La giusta prospettiva, un esempio dal Don Chisciotte

È ormai noto che il verbo tradurre venga associato al verbo tradire, per via della comune origine etimologica, particolarmente evidente nel prefisso trans- («tra»). Se si vuole essere precisi, però, tradurre viene dal latino traducere «trasportare», mentre tradire da tradere «consegnare», che non è proprio la stessa cosa, ma è comunque rilevante che i due verbi appartengano allo stesso campo semantico [1].
Secondo questa associazione, quindi, la traduzione sarebbe una forma di tradimento nei confronti di un testo che viene consegnato a un’altra lingua. Per quanto sia una visione suggestiva, e per quanto non si debba considerare in senso letterale negativo questa forma di tradimento, personalmente preferisco pensare che la traduzione sia una forma di dialogo, un ponte tra due universi culturali tra i quali il testo viene trasportato [2]. (altro…)

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Peaky Blinders. La babele del “villain”

Non ho mai recensito una serie televisiva. A dirla tutta, ne discuto con certa parsimonia anche con gli amici. Non perché me ne vergogni, ma perché non mi considero affatto navigato nel genere (ne ho viste pochissime, complice il fatto che preferisco leggere), nonostante le molte similitudini che presenta con l’esplosione del romanzo nel Regno Unito: The Pickwick Papers, opera capolavoro con cui un giovanissimo Charles Dickens si presentò al mondo letterario britannico della prima epoca vittoriana, venne pubblicato per episodi, a puntate, e ogni capitolo creava un’aspettativa nei lettori del tutto speculare a quella che oggi creano le nuove stagioni delle serie. Anni fa, ormai quasi 10, in una gelida serata all’Università di Siena, il Prof. Guido Mazzoni, in una brillante lezione di Teoria della Letteratura, condivise con noi studenti una previsione: tra duecento anni studieremo le serie televisive come oggi studiamo i romanzi del XIX secolo. Voleva dire che daremo alle prime lo stesso status che diamo ai secondi, elevandole a cultura alta. (altro…)

Noir contemporaneo: dov’è la Letteratura?

Qualche domenica fa, Javier Marías scriveva su El País che la letteratura contemporanea è sempre più deludente, in particolare perché chiunque abbia vissuto un qualsiasi dramma si sente in obbligo non solo di scriverlo (che potrebbe pure essere terapeutico), ma anche di pubblicarlo e venderlo. Marías ammette di essere un’eccezione, visto che di questa letteratura patetica (da pathos) c’è grande richiesta e gli editori cercano storie di violenza familiare, esclusione, emarginazione, discriminazione, ecc. L’autore della serie degli Innamoramenti chiude il suo intervento affermando che, ormai, scrittori ed editori guardano quasi esclusivamente al contenuto, mentre la forma viene ignorata.
Parlando di Antonio Tabucchi, Andrea Bajani su La Repubblica del 22 ottobre scorso scriveva che l’opera dell’autore toscano è “l’evidenza di quanta bellezza e quanto turbamento insieme produca l’Inquietudine, intesa come quel dispositivo brevettato da Fernando Pessoa, che fa sì che tra la realtà e il suo traverso sulla pagina ci si metta di mezzo l’immaginazione. Che cioè la letteratura sia il sogno che un’epoca produce, e non sempre i sogni sono sogni d’oro”.

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Chi è l’uomo?

Il capitano di una nave della ONG spagnola Open Arms è indagato per associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Benoit Ducos, un cittadino francese, è indagato nel suo Paese per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Open Arms lavora nel Mediterraneo, nel mar d’Africa, tra la Sicilia e la Libia.
Benoit Ducos opera sulle Alpi, in montagna, nell’Alta val Susa, tra Francia e Italia.
La loro colpa è aver soccorso e cercato di salvare persone, esseri umani, in seria difficoltà. Che rischiavano di morire.
Open Arms ha portato in salvo 218 naufraghi ostaggio della marina libica, che operava fuori dalle acque territoriali del suo Paese.
Benoit Ducos ha caricato sulla sua auto e portato in ospedale una donna nigeriana che stava morendo di parto.
Sono accusati di un reato che, paradossalmente, la loro azione ha evitato. (altro…)

“Vedo le cose con amara lucidità”. Intervista con Massimo Fagnoni

Nel febbraio 2016, il mio editore, Carlo Frilli, mi mise in mano un libro e mi disse: “Leggiti Fagnoni, ne vale la pena”. Tornai a casa, a Genova, e poi a Barcellona, con curiosità e dubbi. Il libro in questione era Bologna non c’è più e l’autore, Massimo Fagnoni, per me era un perfetto sconosciuto. La lettura di quel libro si riversò in una delle recensioni più liberatorie che abbia mai scritto, tanto liberatoria che, ogni tanto, Massimo mi ringrazia ancora per le parole scritte quel giorno. Nulla da ringraziare, ripeto sempre, se c’è da parlar bene si parla bene, se c’è da stroncare, si stronca. Con uguale obiettività e rispetto. Da quella recensione ne nacque un lungo carteggio, tra e-mail tradizionali e messaggi su Facebook, un epistolario virtuale abbastanza corposo e ricco, più per merito di Massimo che mio. Se tra cinquanta o cento anni ci sarà qualche filologo che si interessi alla sua opera e trovi questa corrispondenza, non lo invidio. Frammentata e liquida come ogni corrispondenza di questo secolo XXI, non sarà facile per il filologo del futuro ricostruirla.

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Un condensato di intertestualità brillanti e intuizioni geniali. “Scommessa a Mephis”, di Mirko Giacchetti

Capita a volte di leggere qualcosa che ti sorprende. Un testo, anche breve, che non aspettavi planasse sulla tua scrivania, di cui ignoravi l’esistenza (per pigrizia) e che non avevi mai cercato. Quindi lo leggi, con interesse, perché nei confronti dell’autore provi stima e rispetto. Ma l’interesse si trasforma ben presto nella conferma di un’affinità che avevi già intuito, in qualche modo assaporato, una sera d’estate, quando l’autore del testo in questione si è sobbarcato quasi 200 km per venire a presentarti nella tua città. E dei tuoi libri ha capito tutto, te lo sbatte in faccia con parole appena sussurrate e tu quasi sei dispiaciuto di non poter passare con lui la serata, a parlare di letteratura, a discettare di cultura postmoderna, ma soprattutto a fare a gara a chi ha più numeri di Dylan Dog (lui) tra una citazione di Montale e un passo di Nebbia di Unamuno (è l’unico che ha capito il riferimento contenuto nei miei libri, chapeau). Alla fine la presentazione è quasi un ingombro, con buona pace del mio editore e della libraia (bravissima e gentilissima) che ci ha ospitati. (altro…)

Viaggio all’inferno. “La scelta del buio”, di Piergiorgio Pulixi

Tratto distintivo del noir contemporaneo è una forte caratterizzazione geografica, anche quando questa è travestita dietro nomi di fantasia, come nel caso di Andrea Camilleri. La caratterizzazione non passa solo dai luoghi, ma anche dalla lingua: la parlata di investigatori e criminali è infarcita di frasi idiomatiche, imprecazioni e chiacchiericcio nella lingua locale; o nelle lingue locali, quando un romanzo si svolge, per esempio, a Milano, ma il commissario è di Bologna. A volte su queste basi si creano felici contrasti, come il caso di Rocco Schiavone, un romano de Roma in servizio ad Aosta. Ma, si badi, Manzini è abile nel tirar fuori il suo Rocco dalla città eterna e farlo operare in un luogo neutro dove il suo lato più oscuro possa meglio essere analizzato. Spesso si è teso nell’ultimo decennio a dare alla geografia una prominenza forse eccessiva a discapito di quello che è il vero nucleo del noir: il male, il lato oscuro della nostra società e dell’essere umano. Conta di più che un noir sia mediterraneo o che sia nero? Nonostante abbia criticato la definizione geografica di un genere letterario, non mi sottraggo alle mie responsabilità: spesso ho scelto di scrivere di un testo e non di un altro perché affascinato dalla sua geografia.

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Vigilia di Natale

Secondo tra i racconti senesi che si sono salvati finora, Vigilia di Natale è un racconto a cui sono particolarmente affezionato. Stazioni e aeroporti sono luoghi che amo particolarmente, piccoli mondi in cui l’umanità si svela in tutte le sue forme. Anche questo, come gli altri, è stato pubblicato su Racconti Scontati il 26 maggio 2017.

24 dicembre 2008

Genova, stazione Brignole, ore 16. C’è un gran fermento nell’atrio: madri, padri, figli, nipoti, nonni e zii, giovani coppie, giovani scoppiati, ferrovieri, artisti di strada e senza tetto. Per qualche ora, la crisi sembra sparita. La signora del bar regala un Lindor rosso con ogni caffè come augurio di Buon Natale. Il tabaccaio regala il calendario dell’unione tabaccai e l’edicola fa uno sconto del dieci percento su quello della Ferilli.

L’atmosfera è serena, si respira l’aria del Natale e qualcuno dà una monetina al mendicante seduto sui gradini del binario uno. Tutti sono eleganti, la maggior parte arriva per le ultime spese, molti aspettano un parente o un fidanzato. Tutti sorridono, almeno per le prossime ventiquattr’ore si lasceranno da parte i problemi degli ultimi mesi. Il pittore un po’ matto inveisce contro il nulla: il suo bestemmiare rauco fa eco sulle volte dell’atrio facendo voltare i viaggiatori ignari della leggenda che lo circonda; chi lo conosce si chiede come mai non sia, come sempre, alla stazione Principe, seduto nei pressi del bar, oppure girovagando senza voglia di fronte al tabellone degli arrivi. (altro…)

Manzini prima di Schiavone: “La giostra dei criceti”

Una banda di rapinatori e una rapina in banca che finisce male. Un impiegato dell’INPS frustrato e il suo dirigente che barcolla tra carrierismo e sensi di colpa. La criminalità organizzata romana, tra soldati che sono carne da cannone e boss senza scrupoli. Una periferia che sembra eterna almeno quanto la città di Roma che la ospita. Questi sono gli ingredienti de La giostra dei criceti, romanzo d’esordio di Antonio Manzini, pubblicato per la prima volta nel 2007 da Einaudi e ora riproposto da Sellerio.

Siamo nell’era pre-Schiavone della storia di Manzini, e si vede. La narrazione è un puzzle schizofrenico che sposta l’obiettivo da una situazione all’altra creando nel lettore un certo spaesamento che, però, l’abile prosa di Manzini gestisce alla perfezione e riconduce su un sentiero sicuro. Come un maestro al suo telaio, l’autore intreccia e riordina i fili della trama fino a comporre un tessuto (che con testo condivide la radice) omogeneo e saldo, il cui ultimo punto viene dato nel finale.

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Il ritorno

Il racconto che segue parte da un sogno fatto molti anni fa. Un sogno dalle tinte distopiche e, contemporaneamente, abbastanza realistico da rimanermi in testa per giorni, come un grumo, fino a sciogliersi e prendere forma sulla pagina bianca. Pubblicato da Racconti Scontati il 21 gennaio 2017, è dedicato al piccolo paese della Liguria in cui ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza.

XXI secolo – quattordicesimo anno di guerra.
I fermenti d’inizio secolo portarono ben presto alla deriva autoritaria di molti Paesi europei che decisero arbitrariamente di staccarsi dall’Unione. Le responsabilità furono attribuite alla necessità di difendersi dalla minaccia terrorista e dai flussi migratori provenienti dalla sponda meridionale del Mediterraneo. Ma l’Isis era ormai un pallido ricordo ed era chiaro a tutti che l’egoismo e la sete di potere e denaro di pochi erano alla base degli ultimi sconvolgimenti politici. I primi ad uscire dal sogno europeo furono i britannici che, dopo aver dissolto il Regno alla morte di Elisabetta II, si resero indipendenti con i vecchi territori di Inghilterra e Galles, mentre la Scozia e l’Irlanda del Nord si unirono alla Repubblica d’Irlanda e rimasero nell’Unione. Seguirono la strada della Gran Bretagna Italia e Germania. In breve, quando gli anni ’20 del XXI secolo volgevano al termine, si ricrearono quelle stesse condizioni che quasi un secolo prima portarono alla II Guerra Mondiale. Le similitudini erano sconcertanti. Le previsioni più nere degli storici di tutto il mondo si stavano avverando. La Storia si stava ripetendo.
Nel 2030 il Regno d’Inghilterra e Galles invase e occupò la vicina Repubblica d’Irlanda e Scozia: di fatto fu un attacco diretto all’Unione Europea che, disunita e senza esercito, non riuscì ad organizzare una difesa efficace. Nel 2031 la Germania e l’Italia, alleate del Regno d’Inghilterra e Galles, invasero rispettivamente l’Europa centrale e quella meridionale. Ricostituirono i vecchi partiti Nazista e Fascista. A est, fu la Russia a ristabilire l’ordine sovietico riunendo tutte le ex repubbliche socialiste in un fronte comune che appoggiava i piani egemonici di Italia, Germani e Inghilterra. Era per loro l’alba di un nuovo ordine. Ciò che rimase dell’Unione Europea si dissolse e nel 2032 iniziarono a costituirsi i primi gruppi rivoluzionari con l’obiettivo di porre fine alle occupazioni nazi-fasciste di Germania, Italia e Inghilterra, e ricostituire l’Unione sulle basi del Manifesto di Ventotene: un documento che era stato cancellato dai libri di Storia e che due ricercatori avevano casualmente riscoperto in una vecchia libreria antiquaria di Milano. I gruppi resistenti erano appoggiati militarmente dagli Stati Uniti d’America, i quali vedevano nella guerra europea una nuova opportunità per ristabilire la loro egemonia culturale al di là dell’Atlantico.
Nel 2035, dopo tre anni di guerra, la follia nazifascista sembrava un’altra volta annichilita dalla resistenza civile di una parte della popolazione che, con l’aiuto dell’esercito degli Stati Uniti, riuscì a riconquistare i territori occupati. Ancora una volta la Liguria era stata pesantemente colpita dai fatti di guerra a causa della sua strategica posizione. (altro…)