillacioti riporta le parole dell’autore di Todo Modo a proposito dei suoi (numerosi) cambi di casacca (mi si perdoni il prestito calcistico): «Ho sempre voluto mantenermi libero.

Io sono nato alla letteratura con Laterza e mi sono sempre sentito legato a questa casa editrice, ma non pubblicava racconti per cui sono andato da Einaudi. Ad un certo punto quando ho scritto il primo racconto-inchiesta sono tornato da Laterza perché non ho mai avuto con nessun editore un contratto di opzione. Poi c’è stata la possibilità di collaborare ad una editrice siciliana come Sellerio per cui ho lavorato molto, quando è diventata troppo grossa me ne sono andato ed oggi pubblico da Adelphi perché è una piccola casa editrice, perché posso avere rapporti diretti con Foà e Calasso e vedere nascere un libro tra amici. La grande casa editrice impersonale a cui interessa il nome più o meno famoso e non quello che c’è nel libro, a me non dice nulla. (XXVI)

Alcuni passaggi del brano citato colpiscono perché ancora oggi un pensiero come quello sciasciano sarebbe controtendenza, antimoderno (nel senso opposto a reazionario) e rivoluzionario. Uomo e scrittore libero non ha mai firmato contratti di opzione; più incline alla piccola casa editrice, che non alla grande. Perché da Adelphi il libro nasceva tra amici, ovvero si conservava quel rapporto umano che è alla base della letteratura, affinché questa non diventi un’industria. Nel tempo in cui viviamo, le parole di Sciascia suonano come un grido di indipendenza e libertà che è difficile riscontrare altrove. La coerenza dello scrittore e la sua integrità morale dovrebbero essere da esempio per tutti: dagli scrittori esordienti a quelli affermati, fino a noi critici.

Ma veniamo ai testi. In questo primo volume ritroviamo i classici della narrativa sciasciana: Gli zii di Sicilia,Contesto, Todo Modo, Porte Aperte, A ciascuno il suo, Candido, Il giorno della civetta e Il consiglio d’Egitto; iRacconti dispersi (1947-1986); il teatro e i dialoghi, tra cui L’Onorevole che tanto avrebbe da insegnare ai politici di oggi e domani; le poesie e, soprattutto, le traduzioni che rivelano un volto inedito dello scrittore, territorio poco esplorato dalla critica eppure così rivelatore sulle passioni e pulsioni letterarie di Sciascia.

Tra le traduzioni ben sei su sette sono dallo spagnolo, a testimoniare l’intenso legame che univa lo scrittore al paese iberico. In particolare Morte del sogno di Pedro Salinas, Lampedusa di Jorge Guillén, Lamento per Ignazio Sánchez di Federico García Lorca (di cui abbiamo parlato su queste pagine) e Favola dell’inseguimento e morte di Dillinger nemico pubblico numero 1, Autocaricatura e Spagna dal basso di Victoriano Crémer. La settima traduzione è da Il poeta di Walt Whitman. Di queste solo la prima era presente nelle Opere edite da Bompiani alla fine degli anni ’80 e curate da Claude Ambroise, mentre nell’edizione adelphiana manca Il procuratore della Giudea di Anatole France. Con ogni probabilità questo testo arriverà nel prossimo volume dedicato per lo più alla narrativa d’inchiesta e alla saggistica.

Il criterio seguito dal curatore nel collezionare i testi dello scrittore racalmutese non è cronologico, ma tematico. Nel primo tomo infatti troviamo la narrativa pura, il teatro e la poesia. Nel secondo invece sarà pubblicata quella che Squillacioti definisce come «produzione impura» (XXI). Sono testi come Le parrocchie di Regalpietra, 1912+1o L’Affaire Moro, «in cui l’intento saggistico si avvale di elementi narrativi e la scrittura si segnala per una raffinata elaborazione letteraria e retorica». Tra i due volumi farà da cuscinetto una «sezione» (XXII) che raccoglieNero su nero, il diario pubblico di Sciascia, e Occhio di capra, proponendo «due valenze diverse ma complementari del termine memoria».

L’obiettivo di questo ambizioso progetto editoriale non è tanto quello di incrementare il canone sciasciano o pubblicare una contro-Opere rispetto a quelle curate da Ambroise, con l’appoggio di Sciascia per altro. Qui, ed è evidente dal metodo scelto per riunire i testi, si vuole entrare «nell’officina di Sciascia» (XXIV) e scoprire un universo affascinante, enigmatico, magnetico e riservato come solo lo scrittore siciliano sapeva essere.