Mese: novembre 2012

Appunti ironici sul dottorato di ricerca in Italia

Scrivere una tesi di dottorato in Italia non è una passeggiata di piacere. È un lavoro come gli altri, anche se spesso dipinto come il primo passo verso l’integrazione in un sistema di privilegi e raccomandazioni: l’Accademia.

Posso parlare solo del mio caso, quello di un dottorato in letteratura. Partiamo dal presupposto che un dottorando di 25 anni, al primo anno, non ha diritto al mugugno. Infondo, se usufruisce di una borsa di studio, è un privilegiato. Tra i suoi coetanei è tra i pochissimi che può contare su una certa stabilità economica per tre anni. Certo, con 1029,71€ al mese non ci fai moltissimo, ma quanto meno ci vivi.

Non scrivo questo post per mugugnare. In Italia esistono due modi per fare un dottorato: uno parassitario e uno appassionato. Il primo modo è quello più noto: per tre anni mi intasco i miei 1000 e rotti Euro mensili, faccio il minimo indispensabile, tanto non mi viene chiesto molto di più, e alla fine la tesi la scrivo come viene. Sul secondo modo, il più diffuso, il discorso è più complesso.

Primo anno: lettura convulsiva di qualsiasi cosa abbia anche una seppur minima attinenza con il proprio progetto di ricerca. Compilazione di decine di quaderni e di MB di file con appunti e citazioni che “si sa mai vengano bene”. In questa prima fase è necessario capire che: 1) non stai preparando un esame di Glottologia; 2) non devi studiare, ma fare ricerca quindi porti degli obiettivi, formulare ipotesi e possibilmente dimostrarle; 3) tre anni sono pochi, quindi non c’è molto tempo da perdere visto che la borsa di studio finirà prima che tu abbia discusso la tesi. (In molti Paesi dove il Dottorato è considerato un lavoro come gli altri esiste la possibilità di perfezionare la tesi con un quarto anno durante il quale si è pagati come insegnante. In Italia questa opzione non esiste.) 4) se nei tre anni di dottorato ti limiti a scrivere la tesi, poi sei bello che fottuto perché non stai sul mercato. Quando hai finalmente capito queste cose di solito sei verso la fine del primo anno, con una montagna di appunti e il biglietto aereo per il tuo primo convegno in mano.

Secondo anno: Hai capito chi sei, cosa devi fare e come farlo. Quindi l’anno passa riordinando gli appunti, scrivendo articoli che poi saranno pezzi di tesi e andando a convegni per prepararti al futuro. Sei consapevole che le probabilità di rimanere in Italia sono bassissime così decidi di farne qualcuno all’estero, in Europa, per farti conoscere. Ben presto capisci che è l’unico modo per mettere alla prova le tue conclusioni: ti diverte, ma è rimborsato solo in parte, quindi devi darti una regolata. Arrivi alla fine del secondo che hai perfettamente chiaro cosa voglia dire fare ricerca e cosa significhi far parte di una comunità scientifica internazionale. La sensazione ti gratifica fino a quando non ti rendi conto che hai scritto sì e no 30 pagine di tesi e che in quel terzo frenetico anno devi a tutti costi scriverne altre 300 se vuoi avere qualche speranza di continuare a pagarti l’affitto e la spesa.

Terzo anno: La TESI prende il sopravvento su ogni cosa. Ti tormenta giorno e notte, il computer sempre acceso, i libri sempre aperti. Devi scrivere, scrivere, scrivere. Questo verbo diventa un’ossessione: fai colazione e pensi a quello che scriverai nella mattinata; pranzi velocissimo perché altrimenti perdi il filo; ceni con cibo precotto per far prima e correggere una nota che nessuno leggerà mai prima di andare a dormire; sogni che un incendio devastante manda in fumo tutto il tuo lavoro il giorno prima della consegna dei volumi in segreteria e che devi ri-SCRIVERE tutto. Ciononostante, non devi dimenticarti di tutto il resto: lezioni, convegni e articoli. Non puoi perdere il passo, pena l’esclusione dal paradiso accademico. Arriverà poi il giorno in cui stampi le conclusioni e ti senti leggero come una piuma. Il monumento alla tua forza d’animo è terminato: in cartella hai anche qualche pubblicazione, qualche certificato di partecipazione a qualche convegno e sei convinto di potertela giocare; sei competitivo sul mercato, la tua competenza varrà più di mille raccomandazioni. Rimani in stand-by un po’ di tempo in attesa della discussione, che immancabilmente avviene qualche mese dopo l’ultimo versamento della borsa. Nel frattempo sopravvivi con i risparmi degli ultimi tre anni, facendo economia su ogni cosa. Se per caso vivi con un’altra persona o ti sei sposato, sarai assalito da un enorme senso di colpa nel vedere che solo lei lavora. Passi le giornate mandando domande a destra e a manca, a chiunque possa darti da lavorare convincendoti del fatto che “hai quasi voglia di un lavoro ordinario”.

Hai molta paura del futuro, ma riuscirai ad ottenere un post-doc da una università tedesca, poi andrai qualche anno in Spagna per terminare la tua carriera in Inghilterra. Nel mezzo viaggerai in mezzo mondo, sarai visitor professor negli Stati Uniti e sentirai una gran nostalgia. Tornerai in Italia una volta pensionato, farai visita a quell’Università dove hai trascorso i tre anni più eccitanti della tua vita per scoprire che il tuo collega dottorando parassitario è oggi direttore di quel Dipartimento che una quarantina d’anni prima ti laureò Dottore di Ricerca.