Sabotaggio. Un’indagine di Antonio Libeccio

Seconda indagine per il vicequestore Antonio Libeccio e l’ispettore Gianni Levratto, pubblicato su Racconti Scontati il primo marzo 2017. Fa la comparsa in questo testo un personaggio a cui tengo molto, il commissario dei Mossos d’Esquadra di Barcellona, Xavi Malasombra. La terza indagine di Libeccio e Levratto la potete leggere nell’antologia Una finestra sul noir, pubblicata dalla F.lli Frilli Editori nell’autunno del 2017, in onore a Marco Frilli. Parte dei proventi dell’antologia verranno devoluti all’associazione Gigi Ghirotti di Genova.

Genova, 19 dicembre 2015

-Come sarebbe che non vogliono darci i dettagli della spedizione?-, urlò il vice questore Libeccio quasi mangiandosi la cornetta del vecchio telefono SIP in dotazione nel suo ufficio.
-Dicono che è per la privacy dei loro clienti, ci sarebbero anche ordini di vendite erotiche.-, rispose dall’altro capo Levratto, avvolto in un cappotto di lana, con la sciarpa a coprirgli anche il naso nel vano tentativo di difendersi dalle sferzate di tramontana di quel 19 dicembre 2015.
-Ma noi siamo la polizia, non ce ne importa nulla dei gusti sessuali dei clienti di OutletNet!
-E ma non si fidano Anto’.
-Vogliono il mandato del magistrato?
-Così dicono ora, ma non so se poi alla fine cedono. Sai Antonio questi sono spagnoli, non se ne fanno nulla di un mandato italiano. Ci sta quasi una rogatoria internazionale qui.
-Per quattro pacchi. Chi si occupa di questo caso, Levratto?
-Tu Antonio, te ne occupi.
-Brutto abelinato, intendo dire che magistrato.
-Sperandio.-, l’ispettore Levratto pronunciò quel nome sottovoce.
-E belin, ma allora ce l’hanno tutti con me. Mi sfracasserà la vita e non solo per evitare che gli spagnoli arrivino prima di noi alla soluzione. Per non parlare dei francesi, perché il camion parte da Barcellona, viene rubato pieno a Marsiglia e ce lo ritroviamo vuoto a Genova. E il conducente? Dove belin è finito chi conduceva?-, Libeccio urlava come un ossesso frasi sconnesse. Si alzò dalla poltrona e sacramentò come un camallo contro il filo corto del telefono della SIP che non gli permetteva di camminare fino alla finestra del suo ufficio. Aveva volutamente lasciato il cellulare a casa per evitare che la sua ex moglie lo chiamasse per la tredicesima che stava tentando di sfilargli da inizio mese.
-Che faccio vicequestore?-, Libeccio si sedette di nuovo, staccò la cornetta dall’orecchio e riagganciò lasciando Levratto appeso al nulla dall’altra parte del filo. Iniziò a tamburellare con le dita sulla scrivania: era visibilmente infastidito dalla piega che stava prendendo quell’indagine caduta nel suo ufficio per puro caso. (altro…)

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“Vedo le cose con amara lucidità”. Intervista con Massimo Fagnoni

Nel febbraio 2016, il mio editore, Carlo Frilli, mi mise in mano un libro e mi disse: “Leggiti Fagnoni, ne vale la pena”. Tornai a casa, a Genova, e poi a Barcellona, con curiosità e dubbi. Il libro in questione era Bologna non c’è più e l’autore, Massimo Fagnoni, per me era un perfetto sconosciuto. La lettura di quel libro si riversò in una delle recensioni più liberatorie che abbia mai scritto, tanto liberatoria che, ogni tanto, Massimo mi ringrazia ancora per le parole scritte quel giorno. Nulla da ringraziare, ripeto sempre, se c’è da parlar bene si parla bene, se c’è da stroncare, si stronca. Con uguale obiettività e rispetto. Da quella recensione ne nacque un lungo carteggio, tra e-mail tradizionali e messaggi su Facebook, un epistolario virtuale abbastanza corposo e ricco, più per merito di Massimo che mio. Se tra cinquanta o cento anni ci sarà qualche filologo che si interessi alla sua opera e trovi questa corrispondenza, non lo invidio. Frammentata e liquida come ogni corrispondenza di questo secolo XXI, non sarà facile per il filologo del futuro ricostruirla.

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Un condensato di intertestualità brillanti e intuizioni geniali. “Scommessa a Mephis”, di Mirko Giacchetti

Capita a volte di leggere qualcosa che ti sorprende. Un testo, anche breve, che non aspettavi planasse sulla tua scrivania, di cui ignoravi l’esistenza (per pigrizia) e che non avevi mai cercato. Quindi lo leggi, con interesse, perché nei confronti dell’autore provi stima e rispetto. Ma l’interesse si trasforma ben presto nella conferma di un’affinità che avevi già intuito, in qualche modo assaporato, una sera d’estate, quando l’autore del testo in questione si è sobbarcato quasi 200 km per venire a presentarti nella tua città. E dei tuoi libri ha capito tutto, te lo sbatte in faccia con parole appena sussurrate e tu quasi sei dispiaciuto di non poter passare con lui la serata, a parlare di letteratura, a discettare di cultura postmoderna, ma soprattutto a fare a gara a chi ha più numeri di Dylan Dog (lui) tra una citazione di Montale e un passo di Nebbia di Unamuno (è l’unico che ha capito il riferimento contenuto nei miei libri, chapeau). Alla fine la presentazione è quasi un ingombro, con buona pace del mio editore e della libraia (bravissima e gentilissima) che ci ha ospitati. (altro…)

Viaggio all’inferno. “La scelta del buio”, di Piergiorgio Pulixi

Tratto distintivo del noir contemporaneo è una forte caratterizzazione geografica, anche quando questa è travestita dietro nomi di fantasia, come nel caso di Andrea Camilleri. La caratterizzazione non passa solo dai luoghi, ma anche dalla lingua: la parlata di investigatori e criminali è infarcita di frasi idiomatiche, imprecazioni e chiacchiericcio nella lingua locale; o nelle lingue locali, quando un romanzo si svolge, per esempio, a Milano, ma il commissario è di Bologna. A volte su queste basi si creano felici contrasti, come il caso di Rocco Schiavone, un romano de Roma in servizio ad Aosta. Ma, si badi, Manzini è abile nel tirar fuori il suo Rocco dalla città eterna e farlo operare in un luogo neutro dove il suo lato più oscuro possa meglio essere analizzato. Spesso si è teso nell’ultimo decennio a dare alla geografia una prominenza forse eccessiva a discapito di quello che è il vero nucleo del noir: il male, il lato oscuro della nostra società e dell’essere umano. Conta di più che un noir sia mediterraneo o che sia nero? Nonostante abbia criticato la definizione geografica di un genere letterario, non mi sottraggo alle mie responsabilità: spesso ho scelto di scrivere di un testo e non di un altro perché affascinato dalla sua geografia.

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Vigilia di Natale

Secondo tra i racconti senesi che si sono salvati finora, Vigilia di Natale è un racconto a cui sono particolarmente affezionato. Stazioni e aeroporti sono luoghi che amo particolarmente, piccoli mondi in cui l’umanità si svela in tutte le sue forme. Anche questo, come gli altri, è stato pubblicato su Racconti Scontati il 26 maggio 2017.

24 dicembre 2008

Genova, stazione Brignole, ore 16. C’è un gran fermento nell’atrio: madri, padri, figli, nipoti, nonni e zii, giovani coppie, giovani scoppiati, ferrovieri, artisti di strada e senza tetto. Per qualche ora, la crisi sembra sparita. La signora del bar regala un Lindor rosso con ogni caffè come augurio di Buon Natale. Il tabaccaio regala il calendario dell’unione tabaccai e l’edicola fa uno sconto del dieci percento su quello della Ferilli.

L’atmosfera è serena, si respira l’aria del Natale e qualcuno dà una monetina al mendicante seduto sui gradini del binario uno. Tutti sono eleganti, la maggior parte arriva per le ultime spese, molti aspettano un parente o un fidanzato. Tutti sorridono, almeno per le prossime ventiquattr’ore si lasceranno da parte i problemi degli ultimi mesi. Il pittore un po’ matto inveisce contro il nulla: il suo bestemmiare rauco fa eco sulle volte dell’atrio facendo voltare i viaggiatori ignari della leggenda che lo circonda; chi lo conosce si chiede come mai non sia, come sempre, alla stazione Principe, seduto nei pressi del bar, oppure girovagando senza voglia di fronte al tabellone degli arrivi. (altro…)

Manzini prima di Schiavone: “La giostra dei criceti”

Una banda di rapinatori e una rapina in banca che finisce male. Un impiegato dell’INPS frustrato e il suo dirigente che barcolla tra carrierismo e sensi di colpa. La criminalità organizzata romana, tra soldati che sono carne da cannone e boss senza scrupoli. Una periferia che sembra eterna almeno quanto la città di Roma che la ospita. Questi sono gli ingredienti de La giostra dei criceti, romanzo d’esordio di Antonio Manzini, pubblicato per la prima volta nel 2007 da Einaudi e ora riproposto da Sellerio.

Siamo nell’era pre-Schiavone della storia di Manzini, e si vede. La narrazione è un puzzle schizofrenico che sposta l’obiettivo da una situazione all’altra creando nel lettore un certo spaesamento che, però, l’abile prosa di Manzini gestisce alla perfezione e riconduce su un sentiero sicuro. Come un maestro al suo telaio, l’autore intreccia e riordina i fili della trama fino a comporre un tessuto (che con testo condivide la radice) omogeneo e saldo, il cui ultimo punto viene dato nel finale.

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Il ritorno

Il racconto che segue parte da un sogno fatto molti anni fa. Un sogno dalle tinte distopiche e, contemporaneamente, abbastanza realistico da rimanermi in testa per giorni, come un grumo, fino a sciogliersi e prendere forma sulla pagina bianca. Pubblicato da Racconti Scontati il 21 gennaio 2017, è dedicato al piccolo paese della Liguria in cui ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza.

XXI secolo – quattordicesimo anno di guerra.
I fermenti d’inizio secolo portarono ben presto alla deriva autoritaria di molti Paesi europei che decisero arbitrariamente di staccarsi dall’Unione. Le responsabilità furono attribuite alla necessità di difendersi dalla minaccia terrorista e dai flussi migratori provenienti dalla sponda meridionale del Mediterraneo. Ma l’Isis era ormai un pallido ricordo ed era chiaro a tutti che l’egoismo e la sete di potere e denaro di pochi erano alla base degli ultimi sconvolgimenti politici. I primi ad uscire dal sogno europeo furono i britannici che, dopo aver dissolto il Regno alla morte di Elisabetta II, si resero indipendenti con i vecchi territori di Inghilterra e Galles, mentre la Scozia e l’Irlanda del Nord si unirono alla Repubblica d’Irlanda e rimasero nell’Unione. Seguirono la strada della Gran Bretagna Italia e Germania. In breve, quando gli anni ’20 del XXI secolo volgevano al termine, si ricrearono quelle stesse condizioni che quasi un secolo prima portarono alla II Guerra Mondiale. Le similitudini erano sconcertanti. Le previsioni più nere degli storici di tutto il mondo si stavano avverando. La Storia si stava ripetendo.
Nel 2030 il Regno d’Inghilterra e Galles invase e occupò la vicina Repubblica d’Irlanda e Scozia: di fatto fu un attacco diretto all’Unione Europea che, disunita e senza esercito, non riuscì ad organizzare una difesa efficace. Nel 2031 la Germania e l’Italia, alleate del Regno d’Inghilterra e Galles, invasero rispettivamente l’Europa centrale e quella meridionale. Ricostituirono i vecchi partiti Nazista e Fascista. A est, fu la Russia a ristabilire l’ordine sovietico riunendo tutte le ex repubbliche socialiste in un fronte comune che appoggiava i piani egemonici di Italia, Germani e Inghilterra. Era per loro l’alba di un nuovo ordine. Ciò che rimase dell’Unione Europea si dissolse e nel 2032 iniziarono a costituirsi i primi gruppi rivoluzionari con l’obiettivo di porre fine alle occupazioni nazi-fasciste di Germania, Italia e Inghilterra, e ricostituire l’Unione sulle basi del Manifesto di Ventotene: un documento che era stato cancellato dai libri di Storia e che due ricercatori avevano casualmente riscoperto in una vecchia libreria antiquaria di Milano. I gruppi resistenti erano appoggiati militarmente dagli Stati Uniti d’America, i quali vedevano nella guerra europea una nuova opportunità per ristabilire la loro egemonia culturale al di là dell’Atlantico.
Nel 2035, dopo tre anni di guerra, la follia nazifascista sembrava un’altra volta annichilita dalla resistenza civile di una parte della popolazione che, con l’aiuto dell’esercito degli Stati Uniti, riuscì a riconquistare i territori occupati. Ancora una volta la Liguria era stata pesantemente colpita dai fatti di guerra a causa della sua strategica posizione. (altro…)

Del noir e del Mediterraneo

Molti anni fa l’editore francese Gallimard decise di pubblicare nella «Sèrie noire» l’Edipo re di Sofocle. Rimane, quella, una delle più pregiate e popolari edizioni (in Francia) della tragedia sofoclea. Più o meno nello stesso periodo, Albert Camus scriveva che i greci arrivavano alla disperazione passando per la bellezza; il «nostro tempo, invece, ha nutrito la sua disperazione nella laidezza e nelle convulsioni» (L’esilio di Elena). Qualche decennio dopo, più o meno a metà degli anni ‘90, Jean-Claude Izzo riprende l’edizione Gallimard di Sofocle (in cui il curatore scrive, senza vergogna alcuna, che l’Edipo re è il primo romanzo noir) e le parole di Camus per tracciare una relazione filiale tra il tragico greco e il noir contemporaneo, in particolare quello scritto sulle sponde del Mediterraneo.

Nonostante abbia pubblicamente e ripetutamente affermato che quello geografico non è un parametro utile alla definizione di un sottogenere letterario, devo ammettere però che il Mediterraneo è culla del noir moderno, e non potrebbe essere altrimenti per almeno due ragioni. (altro…)

Il tonno nero. Un caso per Antonio Libeccio

Ripubblico oggi il primo racconto con protagonista il vicequestore Antonio Libeccio, personaggio nato la scorsa estate e che ha esordito il 18 dicembre 2016, su Racconti Scontati.

Mi svegliai quando la pendola del salotto suonava le cinque del mattino. Era una notte fresca di mezza estate, avevo lasciato la finestra della mia stanza aperta per ventilare e mi ero coricato coprendomi con il lenzuolo di cotone bianco. Mi trascinai in cucina ciabattando le vecchie infradito blu, ricordo di quindici anni prima, quando ancora l’estate sapeva di sale, sabbia e polipi pescati tra gli scogli di Albissola Superiore. La cucina era un anfratto di tre metri per due dove a malapena entravano il frigo, il forno con il piano cottura e il lavandino. Presi una tonica, del ghiaccio e un lime. Lo tagliai e misi uno spicchio con il resto delle cose in un bicchiere gelato che tenevo dentro il congelatore. Bevvi in un unico sorso e in pochi secondi una bomba atomica esplose nel mio stomaco: avevo digerito la parmigiana di melanzane che la mia ex suocera, Tina Mastrangelo in Aloisio, mi aveva rifilato la notte prima. Nonostante mi fossi ormai separato da mia moglie da due anni, la Tina continuava a prendersi cura di me con devozione quasi commovente. (altro…)

Un canto alla libertà universale: “Un uomo”, di Oriana Fallaci

Nel 2002 un mio compagno di classe decise di scrivere la tesina per la maturità attorno alla figura di Oriana Fallaci. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale Statale “G. Ferraris” di Savona e andavamo, in quell’estate di 15 anni fa, a diventare periti capotecnici in elettronica e telecomunicazioni. Figurarsi: Oriana Fallaci, oltre al mio compagno, la conoscevamo in tre su diciotto e tutti per quelLa rabbia e l’orgoglio scritto all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, non certo il libro migliore della scrittrice fiorentina. Chiesi a Emiliano, questo il nome del mio compagno, perché Oriana Fallaci. La sua risposta fu lapidaria: “Leggi Un uomo”. Lì per lì non ci feci molto caso, raccolsi qualche informazione sul testo, mi chiesi “ma chi era sto Panagulis?”, e dimenticai tutto per vivere quella che doveva essere la migliore estate della mia vita e che poi si rivelò essere una delle più piatte e prive di emozioni. (altro…)