La politica è compromesso: a proposito delle “Idi di marzo” di George Clooney

Cosa si nasconde dietro le parole, le movenze e i gesti di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America? Tanto, tanto lavoro di decine, centinaia di persone che si danno da fare perché credono in un ideale o per guadagnarci in denaro e potere. Di questi uomini e donne nell’ombra alcuni sono particolarmente strategici, sono quelli che muovono le pedine per il politico, quelli che scrivono i suoi discorsi e studiano come fare in modo che quel candidato diventi Il Candidato (dopo le primarie) e poi il Presidente (dopo le elezioni). Insomma coloro che dirigono e coordinano tutto ciò che sta dietro le quinte. Questo è l’argomento dell’ultimo film di George Clooney, Le idi di marzo, da qualche giorno nelle sale di tutta Italia.

Stephen Meyers (Ryan Gosling) è un giovane addetto stampa che lavora per la campagna elettorale del governatore della Pennsylavania, Mike Morris (Clooney), candidato alla primarie del Partito Democratico e la cui corsa per la Casa Bianca è nelle mani di Paul Zara (Philip Seymore Hoffman). Avversario di Morris è il governatore dell’Arkansas, Ted Pullman, la cui campagna elettorale è guidata da Tom Duffy (Paul Giamatti). Gli staff dei candidati stanno facendo un gran lavoro dietro le quinte per garantirsi l’appoggio del senatore Thompson (Jeffrey Wright), della Carolina del Nord, al quale offrono oltre che denaro garanzie di partecipazione al nuovo esecutivo.

Stephen è tanto ambizioso quanto convinto degli ideali che muovono la politica di Morris, è ben consapevole del fatto che l’etica non porta da nessuna parte e che l’opportunismo è l’unica via per realizzare le proprie aspettative. Durante le primarie dell’Ohio Stephen inizia una relazione con la stagista Molly Stearns (Evan Rachel Wood) scoprendo che è in cinta del governatore Morris. A questo punto l’ipocrisia su cui si regge tutta la politica del Governatore cade come un castello di carte, ma Stephen invece di denunciare l’accaduto decide di usarlo a suo favore. Ricatta Morris, intimandogli di licenziare Paul Zara e mettere lui a capo della campagna elettorale. Davanti alla minaccia di una prova inconfutabile della gravidanza, Morris cede e affida al giovane addetto stampa il suo futuro politico. Stephen riuscirà a conquistare l’appoggio del senatore Thompson in cambio della vicepresidenza e a rilanciare una campagna elettorale che sembrava ormai persa.

Il film mette in evidenza tutta l’ipocrisia della politica e il fatto che essa è anzitutto compromesso. Ciò fa sì che non ci sia spazio per gli ideali e i buoni propositi se non nei proclami pre-elettorali; dietro le quinte la politica è una continua trattativa che, nel migliore dei casi, ha come fine il bene generale, ma spesso pagato a prezzi esorbitanti e in contraddizione con esso. Quello che trionfa ne Le idi di marzo è l’ambizione di un giovane addetto stampa che ha la capacità di muovere a suo favore le pedine di uno scandalo che avrebbe messo fine definitivamente alle sue aspettative in politica. In questo modo Stephen riesce a fare un salto di carriera che gli sarebbe costato anni di sacrifici, ma al caro prezzo di accantonare quei valori etici che si propone di portare alla Casa Bianca. Unica sua consolazione è l’aver in qualche modo vendicato la morte di Molly incastrando Morris e costringendolo a fare di lui il suo vero e unico uomo nell’ombra.

 


L’eterna lotta tra civiltà e barbarie: “Il sogno del celta”, di Mario Vargas Llosa

Nell’autunno del 2009, mentre scrivevo la mia tesi di laurea su Mario Vargas Llosa (Arequipa 1936), il mio relatore mi disse che secondo lui lo scrittore peruviano avrebbe meritato il premio Nobel anche solo per il suo primo romanzo: La città e i cani.

In quel momento non c’era nessuna avvisaglia del fatto che solo un anno dopo l’Accademia di Svezia avrebbe concesso l’ambito premio al peruviano più controverso e geniale del XX secolo. Tuttavia, in una nota della mia tesi scrivevo che i primi tre romanzi di Mario Vargas Llosa erano capolavori assoluti al pari di Cent’anni di solitudine del colombiano García Márquez. Non a caso al terzo, Conversazione nella Catedral (1969), sembrano essersi riferiti gli accademici svedesi nel compilare la motivazione del Nobel: «cartografia delle strutture del potere e le immagini taglienti della resistenza, rivolta, sconfitta degli individui».

L’ultima fatica di Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (Einaudi 2011, pp. 422), è senza ombra di dubbio un ottimo romanzo. Qualsiasi scrittore una tacca meno geniale del peruviano che lo avesse scritto lo potrebbe considerare un capolavoro. Ma dallo scrittore di Arequipa è lecito aspettarsi di più, o meglio, qualcosa di diverso. Quello che abbiamo tra le mani è un romanzo più inglese che ispano-americano, che marca una distanza piuttosto evidente con i primi tre. In particolare la mente del lettore affezionato a Vargas Llosa non può che andare a La casa verde, secondo romanzo dello scrittore pubblicato a metà circa degli anni ’60. Il filo che unisce i due testi sono i riferimenti a Conrad, a quel Cuore di tenebra che mettendo a confronto civiltà e barbarie non poteva che accompagnare l’anglomane Vargas Llosa per tutta la sua carriera. E nel passare dalla prima alla seconda parte si percepisce per intero l’analogia tra il Congo e l’Amazzonia peruviana: Il sogno del celta sembra chiudere il cerchio su un tema che è stato il vero ‘demone’ del Nobel peruviano, la dicotomia civiltà/barbarie. Ancora una volta Vargas Llosa si domanda dove finisca la prima e cominci la seconda, in una relazione dialettica tra i due termini che rende il confine tra di loro evanescente.

L’eroe del romanzo è Roger Casement: personaggio realmente esistito, console in Congo durante il periodo coloniale belga, tra otto e novecento. La vicenda si apre in un carcere inglese dove Casement è rinchiuso con l’accusa di tradimento per la sua attività di nazionalista irlandese. Successivamente, attraverso lunghi flsh-back, la sua vita viene narrata con il rigore cronologico del biografo. Cuore del romanzo sta nel fatto che Casement si sia reso conto dei soprusi inglesi sull’Irlanda attraverso la sua attività di console in Congo, osservando quindi la politica coloniale del Re belga Leopoldo II. E non è da escludere che lo stesso Vargas Llosa si immedesimi nel suo personaggio; lo scrittore peruviano infatti più volte si schierò a favore della libertà degli indios peruviani, ma dentro uno schema di vita Occidentale, unica via che potesse condurli ad una vera emancipazione.

La vita di Roger Casement è narrata esternamente; il narratore si mantiene sempre al di sopra della sua storia, manipolandola in maniera magistrale, ma meno creativa di quel che ci si aspetterebbe. I cambi di prospettiva, la polifonia di voci, la continua confusione in cui il lettore era immerso ne La casa verde e che gli davano una percezione quasi fisica di cosa volesse dire l’Amazzonia, sono solo un miraggio. Vargas Llosa sembra pagare lo scotto di essere a contatto con un personaggio allo stesso tempo reale e letterario; ma se in passato lo scrittore peruviano aveva fatto sempre vincere la letteratura, qui sembra prevalere la realtà. Non tanto nei contenuti, quanto nella forma: uno stile fin troppo english per uno scrittore che ci ha abituati a leggere pagine su pagine senza capire nulla, per poi tirare fuori dal cilindro quella frase che avrebbe chiuso il cerchio rendendo ogni passaggio, prima oscuro, limpido come il mare di prima mattina dopo una notte di tramontana. Certo, nessuno pretende che Vargas Llosa continui ad avere lo stesso smalto di quando aveva venticinque anni. E lo ripetiamo, siamo sempre in presenza di un ottimo libro. Ma qual è il compito della critica? Lodare senza troppi indugi qualsiasi cosa un grande scrittore scriva, oppure dare ai lettori un punto di vista diverso che “apra nuovi orizzonti”, per quanto parziale ed esclusivo esso sia?

Personalmente propendo per la seconda ipotesi perché dire che Il sogno del celta è sì un ottimo libro, ma non è il capolavoro di Mario Vargas Llosa non toglie nulla ad uno dei più grandi scrittori che l’umanità abbia conosciuto, le cui storie speriamo ci accompagnino ancora per molti anni: perché ci aiutano a disvelare, sempre, gli inganni del potere; perché ci aiutano ad essere critici e indipendeti, in un’epoca in cui l’uomo sembra teso a delegare ad altri il compito di pensare, rinunciando quindi alla propria libertà.


Il tempo sospeso dell’ultima goccia d’infanzia: l’ultimo romanzo di Erri De Luca

Delicato come un dolce ricordo che affiora nei momenti in cui la vita frenetica di questo XXI secolo ci dà qualche tregua. Erri De Luca ci ha abituato al suo sguardo diretto su due momenti dell’esistenza tanto importanti quanto lasciati in disparte: l’infanzia e l’adolescenza.

I pesci non chiudono gli occhi racconta dell’ultima estate da bambino del narratore, dopo la quale si schiuderà l’adolescenza. Il rapporto con la madre, quello con un padre assente per lavoro, in un’Italia in pieno boom economico (ma non in quella meridionale dove l’acqua è ancora raccolta in cisterne), delle lunghe villeggiature al mare, e la scoperta di due parole che accompagnano la vita di ciascuno di noi: amore e giustizia. Sono questi due termini a segnare il ritmo della narrazione: il bambino legge e scopre l’amore sui libri, ma sarà una ragazzina più svelta e un po’ crudele a dargli un primo assaggio di un sentimento che lo accompagnerà per il resto dei giorni. E con l’amore, la giustizia: il narratore è disilluso e non capisce; la saggezza dei sessant’anni con cui riguarda ai suoi dieci non è sufficiente a spiegare il perché di certe punizioni.

L’ansia di crescere, al centro delle preoccupazioni di ogni bambino, cessa con le pagine finali, quando un primo bacio farà sentire il bambino un po’ uomo. Per tutto il romanzo il narratore ha cercato la crescita attraverso i colpi, le botte, i calli sulle mani segnate dalle battute di pesca; poi, è un bacio, la mano di una ragazzina a trasportare il bambino in una nuova fase della vita. Di questa nuova fase De Luca ci dà un assaggio con brevi salti in avanti nel tempo in due momenti cruciali della vita di adulto, due momenti in cui inesorabilmente si torna indietro con i ricordi: la morte del padre e della madre.

I pesci non chiudono gli occhi dimostra tutta la potenza narrativa di uno scrittore che si conferma tra i maggiori del nostro tempo: senza bisogno di una suddivisione in capitoli, la scrittura di De Luca scorre come un fiume su un letto di paragrafi più o meno lunghi.

Un libro che si legge d’un fiato, come d’un fiato sembrano volare gli anni che ci separano da quei momenti in cui il tempo sembra sospendersi.


Il dialogo del tradurre: recensione all’ultimo libro di Antonio Prete

Trascrivo di seguito la mia recensione al libro All’ombra dell’altra lingua di Antonio Prete (Bollati Boringhieri, 2011) e pubblicata recentemente su Rivista Tradurre.

“La traduzione poetica è esercizio linguistico tra i più arditi. Nel senso della sua innegabile difficoltà, perché essa è probabilmente l’ideale paradigma di quell’impossibilità e imperfezione della traduzione, dimostrazione della sua natura di processo in divenire. L’ultimo libro di Antonio Prete, All’ombra della lingua, traccia, partendo dalla propria esperienza di traduttore, un percorso teorico sulla traduzione senza pretese di indottrinamento, ma con la volontà di condividere riflessioni, appunti ed emozioni, instaurando un dialogo alla pari con il lettore. Il testo risulta denso, ma scorrevole, e va delineando non tanto una teoria della traduzione quanto una sua poetica.

Il primo capitolo (pp. 14-59) sottolinea alcuni aspetti fondamentali della traduzione poetica (ma validi anche in altri ambiti) procedendo per figure. La prima è quella dell’ospitalità: la lingua del traduttore accoglie quella del poeta e con essa dialoga instaurando una relazione simile all’esperienza d’amore (pp. 14-16). Da questo momento, Prete accoglie nella sua riflessione Leopardi: è loZibaldone, infatti, il grande protagonista del testo; da esso l’autore mutua la metafora della “camera oscura”: «la visione della prima lingua, della lingua da cui si traduce, muove dall’universo linguistico di colui che traduce: è questo il recinto, la “camera oscura”, in cui la prima lingua appare» (p. 18). Leopardi suggerisce a Prete anche la figura dell’ascolto e quella dell’imitazione, fondamentale per definire come la traduzione implichi un processo di mimesispoetica; per questo il traduttore di poesia è a sua volta poeta, perché della sua lingua deve saper maneggiare la musicalità, il ritmo, la metrica e il lessico (p. 26). La traduzione, quindi, implica un esercizio (p. 47) dalla natura doppia: sulla  propria lingua e sulla lingua del testo originale, instaurando una relazione del traduttore con la propria scrittura. Questo introduce un principio importante, sia per la traduzione, che per la vita: l’esperienza dell’altro che aiuta a indagare la propria interiorità. Ciò viene sottolineato da Prete nel bel paragrafo Stare tra le lingue, interamente dedicato a quello che è il ruolo politico della traduzione: «l’ospitalità verso chi emigra, il riconoscimento dei suoi diritti [...] riguarda anche la sua lingua» (p. 52), perché la lingua è connotazione forte di identità, di memoria, di appartenenza. La riflessione sulla teoria della traduzione, che avvia alla conclusione del capitolo, non stupisce il lettore o lo studente abituato a frequentare le lezioni di Antonio Prete. Il discorso teorico non può che partire dalla pratica della traduzione e a dimostrarlo basterebbe la frase di Leopardi: «del modo di ben tradurre ne parla più a lungo chi traduce men bene». Inutile, quindi, perdersi in un’astratta teoresi, la traduzione è anzitutto pratica di un dialogo tra le lingue che trova negli appunti del traduttore il suo apparato teorico fondamentale.

Appunti e note sembrano essere il materiale che compone la terza parte del testo (pp. 77-89), dove Prete ci apre le porte del suo laboratorio mettendoci a disposizione il dialogo  che ebbe, come lettore, con il Benjamin del Die Aufgabe des Übersetzers (Il compito del traduttore). Il concetto del dialogo, affrontato qui da un punto di vista più tecnico, vede la traduzione come debitrice nei confronti del testo originale, la sua vita è ad esso collegata e non deve in nessun modo soffocarlo (concetto questo presente anche in Leopardi); il respiro del primo testo continua a vivere nella traduzione, la cui vita «ha origine e alimento nel dialogo con un’altra vita» (p. 80). La traduzione, però, è anche un gioco di trasposizioni e proprio nel trasporre, Prete e Benjamin, trovano la più intima correlazione del tradurre con la poesia: come il poeta traspone la natura nella propria lingua, il traduttore vi traspone l’originale. Il rapporto tra i due traduttori riserva spazio anche a considerazioni più tecniche: nella traduzione della poesia si sperimenta in profondità il rapporto di fedeltà con il senso, questione quella della fedeltà affrontata con originalità da Prete, soprattutto nei confronti di una scuola che vorrebbe la traduzione come una materia esatta. Al traduttore, infatti, è lasciato uno spazio creativo, una libertà di azione sulla propria lingua e la propria tradizione poetica; il senso deve scaturire come effetto finale, «dopo che all’abolizione del sistema di significanti che caratterizzavano l’originale è seguito di volta in volta il restauro di un nuovo sistema, un sistema in cui l’asse del rapporto con il suono, il timbro, con la voce, con le immagini è stato del tutto ricomposto su un altro piano, e in un’altra lingua» (p. 88). Tuttavia, la libertà del traduttore non deve nascondere l’originale, ma lasciargli lo spazio necessario affinché, appunto, scaturisca il senso. Sono i termini dell’esperienza amorosa di cui Prete parla all’inizio del libro: un dialogo che sia condivisione di spazi, senza che una delle due anime che compongono la traduzione prevarichi sull’altra. In questi passaggi si evidenzia come la “teoria” pretiana sorga da un’assidua pratica: l’alessandrino francese di Baudelaire nei Fiori del male, ad esempio, trova corrispondenza, nella traduzione di Prete (Feltrinelli, 2003), con l’endecasillabo italiano, senza che il verso baudelairiano perda la sua forza.

Il dialogo con Benjamin è il preludio a una tavola rotonda che mette a confronto Prete con una selezione di poeti traduttori del Novecento italiano: da Ungaretti a Montale, fino a Luzi, Fortini e Giudici, passando per Quasimodo, Solmi, Valeri, Caproni e Sereni. Da questo ultimo lungo capitolo (pp. 90-131) ne emerge confermato il motivo di fondo che ha accompagnato il lettore: la traduzione poetica come dialogo tra la poetica del poeta e quella del traduttore. Questi, traducendo, indaga la sua lingua e la sua poesia, nella forma e nel ritmo. Ognuno dei poeti interrogati da Prete riconosce nella traduzione un esercizio poetico fondamentale e conferma i principi di libertà e creatività che per forza deve avere il poeta nell’atto del tradurre. I partecipanti al dialogo dell’ultimo capitolo potrebbero essere tanti altri e Prete li nomina in rassegna nel paragrafo conclusivo del testo. Ma ciò che dimostra l’esperienza dei traduttori poeti chiamati dall’autore è che la traduzione è, allo stesso tempo esercizio di scrittura, pratica da cui si diparte il discorso teorico su di essa ed esperienza dell’altro, «esperienza di un’ospitalità che è incontro, conoscenza, trasformazione di sé e della lingua» (p.128).”


Il sacco di Genova

G8-Gate di Franco Fracassi è un libro che fa male; un piatto che va assaporato lentamente, non per degustarlo, ma perché pesante e indigesto. All’apparenza leggero, scorrevole e coinvolgente con il voltare delle pagine diventa sempre più difficile da digerire. Pochi libri avevano avuto un simile effetto dirompente, tra questi Gomorra.

Ma l’inchiesta di Fracassi fa ancora più male per il mio personale punto di vista: quello di un genovese che ama la sua città, anche se all’epoca dei fatti non ci viveva. Il G8 per un genovese è una ferita aperta su cui non si è mai fatta giustizia; ci irrita sentirne parlare dagli “opinionisti” tuttologi del nostro impazzito panorama culturale; ci irritano le commemorazioni e il ricordo. Perché siamo chiusi, gente di mare, con i capelli secchi per la tramontana e la salsedine. Perché siamo malinconici; perché quella città che critichiamo senza sosta infondo la amiamo come una madre, una moglie o una sorella che in quei tre giorni folli del luglio 2001 sono state violentate e picchiate e sfigurate. Lasciateci stare, verrebbe da dire. Non parliamone. Con questo pregiudizio pesante come un sasso nello stomaco, ho iniziato a leggere G8-Gate. Dopo poche pagine ho dovuto fare i conti con la mia memoria e non è stato facile: tutto quello che il complottismo genovese -siamo specialisti in quest’arte di vedere il marcio ovunque, di non fidarci di nessuno- aveva teorizzato era vero, e c’era dell’altro.

Non voglio raccontare il libro perché parto dalla presunzione che qualcuno leggendo queste righe corra in libreria a comprarlo o, ancora meglio, in biblioteca a chiederlo in prestito. Perché Franco Fracassi fa un’inchiesta che è un bene pubblico, di tutti noi e mi auguro di cuore che G8-Gate sia presente in tutte le biblioteche civiche, rionali e non, d’Italia. Terminata la lettura sono rimasto sgomento per almeno tre ragioni: 1) improvvisamente ti ricordi che solo due mesi dopo il G8 cadevano le Twin Towers, un filo unisce Genova e New York: due tappe di una stessa estate dopo la quale il mondo non sarebbe più stato lo stesso; 2) la crisi che stiamo vivendo è figlia della sconfitta del pensiero no-global annichilito grazie alla scientifica distruzione del suo movimento; 3) chi è stato il vero regista del sacco di Genova del 2001?


Post N. 1

Per ragioni a me sconosciute la piattaforma splinder.com chiude i battenti. Ho dovuto quindi traslocare e ne ho approfittato per dare una rinfrescata al blog; dopo quattro anni un piccolo restauro ci voleva.

Dal vecchio sito dovrebbe essere attivo un redirect su wordpress, ma devo ancora capire se funziona. Tutti i contenuti che sono presenti su criticamens.splinder.com cercherò di trasferirli qui.

Criticamens rimane una finestra aperta sul mondo, dalla quale osservare con occhio critico ciò che accade, dando corpo ad una scrittura che si nutre di romanzi, saggi e poesie.

 


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