Mese: gennaio 2012

La politica è compromesso: a proposito delle “Idi di marzo” di George Clooney

Cosa si nasconde dietro le parole, le movenze e i gesti di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America? Tanto, tanto lavoro di decine, centinaia di persone che si danno da fare perché credono in un ideale o per guadagnarci in denaro e potere. Di questi uomini e donne nell’ombra alcuni sono particolarmente strategici, sono quelli che muovono le pedine per il politico, quelli che scrivono i suoi discorsi e studiano come fare in modo che quel candidato diventi Il Candidato (dopo le primarie) e poi il Presidente (dopo le elezioni). Insomma coloro che dirigono e coordinano tutto ciò che sta dietro le quinte. Questo è l’argomento dell’ultimo film di George Clooney, Le idi di marzo, da qualche giorno nelle sale di tutta Italia.

Stephen Meyers (Ryan Gosling) è un giovane addetto stampa che lavora per la campagna elettorale del governatore della Pennsylavania, Mike Morris (Clooney), candidato alla primarie del Partito Democratico e la cui corsa per la Casa Bianca è nelle mani di Paul Zara (Philip Seymore Hoffman). Avversario di Morris è il governatore dell’Arkansas, Ted Pullman, la cui campagna elettorale è guidata da Tom Duffy (Paul Giamatti). Gli staff dei candidati stanno facendo un gran lavoro dietro le quinte per garantirsi l’appoggio del senatore Thompson (Jeffrey Wright), della Carolina del Nord, al quale offrono oltre che denaro garanzie di partecipazione al nuovo esecutivo.

Stephen è tanto ambizioso quanto convinto degli ideali che muovono la politica di Morris, è ben consapevole del fatto che l’etica non porta da nessuna parte e che l’opportunismo è l’unica via per realizzare le proprie aspettative. Durante le primarie dell’Ohio Stephen inizia una relazione con la stagista Molly Stearns (Evan Rachel Wood) scoprendo che è in cinta del governatore Morris. A questo punto l’ipocrisia su cui si regge tutta la politica del Governatore cade come un castello di carte, ma Stephen invece di denunciare l’accaduto decide di usarlo a suo favore. Ricatta Morris, intimandogli di licenziare Paul Zara e mettere lui a capo della campagna elettorale. Davanti alla minaccia di una prova inconfutabile della gravidanza, Morris cede e affida al giovane addetto stampa il suo futuro politico. Stephen riuscirà a conquistare l’appoggio del senatore Thompson in cambio della vicepresidenza e a rilanciare una campagna elettorale che sembrava ormai persa.

Il film mette in evidenza tutta l’ipocrisia della politica e il fatto che essa è anzitutto compromesso. Ciò fa sì che non ci sia spazio per gli ideali e i buoni propositi se non nei proclami pre-elettorali; dietro le quinte la politica è una continua trattativa che, nel migliore dei casi, ha come fine il bene generale, ma spesso pagato a prezzi esorbitanti e in contraddizione con esso. Quello che trionfa ne Le idi di marzo è l’ambizione di un giovane addetto stampa che ha la capacità di muovere a suo favore le pedine di uno scandalo che avrebbe messo fine definitivamente alle sue aspettative in politica. In questo modo Stephen riesce a fare un salto di carriera che gli sarebbe costato anni di sacrifici, ma al caro prezzo di accantonare quei valori etici che si propone di portare alla Casa Bianca. Unica sua consolazione è l’aver in qualche modo vendicato la morte di Molly incastrando Morris e costringendolo a fare di lui il suo vero e unico uomo nell’ombra.

 

L’eterna lotta tra civiltà e barbarie: “Il sogno del celta”, di Mario Vargas Llosa

Nell’autunno del 2009, mentre scrivevo la mia tesi di laurea su Mario Vargas Llosa (Arequipa 1936), il mio relatore mi disse che secondo lui lo scrittore peruviano avrebbe meritato il premio Nobel anche solo per il suo primo romanzo: La città e i cani.

In quel momento non c’era nessuna avvisaglia del fatto che solo un anno dopo l’Accademia di Svezia avrebbe concesso l’ambito premio al peruviano più controverso e geniale del XX secolo. Tuttavia, in una nota della mia tesi scrivevo che i primi tre romanzi di Mario Vargas Llosa erano capolavori assoluti al pari di Cent’anni di solitudine del colombiano García Márquez. Non a caso al terzo, Conversazione nella Catedral (1969), sembrano essersi riferiti gli accademici svedesi nel compilare la motivazione del Nobel: «cartografia delle strutture del potere e le immagini taglienti della resistenza, rivolta, sconfitta degli individui».

L’ultima fatica di Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (Einaudi 2011, pp. 422), è senza ombra di dubbio un ottimo romanzo. Qualsiasi scrittore una tacca meno geniale del peruviano che lo avesse scritto lo potrebbe considerare un capolavoro. Ma dallo scrittore di Arequipa è lecito aspettarsi di più, o meglio, qualcosa di diverso. Quello che abbiamo tra le mani è un romanzo più inglese che ispano-americano, che marca una distanza piuttosto evidente con i primi tre. In particolare la mente del lettore affezionato a Vargas Llosa non può che andare a La casa verde, secondo romanzo dello scrittore pubblicato a metà circa degli anni ’60. Il filo che unisce i due testi sono i riferimenti a Conrad, a quel Cuore di tenebra che mettendo a confronto civiltà e barbarie non poteva che accompagnare l’anglomane Vargas Llosa per tutta la sua carriera. E nel passare dalla prima alla seconda parte si percepisce per intero l’analogia tra il Congo e l’Amazzonia peruviana: Il sogno del celta sembra chiudere il cerchio su un tema che è stato il vero ‘demone’ del Nobel peruviano, la dicotomia civiltà/barbarie. Ancora una volta Vargas Llosa si domanda dove finisca la prima e cominci la seconda, in una relazione dialettica tra i due termini che rende il confine tra di loro evanescente.

L’eroe del romanzo è Roger Casement: personaggio realmente esistito, console in Congo durante il periodo coloniale belga, tra otto e novecento. La vicenda si apre in un carcere inglese dove Casement è rinchiuso con l’accusa di tradimento per la sua attività di nazionalista irlandese. Successivamente, attraverso lunghi flsh-back, la sua vita viene narrata con il rigore cronologico del biografo. Cuore del romanzo sta nel fatto che Casement si sia reso conto dei soprusi inglesi sull’Irlanda attraverso la sua attività di console in Congo, osservando quindi la politica coloniale del Re belga Leopoldo II. E non è da escludere che lo stesso Vargas Llosa si immedesimi nel suo personaggio; lo scrittore peruviano infatti più volte si schierò a favore della libertà degli indios peruviani, ma dentro uno schema di vita Occidentale, unica via che potesse condurli ad una vera emancipazione.

La vita di Roger Casement è narrata esternamente; il narratore si mantiene sempre al di sopra della sua storia, manipolandola in maniera magistrale, ma meno creativa di quel che ci si aspetterebbe. I cambi di prospettiva, la polifonia di voci, la continua confusione in cui il lettore era immerso ne La casa verde e che gli davano una percezione quasi fisica di cosa volesse dire l’Amazzonia, sono solo un miraggio. Vargas Llosa sembra pagare lo scotto di essere a contatto con un personaggio allo stesso tempo reale e letterario; ma se in passato lo scrittore peruviano aveva fatto sempre vincere la letteratura, qui sembra prevalere la realtà. Non tanto nei contenuti, quanto nella forma: uno stile fin troppo english per uno scrittore che ci ha abituati a leggere pagine su pagine senza capire nulla, per poi tirare fuori dal cilindro quella frase che avrebbe chiuso il cerchio rendendo ogni passaggio, prima oscuro, limpido come il mare di prima mattina dopo una notte di tramontana. Certo, nessuno pretende che Vargas Llosa continui ad avere lo stesso smalto di quando aveva venticinque anni. E lo ripetiamo, siamo sempre in presenza di un ottimo libro. Ma qual è il compito della critica? Lodare senza troppi indugi qualsiasi cosa un grande scrittore scriva, oppure dare ai lettori un punto di vista diverso che “apra nuovi orizzonti”, per quanto parziale ed esclusivo esso sia?

Personalmente propendo per la seconda ipotesi perché dire che Il sogno del celta è sì un ottimo libro, ma non è il capolavoro di Mario Vargas Llosa non toglie nulla ad uno dei più grandi scrittori che l’umanità abbia conosciuto, le cui storie speriamo ci accompagnino ancora per molti anni: perché ci aiutano a disvelare, sempre, gli inganni del potere; perché ci aiutano ad essere critici e indipendeti, in un’epoca in cui l’uomo sembra teso a delegare ad altri il compito di pensare, rinunciando quindi alla propria libertà.