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Ispanista genovese e genoano. Dottorando all'Università di Pisa e blogger. Cervantes mi definirebbe un "desocupado lector".

Il bibliotecario

Se la biblioteca è un luogo imprenscindibile in un Paese civile, altrettanto imprenscindibile è la figura del bibliotecario, ovvero di colui che è dipendente della biblioteca e il cui ruolo è quello di farla funzionare, dalla conservazione e catalogazione dei volumi al prestito.

Nella teoria il bibliotecario dovrebbe essere persona preparata, pignola, ligia al dovere e razionale. Nella pratica ciò non è vero se non in alcuni rarissimi casi.

Alla biblioteca Sormani di Milano, ad esempio, ci sono 5 bibliotecari nel raggio di due metri per coprire le funzioni che sarebbe in grado di svolgere una sola persona ben preparata. 2 bibliotecari li troviamo al bancone del prestito; 2 a quello della consultazione e 1 in sala di lettura con il solo compito di controllare che venga rispettato il silenzio e che nessuno si sieda ai tavoli riservati a coloro che leggono ESCLUSIVAMENTE testi della biblioteca. Quindi, se per puro caso hai un libro tuo e uno della biblioteca devi sederti con gli altri, sperando ci sia posto (la capienza delle sale di lettura è incredibilmente bassa rispetto a due parametri: la grandezza degli edifici e il numero di lettori). E chissenefrega se entro il giorno successivo devi consegnare un articolo, cazzi tuoi.

Tutti i bibliotecari della Sormani sono anche forniti di computer regolarmente connesso a Internet e dediti a un’intensa attività di interazione sociale via Facebook: nel tempo libero si occupano dei lettori.

Alla biblioteca Nazionale di Brera, invece, i bibliotecari non hanno un computer. Questo fa sì che debbano ricorrere all’ingegno per arrivare a totalizzare le loro 8 ore di cazzeggio giornaliero a spese dello Stato, cioè nostre. Molti si dedicano ad un’attenta lettura del quotidiano La Repubblica o del Corriere della Sera con particolare attenzione alle pagine economiche e sportive (i bibliotecari di Brera investono i loro risparmi e giocano a calcetto tutte le settimane). Dopo la lettura del quotidiano, se resta tempo, si dedicano al cicaleggiare salottiero. Questo comporta che il lettore in uscita, per consegnare la carta d’ingresso che attesta che non si è fregato neanche un libro, debba girare nel vuoto ed interrompere quelle importanti riunioni. Spesso interviene il Sindacato a lasciar fuori dai cancelli di Brera  il lettore: come a dire: “basta, non se ne può più di tutta questa gente che viene in biblioteca per lavorare”.

Alla biblioteca della Facoltà di Lingue di Genova troviamo una situazione meno lineare. Da un lato il personale strutturato, sintetizzabile nella sigla CF. Un uomo del ’900 che, come testimonia un amico, utilizza MSN, Internet Explorer, non è su Facebook e compra solo Nokia. La sostanza però tra XX e XXI secolo non cambia: il lavorio quotidiano di CF è molto simile a quello dei bibliotecari della Sormani di Milano, perché è dotato di computer. Dall’altro lato, invece, ci sono i dipendenti di una cooperativa che prestano il loro lavoro alla biblioteca. Questi, nonostante abbiano tutte le ragioni per non fare nulla seguendo l’esempio del più anziano CF, cercano di rendere la vita del lettore/studente/ricercatore meno triste. In che modo? Lavorando.

Ultimo caso, per chiudere con una nota positiva. Alla biblioteca della Facoltà di Lettere di Siena -un vero gioiello- c’è un bibliotecario, F, che dovrebbe essere preso a modello nei corsi di biblioteconomia. Peccato che, grazie alla totale incompetenza dei dirigenti dell’Università di Siena, la biblioteca di Lettere non si sa che fine farà. Mentre il lavoro di F è in parte vanificato dai tanti CF che lo circondano.


Della biblioteca

La biblioteca è un luogo fondamentale. Raccoglie e mette a disposizione tutto il patrimonio culturale (umanistico e scientifico) dell’umanità. È luogo di studio e di lavoro, ma anche di passaggio. Sono innumerevoli i lettori che si recano in biblioteca per prendere in prestito libri che poi si leggono a casa. Le statistiche sul numero di lettori in Italia sono infatti fallaci: non tengono in considerazione le biblioteche. Come se l’unico modo per leggere sia quello di comprare in libreria. Eppure, in tempo di crisi, in questi ultimi anni, ho visto le biblioteche riempirsi di lettori che non possono più comprarsi tutti i libri che vorrebbero e, quindi, vengono in biblioteca per prenderli in prestito. Non è vero che gli italiani non leggono, è vero che gli italiani comprano pochissimi libri. Ma le cose non vanno di pari passo.

Detto ciò la biblioteca assume un ruolo cruciale e dovrebbe essere al centro dell’attenzione di chi la gestisce (Comuni, Regioni, ecc.). Purtroppo non è così. Un esempio su tutti è la Sormani di Milano, la biblioteca centrale del Comune meneghino. La sala di lettura è del tutto insufficiente alle reali esigenze; i bagni sono sporchi, se non proprio rotti; non tutte le postazioni sono dotate di presa elettrica e solo negli ultimi mesi è arrivata la connessione wi-fi. Da qualche giorno l’ascensore è rotto: un lettore disabile non può accedere al secondo piano dove si effettuano le richieste di prestito e consultazione. Il patrimonio librario è imponente, ma il personale spesso sgarbato e quasi infastidito dal dover lavorare rende tutto molto difficile. Gli orari: quelli della Sormani sono i meno peggio della citta, ma la chiusura alle 19 non consente a chi studia e lavora di andare in biblioteca la sera.

Chi lavora con la biblioteca (ricercatori e studenti) si vede continuamente rallentato da un sistema anacronistico (la richiesta dei libri è cartacea, l’attesa media di 30 minuti); mentre chi ci viene per piacere si stufa e preferisce guardarsi la televisione a casa.


Siamo i buffoni del dolore. Siamo i clown dal cuore infranto

Il sipario è già alzato quando lo spettatore entra in sala. Oscar Wilde è lì sul palco, nella sua cella che, straziato dal dolore, scrive lentamente il De profundis. Una musica, la prima battuta, le luci si spengono lentamente e lo spettacolo ha inizio.

La compagnia bolognese degli Incauti porta in scena ai Filodrammatici di Milano Oscar Wilde, il clown dal sorriso infranto (in programma fino al 5 aprile). Basato interamente sul De profundis, la straziante lettera che Oscar Wilde scrisse a Bosie dal carcere, e sugli atti del processo allo scrittore, la recitazione si apre con una lettura per concludersi «di pancia», come afferma l’attore che dà volto e soprattuto voce alle parole di Wilde.

Dal carcere, dove l’azione viene riportata a Parigi negli anni in cui lo scrittore dilapida fama e denaro per amore del dandy viziato Bosie, al tribunale in cui la giuria è composta -con un’ottima trovata- da fantocci e il giudice si erge al di sopra della scena e del pubblico in galleria, per poi tornare al carcere dove l’ottima recitazione lascia trasparire tutto il dolore di un uomo la cui unica colpa era quella di essersi innamorato.

La vicenda di Oscar Wilde, però, porta lo spettatore a riflettere sul suo presente: l’omosessualità innanzitutto. Da un paese, l’Inghilterra, che riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso, equiparandone i diritti a quelli di una coppia eterosessuale; all’Italia, dove è tangibile una diffusa omofobia incentivata e tollerata dalla classe politica conservatrice e cattolica. Il nostro Paese, in questo senso, è più vicino all’Inghilterra del 1893 che non a quella del 2012. Infine, il rapporto dell’arte con la moralità e l’etica. In una Europa in cui si rimprovera al comissario Montalbano di mangiare i “bianchetti” e si auspica l’uscita della Divina Commedia dalle scuole perché antisemita, emerge chiaramente che le arti sono ancora in grado di creare paure e disagi in chi detiene il potere. Da questo punto di vista Oscar Wilde, il clown dal cuore infranto coglie nel segno di quella che è la missione del teatro e di tutta la letteratura, che si può riassumere nella domanda che John Malkovich pone alla fine del suo messaggio in occasione della Giornata Mondiale del Teatro di ieri: “Come viviamo?”.


Un ricordo di Antonio Tabucchi

Domenica pomeriggio, digestione lenta, sonno incipiente. Una voce dal solotto mi chiama: “Ale, è morto Antonio Tabucchi”. Silenzio.

Mi ha colpito, questa dipartita. Di più e più profondamente di quella di Lucio Dalla -e non me ne vogliate. Non voglio esibirmi in un panegirico, cadrei nella retorica e finirei per dire cose che tutti sanno, pensano o possono dire. Non voglio neanche esibirmi in un saggio letterario: non sono un italianista e non sono un lusitanista (leggi: studioso di lingua e letteratura portoghese e brasiliana). Già, perché non è da tutti essere al contempo un grande scrittore, tradotto in oltre 40 lingue, e un esegeta straordinario: divulgatore, traduttore e insegnante. Fernando Pessoa, il più grande poeta portoghese del XX secolo (e di sempre, con Camoes), non può essere letto senza passare per Tabucchi. Un po’ perché gli ha dato voce e parole intelliggibili a chi non conosce la più musicale delle lingue neo-latine, il portoghese. Un po’ perché Tabucchi assomigliava a Pessoa, poteva essere uno dei suoi numerosi eteronimi. Un amico di Ricardo Reis, un compagno di Bernardo Soares. 

Tabucchi viveva la letteratura fin dentro il midollo. Ne raccolse tutte le sfide, non ultima l’insegnamento. Senza il vezzo narcisista dello scrittore, ma con l’umiltà del grande professore. Per questo, quando iniziai a frequentare l’Università di Siena (nel 2007!) provai una sincera invidia verso i miei colleghi lusitanisti che avevano avuto la fortuna di avere Antonio Tabucchi come professore. E l’eredità che lasciò in quell’angolo di Toscana è forse il più importante dei suoi lasciti a questo paese, prima che una dirigenza scellerata non mandasse sul lastrico un intero Ateneo, vero fiore all’occhiello del nostro sistema universitario. Lì, a Siena, il Portogallo non era semplicemente il piccolo stato vicino alla Spagna, l’estremo lembo occidentale di questo nostro continente. Era, ed è per chi con lui ha studiato, un Paese di grandi poeti e navigatori: simile e perciò diverso in tutto all’Italia

Lasciandomi alle spalle Siena e la docenza di Tabucchi vorrei ricordarlo con una delle ultime cose che ho letto di lui. Il 12 novembre 2011 mentre il Governo Berlusconi cadeva, El País pubblicava un intervento del nostro scrittore. In Italia di quell’articolo non ci fu quasi traccia (ed è grave che la cosa non mi sorprenda). Si intitola Desberlusconizar Italia ed è la più lucida analisi dell’Italia contemporanea che abbia mai letto. Emerge chiaramente perché Tabucchi sia, nelle parole di Marco Travaglio, un intellettuale “prestato all’Italia”. Libero e indipendente, senza le catene dell’ideologia a legargli il pensiero, ripercorre la storia del nostro Paese dal 1993 ad oggi individuando tutti i principali alleati del Cavaliere. Tra i quali, com’è logico, spicca Massimo D’Alema. Quell’intervento era l’ennesimo grido di un intellettuale instancabile, alla maniera di Pasolini e Sciascia, in un Paese addormentato da vent’anni diTruman Show -così definisce Tabucchi il ventennio berlusconiano.

Com’è logico la notizia della sua morte ha occupato appena i telegiornali italiani, e ancora meno le pagine dei quotidiani oggi. Scomodo da vivo, ancora più scomodo da morto. In un Paese in cui gli eroi tirano calci a un pallone, in cui non si legge perché non c’è tempo (basterebbe spegnere la televisione dopo cena), in cui è d’abitudine delegare a qualcun altro l’oneroso compito di pensare, non ci può certo essere spazio per uno scrittore libero e indipendente come Antonio Tabucchi.


Mini post No.1: del curriculum newsletter

Inviare un CV dovrebbe presupporre candidarsi per una posizione lavorativa; il suo scopo dovrebbe essere quello di ottenere un colloquio grazie al quale ottenere un impiego. Ultimamente, per merito di questa fantastica Rete -che sinceramente stimo, ma che a volte odio con tutto il cuore-, inviare un CV significa entrare in inutili mailing list. Non è previsto un colloquio ma l’invio costante e quotidiano di materiale pubblicitario che varia dall’obsoleto al completamente inutile. Se la compilazione del modulo on-line è l’unica via per candidarsi (yes! Siamo moderni noi) il candidato non ha alternativa al dare il consenso al trattamento dei dati personali -pena il mancato invio del CV! Chi ha mandato un CV a RCS lo sa benissimo. Se mai mi chiameranno per un colloquio chiederò loro qual è il nesso tra Rizzoli e Cesare Ragazzi (e-mail del 5 marzo scorso).


(In)civiltà sportiva: a margine di Inter-Olympique di Marsiglia

Oggi pomeriggio, intorno alle 17:30, transitavo per Piazza Duomo a Milano. Spensierato, dopo una giornata di studio proficuo, mi stavo recando a Palazzo Marino per assistere a un incontro in ricordo di Giorgio Bocca, cui ha partecipato Umberto Eco con un intervento toccante e per nulla retorico.

Nel mio passeggiare lento e tranquillo, avvicinandomi alla Galleria sento cori da stadio che, da ex frequentatore della Gradinada Nord dello stadio di Genova, riconosco come di una vera e propria tifoseria. Mi ricordo improvvisamente che questa sera (13 marzo 2012) si giocherà l’incontro di Champions League Inter-Olympique di Marsiglia. Ben presto mi accorgo che i cori sono in francese e i tifosi sono un’orda di marsigliesi ubriachi che sventolando birra inneggiano la loro squadra di fronte ai monumenti più importanti della nostra città. Mi accorgo che buona parte della birra finisce per terra, ma loro se ne fregano di imbrattare una piazza decantata in tutto il mondo, noncuranti che il Duomo alle loro spalle è uno dei più belli e conosciuti di questo nostro Paese. La totale mancanza di rispetto di questi francesi mi ha ricordato che qualche settimana fa i tifosi dell’Arsenal si erano comportati in maniera analoga e ci era scappata anche una bella scazzotata. La Piazza principale di Milano trasformata in un bar sport qualsiasi. Vorrei far notare che la domenica tutto ciò non succede un po’ perché i tifosi di Milan e Inter mai si sognerebbero di svillaneggiare in quel modo la loro Piazza e un po’ perché c’è un servizio d’ordine imponente grazie al quale i tifosi più eccitati la Piazza la vedono in fotografia.

Mi chiedo perché le stesse misure non si possano prendere anche per la Champions League. Mi chiedo perché i tifosi stranieri debbano esibire uno spettacolo di questo genere e mi chiedo perché non si possa fare nulla al riguardo. E questo va a discapito di quei -in questo caso- marsigliesi onesti che aprofittano di una partita di calcio per visitare Milano.

Affranto e con questi pensieri sono entrato in Galleria, protetto dal salotto della mia città sono andato a Palazzo Marino. Giorgio Bocca avrebbe sicuramente avuto parole migliori e più incisive delle mie per descrivere l’indignazione che gli avrebbe suscitato uno spettacolo del genere.


La politica è compromesso: a proposito delle “Idi di marzo” di George Clooney

Cosa si nasconde dietro le parole, le movenze e i gesti di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America? Tanto, tanto lavoro di decine, centinaia di persone che si danno da fare perché credono in un ideale o per guadagnarci in denaro e potere. Di questi uomini e donne nell’ombra alcuni sono particolarmente strategici, sono quelli che muovono le pedine per il politico, quelli che scrivono i suoi discorsi e studiano come fare in modo che quel candidato diventi Il Candidato (dopo le primarie) e poi il Presidente (dopo le elezioni). Insomma coloro che dirigono e coordinano tutto ciò che sta dietro le quinte. Questo è l’argomento dell’ultimo film di George Clooney, Le idi di marzo, da qualche giorno nelle sale di tutta Italia.

Stephen Meyers (Ryan Gosling) è un giovane addetto stampa che lavora per la campagna elettorale del governatore della Pennsylavania, Mike Morris (Clooney), candidato alla primarie del Partito Democratico e la cui corsa per la Casa Bianca è nelle mani di Paul Zara (Philip Seymore Hoffman). Avversario di Morris è il governatore dell’Arkansas, Ted Pullman, la cui campagna elettorale è guidata da Tom Duffy (Paul Giamatti). Gli staff dei candidati stanno facendo un gran lavoro dietro le quinte per garantirsi l’appoggio del senatore Thompson (Jeffrey Wright), della Carolina del Nord, al quale offrono oltre che denaro garanzie di partecipazione al nuovo esecutivo.

Stephen è tanto ambizioso quanto convinto degli ideali che muovono la politica di Morris, è ben consapevole del fatto che l’etica non porta da nessuna parte e che l’opportunismo è l’unica via per realizzare le proprie aspettative. Durante le primarie dell’Ohio Stephen inizia una relazione con la stagista Molly Stearns (Evan Rachel Wood) scoprendo che è in cinta del governatore Morris. A questo punto l’ipocrisia su cui si regge tutta la politica del Governatore cade come un castello di carte, ma Stephen invece di denunciare l’accaduto decide di usarlo a suo favore. Ricatta Morris, intimandogli di licenziare Paul Zara e mettere lui a capo della campagna elettorale. Davanti alla minaccia di una prova inconfutabile della gravidanza, Morris cede e affida al giovane addetto stampa il suo futuro politico. Stephen riuscirà a conquistare l’appoggio del senatore Thompson in cambio della vicepresidenza e a rilanciare una campagna elettorale che sembrava ormai persa.

Il film mette in evidenza tutta l’ipocrisia della politica e il fatto che essa è anzitutto compromesso. Ciò fa sì che non ci sia spazio per gli ideali e i buoni propositi se non nei proclami pre-elettorali; dietro le quinte la politica è una continua trattativa che, nel migliore dei casi, ha come fine il bene generale, ma spesso pagato a prezzi esorbitanti e in contraddizione con esso. Quello che trionfa ne Le idi di marzo è l’ambizione di un giovane addetto stampa che ha la capacità di muovere a suo favore le pedine di uno scandalo che avrebbe messo fine definitivamente alle sue aspettative in politica. In questo modo Stephen riesce a fare un salto di carriera che gli sarebbe costato anni di sacrifici, ma al caro prezzo di accantonare quei valori etici che si propone di portare alla Casa Bianca. Unica sua consolazione è l’aver in qualche modo vendicato la morte di Molly incastrando Morris e costringendolo a fare di lui il suo vero e unico uomo nell’ombra.

 


L’eterna lotta tra civiltà e barbarie: “Il sogno del celta”, di Mario Vargas Llosa

Nell’autunno del 2009, mentre scrivevo la mia tesi di laurea su Mario Vargas Llosa (Arequipa 1936), il mio relatore mi disse che secondo lui lo scrittore peruviano avrebbe meritato il premio Nobel anche solo per il suo primo romanzo: La città e i cani.

In quel momento non c’era nessuna avvisaglia del fatto che solo un anno dopo l’Accademia di Svezia avrebbe concesso l’ambito premio al peruviano più controverso e geniale del XX secolo. Tuttavia, in una nota della mia tesi scrivevo che i primi tre romanzi di Mario Vargas Llosa erano capolavori assoluti al pari di Cent’anni di solitudine del colombiano García Márquez. Non a caso al terzo, Conversazione nella Catedral (1969), sembrano essersi riferiti gli accademici svedesi nel compilare la motivazione del Nobel: «cartografia delle strutture del potere e le immagini taglienti della resistenza, rivolta, sconfitta degli individui».

L’ultima fatica di Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (Einaudi 2011, pp. 422), è senza ombra di dubbio un ottimo romanzo. Qualsiasi scrittore una tacca meno geniale del peruviano che lo avesse scritto lo potrebbe considerare un capolavoro. Ma dallo scrittore di Arequipa è lecito aspettarsi di più, o meglio, qualcosa di diverso. Quello che abbiamo tra le mani è un romanzo più inglese che ispano-americano, che marca una distanza piuttosto evidente con i primi tre. In particolare la mente del lettore affezionato a Vargas Llosa non può che andare a La casa verde, secondo romanzo dello scrittore pubblicato a metà circa degli anni ’60. Il filo che unisce i due testi sono i riferimenti a Conrad, a quel Cuore di tenebra che mettendo a confronto civiltà e barbarie non poteva che accompagnare l’anglomane Vargas Llosa per tutta la sua carriera. E nel passare dalla prima alla seconda parte si percepisce per intero l’analogia tra il Congo e l’Amazzonia peruviana: Il sogno del celta sembra chiudere il cerchio su un tema che è stato il vero ‘demone’ del Nobel peruviano, la dicotomia civiltà/barbarie. Ancora una volta Vargas Llosa si domanda dove finisca la prima e cominci la seconda, in una relazione dialettica tra i due termini che rende il confine tra di loro evanescente.

L’eroe del romanzo è Roger Casement: personaggio realmente esistito, console in Congo durante il periodo coloniale belga, tra otto e novecento. La vicenda si apre in un carcere inglese dove Casement è rinchiuso con l’accusa di tradimento per la sua attività di nazionalista irlandese. Successivamente, attraverso lunghi flsh-back, la sua vita viene narrata con il rigore cronologico del biografo. Cuore del romanzo sta nel fatto che Casement si sia reso conto dei soprusi inglesi sull’Irlanda attraverso la sua attività di console in Congo, osservando quindi la politica coloniale del Re belga Leopoldo II. E non è da escludere che lo stesso Vargas Llosa si immedesimi nel suo personaggio; lo scrittore peruviano infatti più volte si schierò a favore della libertà degli indios peruviani, ma dentro uno schema di vita Occidentale, unica via che potesse condurli ad una vera emancipazione.

La vita di Roger Casement è narrata esternamente; il narratore si mantiene sempre al di sopra della sua storia, manipolandola in maniera magistrale, ma meno creativa di quel che ci si aspetterebbe. I cambi di prospettiva, la polifonia di voci, la continua confusione in cui il lettore era immerso ne La casa verde e che gli davano una percezione quasi fisica di cosa volesse dire l’Amazzonia, sono solo un miraggio. Vargas Llosa sembra pagare lo scotto di essere a contatto con un personaggio allo stesso tempo reale e letterario; ma se in passato lo scrittore peruviano aveva fatto sempre vincere la letteratura, qui sembra prevalere la realtà. Non tanto nei contenuti, quanto nella forma: uno stile fin troppo english per uno scrittore che ci ha abituati a leggere pagine su pagine senza capire nulla, per poi tirare fuori dal cilindro quella frase che avrebbe chiuso il cerchio rendendo ogni passaggio, prima oscuro, limpido come il mare di prima mattina dopo una notte di tramontana. Certo, nessuno pretende che Vargas Llosa continui ad avere lo stesso smalto di quando aveva venticinque anni. E lo ripetiamo, siamo sempre in presenza di un ottimo libro. Ma qual è il compito della critica? Lodare senza troppi indugi qualsiasi cosa un grande scrittore scriva, oppure dare ai lettori un punto di vista diverso che “apra nuovi orizzonti”, per quanto parziale ed esclusivo esso sia?

Personalmente propendo per la seconda ipotesi perché dire che Il sogno del celta è sì un ottimo libro, ma non è il capolavoro di Mario Vargas Llosa non toglie nulla ad uno dei più grandi scrittori che l’umanità abbia conosciuto, le cui storie speriamo ci accompagnino ancora per molti anni: perché ci aiutano a disvelare, sempre, gli inganni del potere; perché ci aiutano ad essere critici e indipendeti, in un’epoca in cui l’uomo sembra teso a delegare ad altri il compito di pensare, rinunciando quindi alla propria libertà.


Il tempo sospeso dell’ultima goccia d’infanzia: l’ultimo romanzo di Erri De Luca

Delicato come un dolce ricordo che affiora nei momenti in cui la vita frenetica di questo XXI secolo ci dà qualche tregua. Erri De Luca ci ha abituato al suo sguardo diretto su due momenti dell’esistenza tanto importanti quanto lasciati in disparte: l’infanzia e l’adolescenza.

I pesci non chiudono gli occhi racconta dell’ultima estate da bambino del narratore, dopo la quale si schiuderà l’adolescenza. Il rapporto con la madre, quello con un padre assente per lavoro, in un’Italia in pieno boom economico (ma non in quella meridionale dove l’acqua è ancora raccolta in cisterne), delle lunghe villeggiature al mare, e la scoperta di due parole che accompagnano la vita di ciascuno di noi: amore e giustizia. Sono questi due termini a segnare il ritmo della narrazione: il bambino legge e scopre l’amore sui libri, ma sarà una ragazzina più svelta e un po’ crudele a dargli un primo assaggio di un sentimento che lo accompagnerà per il resto dei giorni. E con l’amore, la giustizia: il narratore è disilluso e non capisce; la saggezza dei sessant’anni con cui riguarda ai suoi dieci non è sufficiente a spiegare il perché di certe punizioni.

L’ansia di crescere, al centro delle preoccupazioni di ogni bambino, cessa con le pagine finali, quando un primo bacio farà sentire il bambino un po’ uomo. Per tutto il romanzo il narratore ha cercato la crescita attraverso i colpi, le botte, i calli sulle mani segnate dalle battute di pesca; poi, è un bacio, la mano di una ragazzina a trasportare il bambino in una nuova fase della vita. Di questa nuova fase De Luca ci dà un assaggio con brevi salti in avanti nel tempo in due momenti cruciali della vita di adulto, due momenti in cui inesorabilmente si torna indietro con i ricordi: la morte del padre e della madre.

I pesci non chiudono gli occhi dimostra tutta la potenza narrativa di uno scrittore che si conferma tra i maggiori del nostro tempo: senza bisogno di una suddivisione in capitoli, la scrittura di De Luca scorre come un fiume su un letto di paragrafi più o meno lunghi.

Un libro che si legge d’un fiato, come d’un fiato sembrano volare gli anni che ci separano da quei momenti in cui il tempo sembra sospendersi.


Il dialogo del tradurre: recensione all’ultimo libro di Antonio Prete

Trascrivo di seguito la mia recensione al libro All’ombra dell’altra lingua di Antonio Prete (Bollati Boringhieri, 2011) e pubblicata recentemente su Rivista Tradurre.

“La traduzione poetica è esercizio linguistico tra i più arditi. Nel senso della sua innegabile difficoltà, perché essa è probabilmente l’ideale paradigma di quell’impossibilità e imperfezione della traduzione, dimostrazione della sua natura di processo in divenire. L’ultimo libro di Antonio Prete, All’ombra della lingua, traccia, partendo dalla propria esperienza di traduttore, un percorso teorico sulla traduzione senza pretese di indottrinamento, ma con la volontà di condividere riflessioni, appunti ed emozioni, instaurando un dialogo alla pari con il lettore. Il testo risulta denso, ma scorrevole, e va delineando non tanto una teoria della traduzione quanto una sua poetica.

Il primo capitolo (pp. 14-59) sottolinea alcuni aspetti fondamentali della traduzione poetica (ma validi anche in altri ambiti) procedendo per figure. La prima è quella dell’ospitalità: la lingua del traduttore accoglie quella del poeta e con essa dialoga instaurando una relazione simile all’esperienza d’amore (pp. 14-16). Da questo momento, Prete accoglie nella sua riflessione Leopardi: è loZibaldone, infatti, il grande protagonista del testo; da esso l’autore mutua la metafora della “camera oscura”: «la visione della prima lingua, della lingua da cui si traduce, muove dall’universo linguistico di colui che traduce: è questo il recinto, la “camera oscura”, in cui la prima lingua appare» (p. 18). Leopardi suggerisce a Prete anche la figura dell’ascolto e quella dell’imitazione, fondamentale per definire come la traduzione implichi un processo di mimesispoetica; per questo il traduttore di poesia è a sua volta poeta, perché della sua lingua deve saper maneggiare la musicalità, il ritmo, la metrica e il lessico (p. 26). La traduzione, quindi, implica un esercizio (p. 47) dalla natura doppia: sulla  propria lingua e sulla lingua del testo originale, instaurando una relazione del traduttore con la propria scrittura. Questo introduce un principio importante, sia per la traduzione, che per la vita: l’esperienza dell’altro che aiuta a indagare la propria interiorità. Ciò viene sottolineato da Prete nel bel paragrafo Stare tra le lingue, interamente dedicato a quello che è il ruolo politico della traduzione: «l’ospitalità verso chi emigra, il riconoscimento dei suoi diritti [...] riguarda anche la sua lingua» (p. 52), perché la lingua è connotazione forte di identità, di memoria, di appartenenza. La riflessione sulla teoria della traduzione, che avvia alla conclusione del capitolo, non stupisce il lettore o lo studente abituato a frequentare le lezioni di Antonio Prete. Il discorso teorico non può che partire dalla pratica della traduzione e a dimostrarlo basterebbe la frase di Leopardi: «del modo di ben tradurre ne parla più a lungo chi traduce men bene». Inutile, quindi, perdersi in un’astratta teoresi, la traduzione è anzitutto pratica di un dialogo tra le lingue che trova negli appunti del traduttore il suo apparato teorico fondamentale.

Appunti e note sembrano essere il materiale che compone la terza parte del testo (pp. 77-89), dove Prete ci apre le porte del suo laboratorio mettendoci a disposizione il dialogo  che ebbe, come lettore, con il Benjamin del Die Aufgabe des Übersetzers (Il compito del traduttore). Il concetto del dialogo, affrontato qui da un punto di vista più tecnico, vede la traduzione come debitrice nei confronti del testo originale, la sua vita è ad esso collegata e non deve in nessun modo soffocarlo (concetto questo presente anche in Leopardi); il respiro del primo testo continua a vivere nella traduzione, la cui vita «ha origine e alimento nel dialogo con un’altra vita» (p. 80). La traduzione, però, è anche un gioco di trasposizioni e proprio nel trasporre, Prete e Benjamin, trovano la più intima correlazione del tradurre con la poesia: come il poeta traspone la natura nella propria lingua, il traduttore vi traspone l’originale. Il rapporto tra i due traduttori riserva spazio anche a considerazioni più tecniche: nella traduzione della poesia si sperimenta in profondità il rapporto di fedeltà con il senso, questione quella della fedeltà affrontata con originalità da Prete, soprattutto nei confronti di una scuola che vorrebbe la traduzione come una materia esatta. Al traduttore, infatti, è lasciato uno spazio creativo, una libertà di azione sulla propria lingua e la propria tradizione poetica; il senso deve scaturire come effetto finale, «dopo che all’abolizione del sistema di significanti che caratterizzavano l’originale è seguito di volta in volta il restauro di un nuovo sistema, un sistema in cui l’asse del rapporto con il suono, il timbro, con la voce, con le immagini è stato del tutto ricomposto su un altro piano, e in un’altra lingua» (p. 88). Tuttavia, la libertà del traduttore non deve nascondere l’originale, ma lasciargli lo spazio necessario affinché, appunto, scaturisca il senso. Sono i termini dell’esperienza amorosa di cui Prete parla all’inizio del libro: un dialogo che sia condivisione di spazi, senza che una delle due anime che compongono la traduzione prevarichi sull’altra. In questi passaggi si evidenzia come la “teoria” pretiana sorga da un’assidua pratica: l’alessandrino francese di Baudelaire nei Fiori del male, ad esempio, trova corrispondenza, nella traduzione di Prete (Feltrinelli, 2003), con l’endecasillabo italiano, senza che il verso baudelairiano perda la sua forza.

Il dialogo con Benjamin è il preludio a una tavola rotonda che mette a confronto Prete con una selezione di poeti traduttori del Novecento italiano: da Ungaretti a Montale, fino a Luzi, Fortini e Giudici, passando per Quasimodo, Solmi, Valeri, Caproni e Sereni. Da questo ultimo lungo capitolo (pp. 90-131) ne emerge confermato il motivo di fondo che ha accompagnato il lettore: la traduzione poetica come dialogo tra la poetica del poeta e quella del traduttore. Questi, traducendo, indaga la sua lingua e la sua poesia, nella forma e nel ritmo. Ognuno dei poeti interrogati da Prete riconosce nella traduzione un esercizio poetico fondamentale e conferma i principi di libertà e creatività che per forza deve avere il poeta nell’atto del tradurre. I partecipanti al dialogo dell’ultimo capitolo potrebbero essere tanti altri e Prete li nomina in rassegna nel paragrafo conclusivo del testo. Ma ciò che dimostra l’esperienza dei traduttori poeti chiamati dall’autore è che la traduzione è, allo stesso tempo esercizio di scrittura, pratica da cui si diparte il discorso teorico su di essa ed esperienza dell’altro, «esperienza di un’ospitalità che è incontro, conoscenza, trasformazione di sé e della lingua» (p.128).”


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