Mese: marzo 2013

Quella rapina al treno: “Patagonia ciuf-ciuf” di Raúl Argemí

Quello dell’assalto al treno è un topos che potrebbe sembrare più adatto al cinema che alla letteratura. Un cinema che ha a che vedere con un genere, il western, che è soggetto a fortune alterne e che, in questi ultimi anni, vive un momento di buona popolarità grazie a pellicole come Il GrintaDjango-Unchainned. Ciononostante, nessuno vieta ad uno scrittore di imbattersi in questo genere e costruirci attorno uno dei più esilaranti, divertenti e ben costruiti romanzi che la letteratura argentina abbia sfornato negli ultimi anni: Patagonia ciuf-ciuf di Raúl Argemí.

L’improbabile nipote del celebre Butch Cassidy e l’ex autista di metropolitana a Buenos Aires Germán, detto Bairoletto, assaltano il treno La Trochita che nei suoi 400 km di tragitto attraversa una delle regioni più affascinanti dell’America del Sud, la Patagonia argentina. Il treno viaggia a velocità incredibilmente basse, fermandosi dove ce ne sia bisogno, senza un orario e trasportando per lo più allevatori, contadini e, all’occasione, turisti.

L’obiettivo dei due rapinatori è quello di liberare il fratello di Butch, Beto, che verrà trasportato sul treno da una sfigatissima guardia carceraria, e mettere le mani su un sacco pieno di soldi. Com’è logico il piano dei due rapinatori non va come dovrebbe. Tra i passeggeri ostaggi ci sono un commissario di polizia, Horacio Fourier Baigorria, un gruppo di turisti tedeschi con la loro guida interprete, Clara, una donna mapuche al nono mese di gravidanza e Lotti, una turista olandese che risveglierà gli appetiti di Bairoletto nel bel mezzo della rapina. Quello che succede dal momento in cui i due uomini salgono sul treno al momento in cui vi scendono rientra nella sfera dell’assurdo: il commissario Baigorria si rende complice dei due e organizza addirittura un banchetto a base di arrosto; la donna mapuche partorisce; Bairoletto finisce a fare grandi acrobazie sessuali con Lotti e diventa amico del macchinista russo, con il quale sente di condividere un mestiere; Butch inscena il rapimento di un senatore argentino con la complicità di tutti gli ostaggi e Pedro, il fuochista, si invaghisce della guida interprete dei turisti tedeschi che, da parte loro, trovano la rapina un interessante diversivo della loro vacanza. Il punto più alto di questa esilarante escalation è la partita di calcio organizzata durante una sosta tra i passeggeri argentini (compresi i rapinatori) e i turisti tedeschi (arbitro il commissario Fourier), in cui Beto, fino a quel punto perso nella sua follia, si trasforma in una sorta di Maradona della Patagonia e ribalta un risultato che sembrava compromettere le sorti della compagine di casa.

La comicità del romanzo viene interrotta solo nel finale, quando la morte del commissario Baigorria e quella di Butch riporteranno lettore e personaggi sul pianeta terra. Patagonia ciuf-ciuf è forse il più tarantinato dei romanzi pubblicati negli ultimi anni: comico ed esilarante, irriverente nei confronti dei cliché di un genere che spesso si prende troppo sul serio, ma allo stesso tempo metafora della vita dell’uomo che tra alti e bassi, risate e pianti, nasce su una radura argentina e va a morire dietro una curva della Patagonia, là dove il mondo finisce e più nessuno ti può venire a prendere.

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Scrivere e parlare due lingue diverse: il caso di Daniel Alarcón

Per chi se lo fosse perso ripropongo il mio ultimo intervento sulle pagine di Critica Letteraria a proposito dello scrittore peruviano Daniel Alarcón.

Lo scorso 17 gennaio, a Madrid, nell’ambito del I Congreso de Jóvenes Investigadores de Literatura Hispanoamericana, mi è stato chiesto se uno scrittore peruviano che scrive in inglese si debba considerare un autore ispano-americano o meno. La domanda era connessa al mio intervento, dal titolo “Nuevos caminos y viejos dilemas para la literatura hispanoamericana a partir de Radio Ciudad Perdida de Daniel Alarcón”, in cui avevo specificato che Alarcón è nato a Lima, ma vive da molti anni negli Stati Uniti e scrive in inglese. Ciononostante i suoi romanzi e racconti sono tutti ambientati in Ispanoamerica e trattano tutti tematiche pertinenti alla parte di Nuovo Mondo che parla spagnolo. A pormi la domanda è stato Jesús Cano Reyes, organizzatore del convegno. Avendo accettato la mia proposta di comunicazione, l’ispanoamericanista di Madrid aveva già implicitamente dato una sua risposta alla domanda.

In quell’occasione ho dato una risposta, coerente e sconnessa al contempo, che ora vorrei sottoporre ai lettori di Critica Letteraria. Non tanto perché sia questione urgente dal punto di vista letterario, quanto perché può essere uno spunto per una riflessione metodologica sul concetto di letteratura nazionale e di canone letterario.

Premesso che a questa domanda possono essere date più risposte – che, se ben argomentate, sono tutte plausibili -, il problema secondo me radica nei criteri che utilizziamo per affiliare un determinato autore a una determinata letteratura. Il nocciolo, in sostanza, è: qual è il ruolo della lingua in cui si scrive? E quello dei temi affrontati? E quello del luogo di nascita? E quello del Paese in cui si è cresciuti?

La letteratura è piena di scrittori nati in un Paese, cresciuti in un altro e la cui lingua di scrittura era diversa da quella materna. Per restare nell’Ispanoamerica, Cortázar non era forse nato a Bruxelles? Eppure non vi sono dubbi sul fatto che fosse argentino, per il fatto di scrivere in spagnolo, di trattare tematiche ispanoamericane e di aver contribuito alla nascita di quel genere tutto latinoamericano che Carpentier chiamava lo real maravilloso, poi ribatezzato dai critici di mezzo mondo «realismo magico».

La lingua di scrittura, quindi, nel caso di Cortázar sembra un parametro determinante. Ma cosa dire di Samuel Beckett? Nessun dubbio sul fatto che il suo posto sia nei manuali di letteratura inglese, ma non scriveva forse anche in francese?

Ritornando ad Alarcón, ritengo che sia doveroso considerarlo ispanoamericano e non angloamericano. La lingua di scrittura è, senza ombra di dubbio, l’inglese, ma temi e forma narrativa dei suoi testi sono tutti ispanoamericani. Si può discutere sul perché lo scrittore limeño abbia deciso per l’inglese, come lingua letteraria. E le ipotesi sono molteplici: da una ragione puramente di mercato (negli USA vende tantissimo) o più romanticamente letteraria (dare forma inglese alle sue ossessioni puramente ispaniche e quindi conciliare le sue due anime).

Il caso della letteratura ispanoamericana, poi, è molto particolare. Viene studiata nelle università come se fosse una sola letteratura, ma in realtà tra García Márquez e Borges c’è lo stesso abisso che intercorre tra Cervantes e Tolstoj. Se vogliamo uno scrittore argentino e uno colombiano hanno in comune, oltre alla lingua, una tradizione letteraria che affonda le sue radici nel Don Quijote e nel Lazarillo de Tormes. Ma le letterature europee non hanno forse anche loro percorso un lungo tratto di strada in comune? Nell’ambiente accademico della letteratura ispanoamericana si distingue nettamente tra un peruanista e un messicanista: il primo sarà specialista di Arguedas e Vargas Llosa e conoscerà il quechua, mentre il secondo saprà tutto di Octavio Paz e magari leggerà in nahuatl. Non è un caso che, in realtà, la disciplina dovrebbe essere declinata al plurale, letterature ispano-americane. Il messaggio che vorrei fosse chiaro, a sostegno della mia tesi, è che studiare in un unico calderone la letteratura peruviana e quella argentina, sarebbe come se a Lima facessero un corso di letterature europee e non esistessero più anglisti, francesisti, italianisti ma solo europeisti. Inoltre credo sia necessario chiedersi: qual è il rapporto tra la letteratura spagnola e quella ispano-americana? Come considerare la seconda nei riguardi della prima?

La mia personale opinione è quella per la quale esiste una macro-area di studio che è relativa alle letterature ispaniche, pertinenti cioè alla Spagna e al suo ex impero (con tutti i pro e tutti i contro). Tuttavia, dentro questa macro-area esistono differenze sostanziali che hanno tutte pari dignità. La dimostrazione di ciò sta nei numeri: se da un lato gli scrittori ispanoamericani possono ritenersi a ragione sullo stesso solco letterario di Cervantes, è anche vero che negli ultimi decenni lo spagnolo e la letteratura spagnola hanno giovato del successo e della qualità di scrittori come Borges, Carpentier, García Márquez, Vargas Llosa, Carlos Fuentes, Octavio Paz, Sábato, Neruda, Sepúlveda, solo per citarne alcuni.

La lingua non può, in ultima analisi, rappresentare l’unico parametro attraverso il quale affiliare uno scrittore a una determinata letteratura. A maggior ragione per quella Ispanoamericana: naturalmente ibrida, contaminata, sovranazionale e di frontiera. Lo spagnolo è senza ombra di dubbio la sua lingua, ma lo sono anche il quechua, il maya, il mapuche, il nahuatl e, perché no, l’inglese. Lingue minori in termini numerici, ma di pari dignità: ad aggiungere valore ad uno degli spazi letterari più stimolanti, interessanti e magici che sia dato conoscere.