Mese: marzo 2012

Siamo i buffoni del dolore. Siamo i clown dal cuore infranto

Il sipario è già alzato quando lo spettatore entra in sala. Oscar Wilde è lì sul palco, nella sua cella che, straziato dal dolore, scrive lentamente il De profundis. Una musica, la prima battuta, le luci si spengono lentamente e lo spettacolo ha inizio.

La compagnia bolognese degli Incauti porta in scena ai Filodrammatici di Milano Oscar Wilde, il clown dal sorriso infranto (in programma fino al 5 aprile). Basato interamente sul De profundis, la straziante lettera che Oscar Wilde scrisse a Bosie dal carcere, e sugli atti del processo allo scrittore, la recitazione si apre con una lettura per concludersi «di pancia», come afferma l’attore che dà volto e soprattuto voce alle parole di Wilde.

Dal carcere, dove l’azione viene riportata a Parigi negli anni in cui lo scrittore dilapida fama e denaro per amore del dandy viziato Bosie, al tribunale in cui la giuria è composta -con un’ottima trovata- da fantocci e il giudice si erge al di sopra della scena e del pubblico in galleria, per poi tornare al carcere dove l’ottima recitazione lascia trasparire tutto il dolore di un uomo la cui unica colpa era quella di essersi innamorato.

La vicenda di Oscar Wilde, però, porta lo spettatore a riflettere sul suo presente: l’omosessualità innanzitutto. Da un paese, l’Inghilterra, che riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso, equiparandone i diritti a quelli di una coppia eterosessuale; all’Italia, dove è tangibile una diffusa omofobia incentivata e tollerata dalla classe politica conservatrice e cattolica. Il nostro Paese, in questo senso, è più vicino all’Inghilterra del 1893 che non a quella del 2012. Infine, il rapporto dell’arte con la moralità e l’etica. In una Europa in cui si rimprovera al comissario Montalbano di mangiare i “bianchetti” e si auspica l’uscita della Divina Commedia dalle scuole perché antisemita, emerge chiaramente che le arti sono ancora in grado di creare paure e disagi in chi detiene il potere. Da questo punto di vista Oscar Wilde, il clown dal cuore infranto coglie nel segno di quella che è la missione del teatro e di tutta la letteratura, che si può riassumere nella domanda che John Malkovich pone alla fine del suo messaggio in occasione della Giornata Mondiale del Teatro di ieri: “Come viviamo?”.

Un ricordo di Antonio Tabucchi

Domenica pomeriggio, digestione lenta, sonno incipiente. Una voce dal solotto mi chiama: “Ale, è morto Antonio Tabucchi”. Silenzio.

Mi ha colpito, questa dipartita. Di più e più profondamente di quella di Lucio Dalla -e non me ne vogliate. Non voglio esibirmi in un panegirico, cadrei nella retorica e finirei per dire cose che tutti sanno, pensano o possono dire. Non voglio neanche esibirmi in un saggio letterario: non sono un italianista e non sono un lusitanista (leggi: studioso di lingua e letteratura portoghese e brasiliana). Già, perché non è da tutti essere al contempo un grande scrittore, tradotto in oltre 40 lingue, e un esegeta straordinario: divulgatore, traduttore e insegnante. Fernando Pessoa, il più grande poeta portoghese del XX secolo (e di sempre, con Camoes), non può essere letto senza passare per Tabucchi. Un po’ perché gli ha dato voce e parole intelliggibili a chi non conosce la più musicale delle lingue neo-latine, il portoghese. Un po’ perché Tabucchi assomigliava a Pessoa, poteva essere uno dei suoi numerosi eteronimi. Un amico di Ricardo Reis, un compagno di Bernardo Soares. 

Tabucchi viveva la letteratura fin dentro il midollo. Ne raccolse tutte le sfide, non ultima l’insegnamento. Senza il vezzo narcisista dello scrittore, ma con l’umiltà del grande professore. Per questo, quando iniziai a frequentare l’Università di Siena (nel 2007!) provai una sincera invidia verso i miei colleghi lusitanisti che avevano avuto la fortuna di avere Antonio Tabucchi come professore. E l’eredità che lasciò in quell’angolo di Toscana è forse il più importante dei suoi lasciti a questo paese, prima che una dirigenza scellerata non mandasse sul lastrico un intero Ateneo, vero fiore all’occhiello del nostro sistema universitario. Lì, a Siena, il Portogallo non era semplicemente il piccolo stato vicino alla Spagna, l’estremo lembo occidentale di questo nostro continente. Era, ed è per chi con lui ha studiato, un Paese di grandi poeti e navigatori: simile e perciò diverso in tutto all’Italia

Lasciandomi alle spalle Siena e la docenza di Tabucchi vorrei ricordarlo con una delle ultime cose che ho letto di lui. Il 12 novembre 2011 mentre il Governo Berlusconi cadeva, El País pubblicava un intervento del nostro scrittore. In Italia di quell’articolo non ci fu quasi traccia (ed è grave che la cosa non mi sorprenda). Si intitola Desberlusconizar Italia ed è la più lucida analisi dell’Italia contemporanea che abbia mai letto. Emerge chiaramente perché Tabucchi sia, nelle parole di Marco Travaglio, un intellettuale “prestato all’Italia”. Libero e indipendente, senza le catene dell’ideologia a legargli il pensiero, ripercorre la storia del nostro Paese dal 1993 ad oggi individuando tutti i principali alleati del Cavaliere. Tra i quali, com’è logico, spicca Massimo D’Alema. Quell’intervento era l’ennesimo grido di un intellettuale instancabile, alla maniera di Pasolini e Sciascia, in un Paese addormentato da vent’anni diTruman Show -così definisce Tabucchi il ventennio berlusconiano.

Com’è logico la notizia della sua morte ha occupato appena i telegiornali italiani, e ancora meno le pagine dei quotidiani oggi. Scomodo da vivo, ancora più scomodo da morto. In un Paese in cui gli eroi tirano calci a un pallone, in cui non si legge perché non c’è tempo (basterebbe spegnere la televisione dopo cena), in cui è d’abitudine delegare a qualcun altro l’oneroso compito di pensare, non ci può certo essere spazio per uno scrittore libero e indipendente come Antonio Tabucchi.