Se la biblioteca è un luogo imprenscindibile in un Paese civile, altrettanto imprenscindibile è la figura del bibliotecario, ovvero di colui che è dipendente della biblioteca e il cui ruolo è quello di farla funzionare, dalla conservazione e catalogazione dei volumi al prestito.
Nella teoria il bibliotecario dovrebbe essere persona preparata, pignola, ligia al dovere e razionale. Nella pratica ciò non è vero se non in alcuni rarissimi casi.
Alla biblioteca Sormani di Milano, ad esempio, ci sono 5 bibliotecari nel raggio di due metri per coprire le funzioni che sarebbe in grado di svolgere una sola persona ben preparata. 2 bibliotecari li troviamo al bancone del prestito; 2 a quello della consultazione e 1 in sala di lettura con il solo compito di controllare che venga rispettato il silenzio e che nessuno si sieda ai tavoli riservati a coloro che leggono ESCLUSIVAMENTE testi della biblioteca. Quindi, se per puro caso hai un libro tuo e uno della biblioteca devi sederti con gli altri, sperando ci sia posto (la capienza delle sale di lettura è incredibilmente bassa rispetto a due parametri: la grandezza degli edifici e il numero di lettori). E chissenefrega se entro il giorno successivo devi consegnare un articolo, cazzi tuoi.
Tutti i bibliotecari della Sormani sono anche forniti di computer regolarmente connesso a Internet e dediti a un’intensa attività di interazione sociale via Facebook: nel tempo libero si occupano dei lettori.
Alla biblioteca Nazionale di Brera, invece, i bibliotecari non hanno un computer. Questo fa sì che debbano ricorrere all’ingegno per arrivare a totalizzare le loro 8 ore di cazzeggio giornaliero a spese dello Stato, cioè nostre. Molti si dedicano ad un’attenta lettura del quotidiano La Repubblica o del Corriere della Sera con particolare attenzione alle pagine economiche e sportive (i bibliotecari di Brera investono i loro risparmi e giocano a calcetto tutte le settimane). Dopo la lettura del quotidiano, se resta tempo, si dedicano al cicaleggiare salottiero. Questo comporta che il lettore in uscita, per consegnare la carta d’ingresso che attesta che non si è fregato neanche un libro, debba girare nel vuoto ed interrompere quelle importanti riunioni. Spesso interviene il Sindacato a lasciar fuori dai cancelli di Brera il lettore: come a dire: “basta, non se ne può più di tutta questa gente che viene in biblioteca per lavorare”.
Alla biblioteca della Facoltà di Lingue di Genova troviamo una situazione meno lineare. Da un lato il personale strutturato, sintetizzabile nella sigla CF. Un uomo del ’900 che, come testimonia un amico, utilizza MSN, Internet Explorer, non è su Facebook e compra solo Nokia. La sostanza però tra XX e XXI secolo non cambia: il lavorio quotidiano di CF è molto simile a quello dei bibliotecari della Sormani di Milano, perché è dotato di computer. Dall’altro lato, invece, ci sono i dipendenti di una cooperativa che prestano il loro lavoro alla biblioteca. Questi, nonostante abbiano tutte le ragioni per non fare nulla seguendo l’esempio del più anziano CF, cercano di rendere la vita del lettore/studente/ricercatore meno triste. In che modo? Lavorando.
Ultimo caso, per chiudere con una nota positiva. Alla biblioteca della Facoltà di Lettere di Siena -un vero gioiello- c’è un bibliotecario, F, che dovrebbe essere preso a modello nei corsi di biblioteconomia. Peccato che, grazie alla totale incompetenza dei dirigenti dell’Università di Siena, la biblioteca di Lettere non si sa che fine farà. Mentre il lavoro di F è in parte vanificato dai tanti CF che lo circondano.

